16 marzo 2020

La parola verticale. L'italiano degli autori - La parola orcinusa - 5

Dedicato alle coniazioni presumibilmente originali, senza distinzione tra semantiche e lessicali, contenute nelle opere maggiori di Stefano D’Arrigo (e precisamente: Horcynus Orca [HO], Milano, Mondadori, 1994³; Codice siciliano [CS], Milano, Mondadori, 1978; Cima delle nobildonne [CN], Milano, Mondadori, 1985, edizioni cui si fa riferimento nel testo), il glossario non accoglie i meri adattamenti di vocaboli dialettali alle strutture fonetiche dell’italiano — non implicanti, cioè, un impegno linguistico dell’Autore —, diffusissimi in HO e tuttora inesplorati (babbigno < sic. e cal. babbignu; imminacciare < sic. mminazzari; incoffariarsi < sic. ncoffariàrisi; ingazzosare < sic. ngazzusari; ruinafamiglie < sic. rruinafamigghji; sbaviarsi < sic. sbavïari; scardellino < sic. scardillinu; schiumazzoso < sic. scumazzusu; sdilavato < sic. sdilavatu; sdisonesto < sic. sdisonestu; smacinare < sic. smacinari; trucchigno < cal. trucchignu, ecc.); le voci ignote ai lessici ma di possibile commercio gergale, come i forestierismi mal italianizzati e le trascrizioni fonetiche d’area anglo-francese (abitué, bacchisaide, baksaide, bisquì, businisso, corned bif, dophino, dufino, garzonne, jotto — = yacht ‘panfilo’ —, mersì, purparlé, purpurrì, sciangé, sciantiglì, scioffère, siluette, visavì); i superlativi tipo barchissima, oceanissimo, dopissimo, graziissimo, ecc.; le alterazioni vezzeggiative, accrescitive e diminutive (pettazzolo, madricella, crudacchio, giovinone, ecc.) e le onomatopee (ngangà, nfunfù, ecc.). La rigogliosissima fantasia antroponimica meriterebbe analisi.

 

Gli articoli compresi nella prima sezione (Neologismi d’autore) sono costituiti da una sintetica finestra contestuale, da un altrettanto compendioso esame della parola e, per le coniazioni più complesse, da una proposta interpretativa. Le rimanenti sezioni sono interamente riservate alla vocazione univerbizzante della lingua darrighiana, ossia ai composti giustappositivi e reduplicativi: oggetti neologici minori che, comportando una pura attitudine combinatoria anziché squisitamente onomaturgica, non richiedono che una nuda rassegna elencativa (salvo le Duplicazioni a grafia sintetica con valore di moto rasente luogo — definizione mutuata da Bruno Migliorini, Lingua d’oggi e di ieri, Caltanissetta-Roma, Sciascia, 1973, p. 314 —, per le quali s’è ritenuto opportuno fornire i necessarî contesti).

 

Quando un vocabolo occorre in più d’un’opera è indicato in sigla il titolo della fonte — ad eccezione del romanzo maggiore — prima del riscontro al luogo (pagina e rigo di collocazione), prescelto come maggiormente significativo (rarissimi gli hapax).

 

Delle 955 voci scrutinate (554 neologismi d’autore, in massima parte costruiti su basi dialettali, 311 tra composti giustappositivi e univerbazioni, 67 duplicazioni a grafia sintetica con valore elativo e 23 con valore di moto rasente luogo), 929 pertengono a Horcynus Orca, cifra ben irrisoria se si considera che il romanzo è composto di 521.655 parole: prova evidente che la creatività lessicale darrighiana si esplica principalmente in àmbito regionale.

 

Ringrazio Luca Serianni, direttore della rivista che ospitò la prima edizione del mio studio («Studi linguistici italiani», XXII [I della III serie] 1996, pp. 74-88, 235-69), per i molti consigli; Stefano Lanuzza, parlante nativo quella particolare varietà (Stefano Lanuzza, Per un glossario darrighiano, con alcuni scolî autointerpretativi di Stefano D’Arrigo, in Id., Scill’e Cariddi. Luoghi di «Horcynus Orca», Acireale, Lunarionuovo, 1985, pp. 60-123; d’ora in poi Lanuzza); Salvatore C. Trovato per avermi consentito, oltreché di correggere alcune sviste, di ricondurre al dialetto dell’isola un mannello di voci che ritenevo frutto dell’estro neologico darrighiano e di promuoverne altre — numeratissime ma significative per illuminare il modo di formare orcinuso — a rango di neologismi d’autore (Salvatore C. Trovato, La formazione delle parole in «Horcynus Orca». Tra regionalità e creatività, in Id., Italiano regionale, letteratura, traduzione. Pirandello, D’Arrigo, Consolo, Occhiato, Enna, Euno Edizioni, 2011, pp. 215-78; d’ora in poi Trovato).

 

 

madrova, 774/13: «massacrare la madre per annientare la m., massacrare l’ovarina per annientare l’ova». Comp. di madre e ova (dial.) ‘uova’.

