26 febbraio 2020

I kolossal lessicali di D'Annunzio, «il ghiotto linguaio»

Manca poco all’uscita nelle grandi sale de Il cattivo poeta, film di Gianluca Iodice con Sergio Castellitto nei panni di Gabriele D’Annunzio, uno dei personaggi più eclettici, controversi e discussi della storia del Novecento italiano. Il biopic racconterà gli ultimi anni di vita del Vate, quelli trascorsi all’insegna dell’isolamento tra le acque cristalline e le verdeggianti montagne del Garda, nella cittadella monumentale che il poeta stesso aveva battezzato Il Vittoriale degli Italiani (l’assonanza con l’imponente Vittoriano a Roma non è affatto casuale). D’Annunzio fu un uomo molto influente sia in ambito linguistico-letterario, sia in ambito politico. In questa sede ci concentreremo sulla sua figura di grande pubblicitario e «ghiotto linguaio», come egli stesso amò definirsi (nella dedica che apre La vita di Cola di Rienzo).

 

Il pubblicitario a cavallo

 

Nato a Pescara nel 1863, il poeta si trasferì e visse in molte città diverse, consumando storie d’amore passionali e scandalizzando il pubblico con imprese eccentriche e idee stravaganti. Prima fra tutte, la falsa notizia ideata e scritta dallo stesso D’Annunzio e pubblicata poi sulla «Gazzetta della Domenica» di Firenze nel 1880, secondo la quale il poeta diciassettenne era morto a causa di un improvviso mancamento mentre era a cavallo: un fatto davvero tragico, avvenuto proprio poco prima della pubblicazione della seconda edizione della raccolta di poesie Primo vere (Carabba, 1880). Questa era la cartolina alla «Gazzetta della Domenica» firmata G. Rutini e datata 14 novembre 1880 con cui D’Annunzio annuncia la sua morte: «Gabriele d'Annunzio, il giovane poeta già noto nella repubblica delle lettere di cui si è parlato spesso nel nostro giornale, giorni addietro (5 novembre) sulla strada di Francavilla, cadendo da cavallo per improvviso mancamento di forze restò morto sul colpo». Nient’altro era, quella, se non una trovata pubblicitaria, concepita per far conoscere la neonata opera e venderne il maggior numero di copie possibile. Grazie all’intuito e alla creatività dannunziana nacquero diversi slogan pubblicitari e nomi propri di ditte e marchi italiani esistenti ancora oggi: uno dei più famosi è la Rinascente, il complesso di grandi magazzini a Milano. L’edificio, originariamente chiamato Magazzini Bocconi, fu ceduto a un nuovo, ambizioso proprietario, Senatore Borletti, che si rivolse al Vate per dargli un importante compito: trovare un nuovo nome al complesso e risollevarne le sorti. La Rinascente, nome coniato nel 1917, fu la soluzione vincente. Participio presente del verbo rinascere, fa riferimento alla fenice, che rinasce dalle proprie ceneri e torna a vivere più forte di prima. Il termine, inoltre, ricorda sia il Rinascimento sia il Risorgimento: in entrambi i casi il rimando è a due periodi gloriosi, che segnarono per sempre la storia d'Italia.

 

Dai SAIWA alla Fraglia della Vela

 

Un marchio italiano ancora oggi famosissimo è SAIWA, acronimo di Società Accomandita Industria Wafer Affini, che si dà per scontato sia da attribuire a D’Annunzio, viste le relazioni esistenti tra l'azienda e il poeta. L’utilizzo di un acronimo evocava l’idea di una modernità industriale fino ad allora mai raggiunta. La bevanda alcolica che deve il suo nome al poeta pescarese è il famoso Sangue Morlacco, cherry-brandy della distilleria Luxardo di Zara: il Vate lo preferiva al Maraschino e aveva avuto modo di assaggiarlo durante il suo soggiorno a Fiume. D’Annunzio paragonava il colore scuro del liquore a base di ciliegia a quello del sangue dei morlacchi, fieri abitanti dell’entroterra della Dalmazia (la scritta a mano «Il liquore cupo che alla mensa di Fiume chiamavo “Sangue morlacco”» firmata Gabriele D’Annunzio si legge ancora oggi sulle etichette dell’antico ratafià). Un altro liquore fu pubblicizzato da d'Annunzio, invece, come «liquore delle Virtudi»: è l’Amaro Montenegro, il cui nome, però, fu coniato dal suo creatore, Stanislao Cobianchi, con riferimento alla principessa Elena del Montenegro, che sposò Vittorio Emanuele III nel 1896. La Fraglia della Vela di Riva del Garda, uno dei più importanti circoli velici a livello internazionale, fu fondata dal poeta abruzzese nel 1928: il termine fraglia proviene dal veneziano antico fragia, con il significato di 'corporazione di arti e di mestieri' (nel Veneto medievale).

