14 febbraio 2020

Di cosa parliamo quando parliamo di trap - 2. Filastrocche ebbasta?

«Per parlare meno»

 

Non è vero che i testi dei trapper sono solo neologismi e abbreviazioni. La lingua dalla quale attingono stilemi e modi di dire – l’e-taliano, per dirla alla Giuseppe Antonelli – è “semplicemente” incompleta. Perché incompleto è il suo texting, decisamente frammentario e dipendente da tutto ciò che sta al di là delle parole. Quando Tony Effe in un’intervista risponde che la scrittura della Dark è sintetica e che è ricca di abbreviazioni «per parlare meno» sta dicendo in parte (consapevolmente o inconsapevolmente) la verità: siamo infatti ben lontani dalle “k” anni 2000 che minavano la messaggistica e i blog, e dai forum che infiammano Facebook direi che di parole ne usiamo fin troppe. Eppure l’italiano di oggi non può non tenere in considerazione il suo mezzo d’eccellenza e la trasformazione che deriva dal suo uso costante: così, anche il linguaggio trappistico si muove tra intertestualità e cyberspazio – non dimentichiamo quello che si diceva nella prima puntata, che è un genere strettamente generazionale, e dunque digitale – e il senso, ammesso che davvero ci sia, assomiglia a un puzzle da ricostruire. In mezzo stanno dunque delle vere e proprie battute a distanza, che, singolarmente non ci dicono nulla, ma nell’ecosistema trap rimandano quasi sempre una carta memory corrispondente. Il citazionismo, già caratteristica dell’hip hop, assume nei testi trap diverse forme di riuso totale o parziale delle frasi, proprio come se funzionassero da ipertesti.

 

Tatuaggi qua e là, ma nei punti giusti

 

Da una recentissima indagine di Giulia Addazi e Fabio Poroli («Basta la metà». Osservazioni sulla lingua della trap italiana) emerge che una delle caratteristiche più interessanti riguarda non solo la ripetizione di questi sintagmi all’interno dell’opera dell’artista, ma anche all’esterno, rendendo omaggio a brani di altri, a dissing tra trapper avvenuti sui social o a situazioni ormai cristallizzate dall’immaginario collettivo. Nello specifico, per il primo caso, troviamo espressioni come «bimba atta’ lascia pe’», che il romano Quentin 40, con il suo inconfondibile ricorso ai troncamenti – definito da alcuni “flow spezzatino” –  utilizza sia in Giovane 1 sia nella sua parte in Thoiry, quasi volesse marcare la sua voce all’interno del featuring con Achille Lauro, Gemitaiz e Puritano. In effetti, molti di questi moduli espressivi nascono proprio con funzione identitaria, un po’ come gli ad-libs a fine verso. Ad alcuni piace così tanto giocarci che li inseriscono in punti precisi dei brani, creando una connessione ancora più forte. Per esempio, notano sempre i due studiosi, Ghali conia il suo «buona sa di mango e buona sa di pesca» e lo ripropone in Ninna nanna e in Pizza Kebab, al minuto 1:35 in entrambi i brani. E ancora, sempre restando nell’ambito dei riferimenti intratestuali dell’opera omnia, che con poco devono dire tanto (se non tutto di una storia), Gemitaiz fa l’occhiolino all’ascoltatore con quel «Davide come sta? me lo hai mai chiesto? / chiama un’ambulanza frate fai presto / che il sogno che avevo non è mai questo / mi sveglia, mi prende a calci e poi mi dà il resto», che è presente in Scappo via, Dancing with the devil e Davide di Gemitaiz, dove però la variante dell’ultimo verso «mi sa lo sai il resto» è un segno della auspicata ricezione della sua storia. Prendendo invece in esame gli aspetti intertestuali, cioè riguardanti la canzone italiana e/o la sua tradizione, si noterà nel verso di Cara Italia di Ghali «il cesso è qui a sinistra, il bagno in fondo a destra» un omaggio a Destra-Sinistra di Gaber, oppure in «adesso la tua voce non c’è, come Laura» (Bene) Gemitaiz evoca la mancanza con la iconica Laura di Nek in Laura non c’è.

 

Veloce come una sineddoche

 

Se ammettiamo la dipendenza dal digitale, dalle sue forme di senso frammentate, da una narrazione immediata e visiva, condita da non troppo mascherato nosense, allora occorre trattare il tema della velocità. So che lo stai pensando. Io però vorrei andare oltre quel frenetico digitare sugli smartphone, che consideri il vero problema. Di problemi, infatti, in questa lingua che cambia – sia chiaro, non dipende mica dai testi trap! – non ce ne sono. Che dire infatti dei legami logici plasmati da quest’ansia di dire tutto subito, senza troppi elementi e fissare nella mente dell’ascoltatore una instantanea? Shiva, per esempio, non ci dice che tiene il cash nelle tasche dei pantaloni, ma salta due passaggi con la sineddoche «cash nei miei Vlone», dove per Vlone si intende sia il brand lanciato da A$AP Rocky, A$AP Bari ed Edison Chen, sia la contrazione di due parole, che fungono da motto all’intera linea streetwear: “Live alone, die alone”. Altro escamotage anti-sbatti sembrerebbe la giustapposizione. In alcuni casi coincide con un primo grado, molto intuibile, di similitudine sottointesa (“come”), nel caso di «Sto due Campari da accamparmi col sole / contro» (Rkomi, Gioco), oppure con un secondo grado meno esplicito, senza il complemento verbale, come in «’sta storia Cyrano» (Achille Lauro, Cenerentola). Non dimentichiamo però la giustapposizione che coincide con l’ellissi: Achille Lauro omette il “sembra” in «È in un bicchiere di champagne, Dita von Teese» (Mamacita) e Mambolosco in «Onda energetica, Dragon Ball» (No cap). I trapper sfrecciano, Maserati.

 

Bibliografia

Gulia Addazi e Fabio Poroli, «Basta la metà». Osservazioni sulla lingua nella trap italiana (link)

E. Bisi, Numero zero. Alle origini del rap italiano, Milano, Feltrinelli, 2016.

L. Bandirali, Nuovo rap italiano. La rinascita, Viterbo, Stampa Alternativa, 2013.

G. Berruto, Sociolinguistica dell’italiano contemporaneo, Roma, Carocci, 2012.

G. Cartago, “Ius music”, in I. Bonomi, V. Coletti (a cura di), L’italiano della musica nel mondo, Firenze, GoWare, 2016.

P. Zukar, Rap. Una storia italiana, Milano, Baldini&Castoldi, 2017.

A. Scholz, Subcultura e lingua giovanile in Italia. Hip hop e dintorni, Roma, Aracne, 2014.

G. Antonelli, Ma cosa vuoi che sia una canzone. Mezzo secolo di italiano cantato, Bologna, Il Mulino, 2010.


M. Costello, Il rap spiegato ai bianchi, Roma, Minimum fax, 2000.

 

 

Le precedenti puntate della serie Di cosa parliamo quando parliamo di Trap, scritta e curata da Beatrice Cristalli:

 

1. Tha Supreme (link)

 

Immagine: Gemitaiz ai Wind Music Awards 2016 presso l'Arena di Verona

 

Crediti immagine: Raphael Mair [CC BY-SA (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)]


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