 

maganziserìa, 785/16: «erano tutte maganziserìe, quelle che gli facevano». Dal sic. maganzìsi ‘traditore’ (< Gano di Maganza, il traditore di Roncisvalle) col suff. ‑erìa. ‘Inganno’.

 

magarico, 330/1: «“questo dindin che gli suonate alle fere, è bello e m.”». Dal sic. magarìa ‘stregoneria’. ‘Di (Relativo a) incantesimo, magia’.

 

magarizzarsi, 311/7: «“si magarizza, si fa forte dell’arte magica”». Dal sic. magara ‘fattucchiera’.

 

malappena (a), 1212/16: «appena appena, a m.». Comp. del femm. di mal(o) e appena. Lo stesso che a malapena.

 

malfamare, 799/12: «“lo malfamate, mi dispiace dirvelo”». Da malfamato, analizzato come part. pass.; o variante di infamare con sostituzione di mal(e) al pref. in‑ negativo.

 

mammelleria, 12/28: «pettazzolo che le gonfiava il corpetto fra i lacci, non come le mammellerie soverchianti che si vedevano in giro». Da mammella col suff. ‑erìa.

 

mandamanna, 790/28: «con quel m. giornaliero di cicirella». Dal tema di mandare e manna. ‘Grazia di Dio’.

 

mannatore, 814/32: «“voleva che ci alliccassimo alla cicirella, […] un m. come lui”». Nome d’agente d’un supposto *mannare ‘elargire manna’.

 

manonchia, 538/33: «si addentava famelicamente le manuncule e sbranandole se le mangiava: […] per quanto se le mangiasse, non le diventavano mai monchie, manonchie». Incrocio di mano e (mo)nchio (dial.) ‘storpio’.

 

mansuetà, 1165/13: «di fedeltà e di m.». Variante di mansuetudine.

 

manunculata, 523/9: «a furia di codate e manunculate». Dal sic. manùncula ‘braccio senza mano o con mano storpiata’ col suff. di pedata. ‘Colpo di pinna pettorale del delfino’ (simile a una mano monca).

 

manunculoso, 615/38: «“Guardate sto manuncula, […] qui mandato, indettato apposta per scoraggiarmi, […] col suo parlare a trucco, m.». Dal sic. manùncula col suff. ‑oso.

 

maremotarsi, 737/30: «vedendo il mare che si rigonfiava e stracquava che nemmeno si maremotasse». V. denom. da maremoto.

 

mareterremotare, 1171/7: «m. lo scill’e cariddi». Comp. di mare e terremotare. ‘Sconvolgere mare e terra’.

 

marfisara, 404/28: «“opponiti, se te ne senti l’almo, m.”». Dal raro marfisa ‘donna guerriera’ o ‘donna brutta e smorfiosa’ (il personaggio del Boiardo e dell’Ariosto) col suff. ‑ara, qui fortemente spregiativo.

 

materfiliale, CN 125/26: «morboso rapporto […] m.». Comp. del lat. mater e filiale.

 

mbumbumbamento, 1206/35: «nel momento del primo m. che scoppiò». Nome d’azione di un supposto *mbumbumbare, da mbumbùm, onomatopea del bombardare.

 

memoriativo, 1134/24: vd. commemoriativo.

 

mezzogiorniero, 761/31: «arzillo e m. di primo mattino». Da mezzogiorno col suff. ‑iero, sul modello di mattiniero. ‘Sveglio come a mezzogiorno’.

 

micidiare, 225/27: «“se micidia, nessuno ha da dire, eccetto lo sventurato che c’incappa”». Dal sic. micìdiu ‘omicidio’ (micidiusu ‘violento’, ‘malvagio’).

 

micidiatore, 25/16: «“Ma quant’è vomitevole, quanto, la vista di quell’infamone m.”». Nome d’agente di micidiare.

 

minnata, 1043/33: «a culate e minnate». Dal sic. minna ‘poppa’ col suff. di culata e simili.

 

mirabilio, 1171/14: «morte della fantastica orca orcinusa, del più terribilio e m. che girava per mare». Variante di mirabilia, sost. femm. pl., qui trasformato nel genere e nel numero.

 

mirata, 277/1: «ogni m. e sparata». Da mirare ‘puntare un’arma contro qualcosa o qualcuno’ secondo il rapporto di sparare a sparata.

 

mollacchiarsi, 26/18: «“Il gesso già si mollacchiò”». Dal sic. mollacchiu ‘molliccio’. ‘Divenir molle’.

 

mollacchieria, 656/15: «“doveva essere proprio quello, quello e quell’altro, baffi e m., il bello e bellissimo di lei”». Dal sic. mollacchiu ‘molliccio’ col suff. ‑erìa, qui spregiativo.

 

mortifera, 551/7: «Visione m., ovverossia a morti e fera». Comp. di morti e fera, secondo glossa lo stesso A.; ma non può escludersi un’interferenza di mortìfero ‘apportatore di morte’.