 

Cabiria e Maciste

 

Gabriele D’Annunzio collaborò in ambito cinematografico con Giovanni Pastrone per il film muto Cabiria, il grande kolossal italiano del 1914. Il titolo del film, a tutti gli effetti un neologismo, fu scelto dal Vate in riferimento all’opera già scritta da Pastrone Il romanzo delle fiamme. Sul nome della protagonista, Cabiria, scrive Anna Chiara Luzzi: «La scelta del nome della protagonista è quindi in relazione al tema immediato dell’opera e ai misteriosi demoni-fabbri del fuoco, Kάβειροι, nel loro riferimento all’errata etimologia del nome in voga nei primi anni del secolo la quale voleva traessero il loro epiteto dal verbo greco Kαιειν, bruciare. I nomi propri in generale e, in particolare, quelli degli dèi cartaginesi sono ricalcati dai nomi scelti da Flaubert in Salammbô e che lo scrittore aveva tratto dalla ‘trascrizione fonetica’ dei termini ebraici proposta da Samuel Cahen nella sua versione francese della Bibbia ebraica» (link). Tra i personaggi del film apparve per la prima volta Maciste, schiavo dal fisico importante, il cui mito entrò ben presto a far parte della cultura italiana, tanto da trasformarsi in antonomasia per indicare un uomo molto forte. Il nome, anch’esso dannunziano, ricorda il macigno, duro e possente, e si rifà a un antichissimo soprannome latino del semidio Ercole, macis (‘macigno’, appunto): l’intenzione di dare un tono epico al personaggio si concretizzò ben presto.

 

Tramezzini e velivoli

 

Le parole coniate da D’Annunzio non si limitano ai nomi propri di marchi o personaggi cinematografici; tra i neologismi si annoverano infatti anche nomi comuni di cose tutt’oggi presenti nell’uso quotidiano. Uno di questi è tramezzino. Versione italiana di sandwich, è semplicemente il diminutivo della parola tramezzo, ossia un elemento situato in mezzo ad altri o più elementi. Nel caso specifico il riferimento è a quello spuntino che sta tra la colazione e il pranzo, o tra il pranzo e la cena. Interessante anche la storia di arzente. Scrive in proposito Rocco Luigi Nichil (D'Annunzio, l'arzente e il cognac, in «Lingua nostra», Vol. LXXVIII, Fasc. 1-2, Marzo-Giugno 2017, Firenze, Le Lettere, pp. 52-54: «Secondo il GRADIT, la voce arzente venne "introdotta da G. D’Annunzio [nel 1892]" e fu "proposta poi per sostituire il fr. cognac". Va detto, però, che l’aggettivo arzente compare nel toscano antico come variante di ardente (cfr. TLIO, s. v. ardente) e nella locuzione acqua arzente era già nel fiorentino antico con il significato di ‘acquavite, spirito di vino’ (cfr. LEI 3, 489, 16-17). Già nella prima impressione della Crusca (1612) è possibile trovare un riferimento all'acqua arzente (s. v. azzente [sic]), che con il significato di ‘acquavite raffinata, spirito di vino’ (ma anche ‘alcol’) compare più tardi, spesso nella forma univerbata acquarzente, nelle opere di Lorenzo Magalotti e Francesco Redi».

Anche scudetto è un termine tutto dannunziano: il triangolino di stoffa tricolore fu applicato, per volere del Vate, per la prima volta alle divise di calcio degli italiani a Fiume, durante – si narra – un’amichevole svoltasi nel 1920. Infine, com'è noto, i tecnicismi velivolo e fusoliera sono frutto della mente creativa del poeta pescarese. La parola velivolo venne utilizzata per la prima volta durante una conferenza di esaltazione dell’attività aviatoria nel 1910: D’Annunzio la considerava adatta a descrivere il nuovo mezzo di trasporto, così leggero e rapido, «che va e par volare con le vele». L’assonanza con veicolo, inoltre, facilitava la comprensione e l’utilizzo anche agli uomini incolti. Il termine fusoliera, allo stesso modo, fu recuperato e risemantizzato dal Vate nell'accezione ancor oggi corrente. Alla voce fusoliera nel DELIN si legge: «G. D'Annunzio, che aveva trovato la voce nel Tommaseo-Bellini e nel Guglielmotti, la adoperò nel Forse che sì forse che no e in altre per indicare il corpo del velivolo, e di qui la voce passò nel linguaggio comune».

 

«L'Automobile è femminile»

 

In una lettera a Giovanni Agnelli del 1926, d'Annunzio scriveva: «Mio caro Senatore, in questo momento ritorno dal mio campo di Desenzano, con la Sua macchina che mi sembra risolvere la questione del sesso già dibattuta. L'Automobile è femminile. Questa ha la grazia, la snellezza, la vivacità d'una seduttrice; ha, inoltre, una virtù ignota alle donne: la perfetta obbedienza. Ma, per contro, delle donne ha la disinvolta levità nel superare ogni scabrezza». In questo, il Vate si allineava alla tendenza, rivelatasi poi vincente, ad attribuire il genere femminile al vocabolo (ancora nel 1905 per Alfredo Panzini, «il genere maschile tende a prevalere»; vedi alla voce automobile nel DELIN).

Come si evince dalla breve carrellata di termini analizzati, D’Annunzio combinò avanguardia e celebrazione del passato, lasciando un segno visibile in ciò che più ci unisce come italiani: la nostra lingua.

 

Immagine: Il cattivo poeta (2020), regia di G. Iodice

 


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