 

muccusaggine, 1188/9: «tornò a parlare a quella muccusa […] delle sue muccusaggini». Dal sic. muccusu ‘ragazzino’ col suff. di fanciullaggine, di cui condivide il significato.

 

musionare, 994/27: «musionò con gli occhi, come per dire». Dal sic. mmusiòni ‘movimento’.

 

mutila, 22/7: «“Non deve avere ferita né m.”». Forma abbr. di mutilazione secondo il rapporto del sic. spiega a spiegazione.

 

nerame, 316/8: «Quel n. in sovrappiù che facevano con i loro canotti rivariva». Da nero col suff. ‑ame, secondo il rapporto di pelo a pelame.

 

nerboschino, 125/1: «“è maschio e maschino, […] lo pizzicano là, al n.”». Incrocio giocoso di nerbo e (ma)schino ‘maschietto’. ‘Pène’. Non si manchi di notare l’allusione a boschino, dim. di bosco, metafora della villosità pubica.

 

nerità, 133/28: «n. di cielo e di mare». Da nero secondo il rapporto di azzurro ad azzurrità.

 

nisbarche, 58/1: «nisba barche. N.». Incrocio del gergale nisba ‘niente’ e barche.

 

nonsenseria, 95/28: «“Ehi, a voi, sentite… A voi… A voi…” l’apostrofò, prima cosí, diretto, al personale, e poi gli aggiunse però come se parlasse d’un altro: “Eh, ma che ci fa un marinaro per questi piedipiedi, eh? Che ci fa un marinaro per queste bande deserte e solinghe? Ma come? Bianchi e neri fanno la guerra lassòpra e voi quassòtto non la fate né coi bianchi né coi neri? Eh, com’è?”. // E questa n. era stata il preambolo del vecchio occhiuto e linguto». Da nonsenso col suff. ‑erìa. Secondo Andrea Cedola la nonsenseria darrighiana è «il segno di un negativo ontologico […], la negatività essenziale dell’essere nello spazio dei personaggi» (Il mare della nonsenseria”. Horcynus Orca di Stefano D’arrigo, in Nominativi fritti e mappamondi. Il nonsense nella letteratura italiana, Atti del convegno di Cassino 9-10 ottobre 2007, a cura di Giuseppe Antonelli e Carla Chiummo, Roma, Salerno Editrice, 2009, pp. 245-68).

 

notturnante, 1184/7: «quei fantasimi di figure notturnanti»; CS 24 v. 7: «quando è notte o volo | di corvi notturnanti». Part. pres. d’un supposto *notturnare ‘muoversi nella (vivere di) notte’, da notturno, sul modello di nottante ‘che veglia di notte un ammalato’.

 

nuovolamento, 945/10: «la nuvolaglia di fere superstiti si sparse nel duemari, in nuovolamenti pazzi e disperati». Nome d’azione di nuovolare.

 

nuovolare, 580/12: «nuotando, volando, nuovolando». Incrocio di nuotare e volare. ‘Nuotare spiccando continui salti simili a voli’.

 

nuovoliare, 98/28: «risaltò fuori, con nuoto con volìo, nuovoliando». V. denom. da nuovolio.

 

nuovolio, 584/14: «a ogni n. l’annacquava e gli spuliciava addosso fili d’alga»; nuovolìo, 801/9: «si spostavano tutte insieme, a n.». Incrocio di nuoto e volìo. Cfr. il commento a volìo.

 

oceanoso, 189/24: «chi viene o., viene di Gibilterra». Da oceano col suff. ‑oso. ‘Che viene dall’oceano (Atlantico)’.

 

orcarca, 1145/38: «orca, orca, o.». Incrocio di orc(a) e arca.

 

orcarogna, 908/25: «l’o. […] navigando per ponente». Incrocio di orca e (ca)rogna.

 

orcassa, 1111/16: «la stessa o. si rifaceva mare». Incrocio di orca e (carca)ssa.

 

orcassale, 1125/19: «l’orcassa […] come di sale, un’o.». Incrocio di orcassa e (sa)le.

 

orchesco, 878/29: «quella grandiosità di terrificante, o. prestigio». Comp. di orca e del suff. di gigantesco.

 

orcinato, 878/18: «il suo essere orcinuso aveva pigliato la via dell’aceto degenerando in o., dall’essere la Morte e passare per immortale all’essere un mortale, a essere morto». Part. pass. d’un supposto *orcinare, dall’agg. lat. orcinus ‘dell’averno’, ‘dei morti’.

 

orcinuso, 799/17: «“o. vuole dire […] animale mortifero”». Cfr. orcinato.

 

oreocchiamento, 1136/28: «non si trattava del solito o., del solito verso di quando oreocchiava là l’arca, che sentiva qua, di fianco a lui, dalla voce di don Luigi». Nome d’azione di oreocchiare.

 

oreocchiare, 1095/16: «oreocchiava al labialamento del cannadastendere». V. denom. da oreocchio.

 

oreocchio, 1096/31: «con o. s’intendevano non solo orecchio e occhio, ma s’intendeva, anzi si sottintendeva pure e innanzitutto, bocca». Incrocio del lat. os, oris ‘bocca’ con orecchio e occhio.

 

ossale, 1125/25: «spolverio d’o., perché il mare d’ossa di sale». Incrocio di os(sa) e sale.

 

ovarume, 418/26: «sentore d’o., di quaglio d’ova a cova». Dalla vc. dotta ovario ‘ovaia’ col suff. ‑ume.

 

ovatrice, 774/5: «l’anguilla, la misteriosa o.»; CS 43 v. 12: «quella o. in sospiri». Nome d’agente d’un supposto *ovare ‘fare le uova’.

 

padrocane, 129/18: vd. canepadro.

 

pappagallio, 1105/17: «all’origine del loro imparlamento restava, c’era sempre quello, il p., il rigurgito scagnozzaro». Da un supposto *pappagallare ‘cianciare’ col suff. ‑ìo di continuità.

 

pazziscolo, 240/8: «quel p. non faceva che spasimare per quella sua zita». Dal sic. pazziscu ‘un po’ matto’ col suff. attenuativo ‑olo.

 

perlustrata, 274/12: «Dava allora una p. a terra». Da perlustrare secondo il rapporto di guardare a guardata.

 

perlustro, 97/2: «La finanza […] fa un p. apposito». Variante a suff. zero di perlustrazione.

 

pescessa, 642/18: «la p. spariva nella grotta». Femm. di pesce. ‘Donna-pesce’.

 

pescestoccarsi, 99/29: «Il mosciame vuole scariche di sale e mesi di sole a p.». Dal sic. piscistoccu ‘stoccafisso’.

 

picciolame, 493/7: «un poco di p., parte per l’affrancatura delle lettere e parte in regalo». Dal sic. picciuli ‘quattrini’ col suff. collettivo ‑ame.

 

placentateca, CN 14/22: «la direzione della sua ormai famosa […] p.». Comp. di placenta e teca. ‘Locale dove si custodiscono placente a fini scientifici’.

 

poesiare, 242/4: «Il chitarrista greco […] poesiava il gran fatto». Da poesia sul modello di musicare e simili.

 

polipessa, 678/23: «come una ventosa di p.». Femm. di polipo.

 

pomponellare, 264/22: vd. baraondoso. Dal sic. pumpinella ‘sfottò’.

 

pomponellaro, 900/5: «in gran pomponella, s’ammassarono là, […] quelle pomponellare s’allontanarono». Dal sic. pumpinella ‘sfottò’ col suff. ‑aro di mestiere.

 

pomponelleggiare, 179/3: «le Camicie Nere al solito pomponelleggiavano con Faccetta Nera». Da pomponellare col doppio suff. iterativo ‑eggiare.

 

pomponelliare, 811/9: «si vedevano p. […] per lo scill’e cariddi». Dal sic. pumpinella ‘sfottò’ col suff. merid. iterativo ‑ïare (= ‑eggiare). Cfr. pomponellare.

 

porgiagugliate, CN 17/12: «quella che gli faceva da porgiferri, gli stava di fronte, […] l’altra, che ora gli faceva da p.». Dal tema di porgere e agugliate (arc.) ‘gugliate’.

 

porgiferri, CN 17/11: vd. porgiagugliate. Dal tema di porgere e ferri.

 

portaoccorrente, CN 29/16: vd. portasandali. Dal tema di portare e occorrente.

 

portasandali, CN 29/16: «I due ometti portavano fra le mani e sui gomiti come cose preziose, uno un paio di sandali, l’altro un rotolo di papiri e uno stilo. Erano, come seppero dal Professore, il p. e il portaoccorrente per scrivere». Dal tema di portare e sandali.

 

poverioso, 1163/18: «“l’abete p. e tristantissimo”». Da povero col suff. ‑oso. ‘Misero da far pena’.

 

premadre, CN 42/4: «ogni ricordo della parte da lei svolta, parte di p., nel creare una creatura». Comp. di pre‑ e madre.

 

premonimento, 616/22: «l’aveva sentito come per un p.». Variante di premonizione, con cambio di suff.

 

prepotenteria, 132/37: «ogni mattana e p. del mutilato». Da prepotente col suff. ‑erìa, qui insieme spregiativo e rafforzativo.

 

presala, CN 45/30: «la p. operatoria». Comp. di pre‑ e sala.

 

previggentemente, 320/19: «Dopo? O prima, p.». Dall’agg. sic. priviggenti ‘previdente’.

 

previggenza, CN 77/22: «Era tornato ancora sul padre di Narmer e non per chiedere “Si sa niente del padre?” ma per confessare a Mattia che era lui a sapere qualcosa, e non poco, di quel genio di p. paterna». Cfr. previggentemente.

 

promenare, 31/2: «“se la promena letto letto”». Comp. di pro‑ ‘avanti’ e menare ‘condurre’.

 

provvidenzioso, 778/23: «“dovrebbe farcela la grazia, st’animalone p.”». Da provvidenza col suff. ‑oso, qui insieme affettivo e rafforzativo.

 

puero, CN 106/6: «forme puere, bimbetti». Dal sost. ant. puero ‘bambino’, qui reso agg.

 

rachitoso, 95/10: «alberelli rachitosi, quasi senza più foglie». Non dal sic. rrachitusu ‘asmatico’, ma versione sincopata d’un arc. rachitidoso ‘rachitico’. ‘Spoglio e rinsecchito’.

 

raisseggiare, 1092/27: «don Luigi maganzese che qui accanto mi raisseggia». Da rais ‘capo della tonnara di posta’ col doppio suff. iterativo ‑eggiare. ‘Atteggiarsi a rais’.

 

raissità, 581/20: «come se da quel movimento delle manuncule […] volesse segnalare di lontano la sua r.». Cfr. raisseggiare.

 

rallento, 94/23: «come se lì davanti facessero un breve r.». Variante a suff. zero di rallentamento.

 

rantoliamento, 1155/16: «il r. dell’animalone». Nome d’azione del v. sic. rrantulïari ‘rantolare’.

 

ranunchiarsi, 564/28: «si ranunchia con la coda girata». Dal dial. ranunchia ‘ranocchia’. ‘Accoccolarsi come una ranocchia’.

 

rassìare, 121/16: «r. con la lancia». Da ras col suff. merid. iterativo ‑ïare (= ‑eggiare). L’accento è adibito a mansione dieretica, «secondo un uso siciliano sette-ottocentesco» (Trovato 233). Cfr. raisseggiare. D’Arrigo in Lanuzza, s.v.: «Rassiare (da ras) è simillimo di raissare (v. Raissità). Si dà ad arrassare il significato di allontanare, scostare (da cui arrasso: tenere, tenersi arrasso, lontano, discosto). Per rassiare io ho inteso: ‘fare il ras’, comportarsi da dominatore, brandendo la lancia».

 

realeggiare, 121/15: «r. con lo scettro». Da reale col doppio suff. iterativo ‑eggiare. ‘Atteggiarsi a (Darsi arie da) re’.

 

regareggiare, 842/11: «regata […] che si doveva svolgere il sabato mattina, e la dovevano r.». Incrocio di re(gata) e gareggiare.

 

resospirare, 15/5: «confusi insieme respiro, sospiro, resospirò». Incrocio di re(spirare) e sospirare.

 

riassommamento, 721/39: «la poderosa operazione del suo risveglio e r.». Nome d’azione di assommare ‘venire a galla’ col pref. ri‑ ripetitivo.

 

ribellatamente, 937/16: «andava r., sopra, sotto, nel rigonfio spumeggiante». Dal part. pass. di ribellare. ‘Con violenta agitazione’.

 

ribellionamento, 80/25: «un r. schiumoso e la rena che subito si spugna». Nome d’azione d’un supposto *ribellionare, da ribellione. ‘Sconvolgimento’, ‘Violento rimescolio’.

 

ribellionatamente, 1129/2: «quasi solo per istinto, r.». Lo stesso che ribellatamente, ma da un supposto *ribellionare. Cfr. ribellionamento.

 

ribollore, 428/30: «in un r. di schiume». Da bollore col pref. ri‑ iterativo.

 

riecheggio, 275/33: «un fracasso di vetri, con un r. lungo». Da riecheggiare.

 

riesumo, 78/37: «a r. di tutto». Variante a suff. zero di riesumazione secondo il rapporto di riepilogare a riepilogo, di cui condivide il significato. Si veda come l’aberrante sostituzione di riassumere col paronimo riesumare incarni appieno l’oltranzismo espressionistico d’una lingua poetica mirante a riprodurre — non già, si badi, a puramente rispecchiare — il milieu socio-culturale dei personaggi di cui canta e glorifica le gesta; un criterio estetico-formativo il cui raggio d’influenza investe violentemente tanto il livello morfosintattico quanto il mero àmbito ortografico.

 

rifiammare, 571/11: «come un r. del cuore dalla sua stessa cenere». Comp. del pref. ri‑ intensivo-ripetitivo e dell’arc. fiammare ‘fiammeggiare’.

 

rifocillo, 1207/16: «avevano dato r. a quei pezzentieri». Nome d’azione a suff. zero di rifocillare.

 

rimmeschinito, 1090/36: «r., rimmignonito, da fare pietà». Part. pass. d’un supposto *rimmeschinire, da meschino col doppio pref. ri‑ intensivo e in‑ illativo.

 

rimmignonirsi, 64/38: «se ne calò tutta, tornando a r. nell’ombra della madre». Dal sic. mignuno ‘piccoletto’, ‘meschino’ col doppio pref. ri‑ intensivo e in‑ illativo. ‘Rimpicciolirsi’. Cfr. ammignonarsi e immignonarsi.

 

rincugnato, 1159/27: «rincugnati come acciughe nel cugnetto col sale». Dal sic. ncugnatu part. pass. di ncugnari ‘stipare’, ‘ammassare’ col doppio pref. ri‑ intensivo e in‑ illativo.

 

rinsordire, 1113/32: «gli riempiva gli orecchi rinsordendolo». Da sordo col doppio pref. ri‑ intensivo e in‑ illativo. ‘Rintronare’.

 

rinverginire, 1118/6: «venature del pino rinverginite fresche da ascia e pialla». Variante di rinverginare.

 

risospiro, 446/34: «sospiri e risospiri». Da risospirare ‘sospirare di nuovo’.

 

rivivibellionamento, 804/28: «lo strabiliante r. dell’animalone, che di punto in bianco si scatenava furiosissimamente». Incrocio di rivivi(scenza) e (ri)bellionamento.

 

rodomontaro, 1039/17: «“tutto spagnato da quel r. là”». Da un ant. rodomontesco ‘millantatore’ (come il personaggio del Boiardo e dell’Ariosto) con sostituzione del suff. spregiativo ‑aro ad ‑esco derivativo. Cfr. marfisara.

 

rompischiene, 664/19: «quelle vogliose r. sempre inappagate». Dal tema di rompere e schiene. ‘Ninfomane’, ‘Affamata di sesso’.

 

roncisvallarsi, 341/34: «“E vi impressionò lo stato in cui si ridussero? […] si roncisvallarono”». Da Roncisvalle (la località spagnola in cui, secondo i poemi cavallereschi, la retroguardia dell’esercito di Carlo Magno, guidata da Orlando, fu assalita a tradimento e sterminata). ‘Andare in rovina, incontro alla disfatta’.

 

roncisvallo, 517/7: «impresa roncisvalla». Agg. tratto da Roncisvalle. Cfr. roncisvallarsi. ‘Disastroso’.

 

roncisvalloso, 810/32: «quel grande r. concentramento di fere oceaniche». Da roncisvallo col suff. ‑oso.

 

rossìo, 402/39: «qualche r. come di foglia di vite». Dal sic. rrussïari ‘arrossarsi’, ‘rosseggiare’.

 

rossosanguigno, 952/25: «mare stranamente colorato di r. come fosse tempestato di corallo porporino». Da rossosangue ‘colore rosso intenso simile a quello del sangue’ col suff. alterativo ‑igno.

 

rossosanguoso, 866/5: «tonno […] r.». Comp. di rosso e del sic. sangusu ‘di color rosso intenso’.

 

ruscellio, 241/22: «r. di lagrime». Dall’arc. ruscellare ‘scorrere a mo’ di ruscello’ col suff. intensivo-iterativo ‑ìo. ‘Intenso e continuo sgorgare’.

 

ruttaggio, 572/21: «quel ridere di mattino, aggiunto al r., gli faceva buon sangue». Da ruttare secondo il rapporto di bloccare a bloccaggio.

 

saltomortalare, 261/29: «saltomortalava sempre entro il medesimo cerchio di mare». V. denom. da saltomortale (vd. tra i Composti giustappositivi e univerbazioni).

 

sardame, 897/8: «quello sterminio di s.». Da sarda ‘sardina’ col suff. collettivo ‑ame.

 

sbiforarsi, 664/27: «“questa callosità si sbiforò tra le cosce”». Da bifora col pref. s‑ intensivo-conclusivo. ‘Sdoppiarsi a mo’ di bifora’.

 

sbisognarsi, 55/10: «s. di corpo». Da bisogno col pref. s‑ sottrattivo. ‘Soddisfare un bisogno’.

 

sblasata, 574/8: «ogni volta che apriva bocca, era per dire un cofano e una sporta di sblasate e spavalderie». Dal sic. sbrasata ‘smargiassata’, ‘spacconata’. «Sbla‑ invece di sbra‑ è dovuto a iperitalianizzazione» (Trovato 251).

 

sboccazzarsi, 849/24: «“vi sboccazzaste tutto”». Dal sic. bbuccazziàrisi ‘sparar fanfaronate’ col pref. s‑ intensivo o da sbuccazziàri ‘vantarsi’, ‘parlare a sproposito’.

 

sboccheggiare, 300/26: «s. di sangue». Dall’ant. sboccare ‘uscire dalla bocca’ col doppio suff. iterativo ‑eggiare.

 

sbordelliare, 309/1: «martellava con la stampella, sbordelliando». Da un ant. sbordellare ‘far chiasso’ ‘disturbare’ col suff. merid. iterativo ‑ïare (= ‑eggiare).

 

sboriamento, 232/1: «svagamento d’occhi e s. di pensieri». Nome d’azione del sic. sburïari ‘svagarsi’.

 

sbuffanteria, 1085/10: «le borie, le scattosità e sbuffanterie». Da sbuffante col suff. ‑erìa. La sostituzione paronimica del peregrino sbuffare al più congruo sbruffare sarà motivata dalla vocazione agglomerante e insieme mimetica (cfr. il commento a riesumo) della lingua darrighiana.

 

scadenziare, 40/24: vd. intolettarsi. Da scadenza col suff. merid. iterativo ‑ïare (= ‑eggiare). ‘Mestruare’.

 

scagnozzame, 200/31: «Duardo e l’altro s.». Da scagnozzo col suff. collettivo-spregiativo ‑ame.

 

scagnozzeria, 966/29: «niente di quello che dietro di loro diceva […], nessuna di quelle scagnozzerie furfantesche, poteva fargli girare quel loro orecchio dall’orcaferone sopra lo scagnozzo». Da scagnozzo col suff. collettivo ‑erìa.

 

scaltreria, 468/6: «Dove non arrivava la sua s.». Da scaltro col suff. ‑erìa.

 

scaltriarsi, 111/28: «ribatté il vecchio, scaltriandosi negli occhi». Dall’ant. scaltrare ‘farsi astuto’ col suff. merid. ‑ïare (= ‑izzare).

 

scandaliamento, 1083/13: «a solo suo s. e scandalizzamento». Nome d’azione del sic. scannalïari ‘insospettirsi’, ‘avvedersi’, ‘ammalizzirsi’.

 

scantesimamento, 1068/24: «Fu semplicemente che gridai o fu qualcosa di particolare che gridai e li scantesimò da quella vista, anche se lo s. fu cosa d’un attimo». Nome d’azione di scantesimare.

 

scantesimare, 1068/24: «li scantesimò da quella vista». Contr. di incantesimare.

 

scardiato, 560/22: «c’era sempre quella palella centenaria gettata in un angolo, e per quanto scardiata e smangiata di sale, pigliò quella». Agg. denom. da scardia ‘scheggia’, ‘un tantino di checchessia’. ‘Scheggiato’.

 

scarognare, 1112/38: «rigettava fuori ogni schifoso ingombro, ogni immondezza, nettava, scarognava». Da carogna col pref. s‑ sottrattivo. ‘Espellere, vomitare le carogne ingurgitate’.

 

scaterattamento, 850/34: «lo s. di lagrime». Nome d’azione d’un supposto *scaterattare, da cateratta con s‑ sottrattivo. ‘Intenso sgorgare’.

 

scattosamente, 576/2: «rigirando s. la testa». Dal sic. scattusu ‘arrogante’, ‘impulsivo’, ‘facile agli accessi d’ira’.

 

scavallonamento, 101/15: «“accavallamenti e scavallonamenti di fere”». Variante di scavallamento, da cavallone anziché da cavallo.

 

scheletratura, 1110/24: «pareva che l’orcagna perdesse quel fantastico biancheggiare che dava il sale alla sua s. a bombé». Astratto d’un supposto *scheletrare. ‘Struttura ossea’.

 

schiumamento, 887/33: «tra grandi schiumamenti rossastri». Nome d’azione di schiumare.

 

schiumeggiamento, 761/1: «si alzavano per molti metri le schiume […], in uno di questi grandi schiumeggiamenti». Nome d’azione di schiumeggiare.

 

scialibare, 175/38: «se la sfessavano, scialibando laddèntro». Lanuzza rinvia a un non attestato scialibïari ‘gozzovigliare’ (scialibbia ‘giorno di festa e d’allegria’, scialìbbiu ‘gozzoviglia’, ‘bagordo’) privato del suff. merid. iterativo ‑ïare (= ‑eggiare).

 

scialibi, 123/31: «“allettato da questo s. di femmine”». Cfr. scialibare.

 

sciampagneria, 1193/36: «quella s. di spirito». Dal sic. sciampagnïari ‘darsi sollazzo’, col suff. ‑erìa.

 

scimare, 647/33: «E ogni volta che ne parlava, trafficando cogli ami fra le dita, cogli ami al petto, cogli ami fra le labbra, faceva pensare a una sarta che con ago e filo, spille e spilloni, ci lavorava intorno alla persona, alla vita, e le imbastiva, impuntava, scimava, figura per figura, modellandogli spalle, fianchi, petto, pettìna». O dall’ant. scima ‘gola diritta’, e dunque ‘ravviare’, ‘correggere’, o dall’ant. e dial. scimare (cfr. GDLI s.v.) ‘attenuare un difetto’, ‘ridurre la misura di qualcosa’. Così Trovato: «Il commento di Alvino: “dall’ant. scima ‘gola diritta’. ‘Ravviare’, ‘Correggere’” mi pare piuttosto fuorviante. Innanzi tutto sul piano del significato che — come si desume dal contesto (l’imbastiva che precede è l’esatto contrario di scimava) — è quello esposto in lemma [“disimbastire, togliere i fili dell’imbastitura”] e non quello di ‘ravviare’ o ‘correggere’, e poi su quello del significante, che è un derivato formato con [s-] con valore negativo e cimari ‘imbastire’» (257). Interpretazione seducente ma non persuasiva, sia perché dal contesto non si desume affatto che scimava sia «l’esatto contrario» di imbastiva (è anzi noto che, dopo l’impuntatura degli spilli, il sarto suole tirar la stoffa per attenuarne i difetti, ridurne la lunghezza o altro) sia in quanto un jongleur della parola come D’Arrigo non avrebbe mai resistito alla tentazione di far collidere due contrarî (cimava e scimava, come «a modo o smodo», «fame e sfame», «fasciame, sfasciame», «regno e sdiregno», «vedere e svedère» ecc.). Che, infine, si tratti d’un «derivato formato con [s-] con valore negativo e cimari» è ipotesi dell’analista e non già un dato di fatto incontrovertibile, come egli sembra assumere.

 

sconchigliamento, 581/30: «quello s. di fianchi, quel cernicerni del culo a mandolino come se glielo pizzicassero, quella mossa, insomma». Nome d’azione di sconchigliarsi.

 

sconchigliarsi, 117/5: «“Miratele voi, vecchie e giovani, fate questa prova e vedrete come si sconchigliano tutte”». Da conchiglia col pref. s‑ sottrattivo. ‘Aprirsi come (Muoversi assumendo la sensuale flessuosità di linee di) una conchiglia rendendosi completamente disponibile’.

 

sconsertirsi, 1122/6: «barca che […] avevano messo in disarmo, a finire di s. all’acqua e al sole». Da conserto ‘congiunto’, ‘intrecciato’ col pref. s‑ sottrattivo. ‘Sfasciarsi’, ‘Sconnettersi’.

 

scorazzare, 659/13: «un gambero imperiale che va scorazzato». Da corazza col pref. s‑ sottrattivo. ‘Privare della corazza’.

 

scorollarsi, 771/10: vd. incorollarsi. Da corolla col pref. s‑ sottrattivo. Contr. di incorollarsi.

 

scoscenzioso, 995/21: «s. e duro di cuore». Comp. di s‑ negativo e coscienzioso. Quanto all’aberrazione ortografica cfr. il commento a riesumo.

 

scotrumbamento, 584/36: «si trattò più d’una toccatina a volo d’uccello che d’un vero e proprio s.». Nome d’azione del v. gergale sic. scuṭṛummari ‘sfiancare’, ‘slombare’, ‘conciare per le feste’, ‘travolgere qualcosa o qualcuno con grande rumore’.

 

scotrumbo, 530/12: «quel cavallone pazzo […], con spaventevole s., si precipitava sopra marine e alture». Variante a suff. zero di scotrumbamento.

 

scurosità, 37/22: «dentro ancora nella s. del boschetto». Dal sic. scurùsu ‘scuro’.

 

sdillabaviarsi, 1114/37: vd. defagliare. Incrocio dei vv. sic. sdillabbrari ‘slabbrare’ e bbavïari(si) ‘emettere bava’.

 

sdillabbramento, 1028/9: «il sillabamento, per non dire s.». Nome d’azione del sic. sdillabbrari ‘slabbrare’.

 

sdiregnamento, 520/34: «una bomba gettata dall’aeroplano […] sfracellava case e persone dei Castorina. […] Quella dello s. dei Castorina era stata una calma, stellata notte di agosto». Dal sic. sdirrignari ‘distruggere’.

 

sdiregnatore, 333/3: «“sapete che è quel dindin per quelle sdiregnatrici? Oppio.”». Nome d’agente del sic. sdirrignari. Cfr. sdiregnamento.

 

sdiregno, 499/1: «Forse era veramente venuto il tempo loro, il tempo del loro regno e s.». Lo stesso che sdiregnamento.

 

sditare, 261/20: vd. ditare. Da ditare col pref. s‑ sottrattivo.

 

sdolcezza, 23/32: «“la seviziò con sdolcezze”». Variante di sdolcerìa, con cambio di suff.

 

sdraieria, 79/17: vd. latrineria. Da sdraia ‘sedia a sdraio’ col suff. ‑erìa. ‘Dormitorio’.

 

segretoso, 20/34: «tutta segretosa, d’un fiato, gli disse». Da segreto col suff. ‑oso. ‘Guardingo’.

 

serpentessa, 125/38: «in apparenza di draghesse e serpentesse». Femm. di serpente. ‘Donna infida, che cattura il maschio nelle sue spire’.

 

servilitude, 135/34: «pretendete rispetto, deferenza, s.». Da servile, fatto paretimologicamente discendere da un lat. *servilitudo.

 

settimanino, CN 179/7: «qua uno stipo, là un s.». Dal sic. settimanili o sittimanili ‘cassettone’.

 

sfacchinaggio, 667/21: «sobbarcarsi a quello s.». Comp. del pref. s‑ intensivo e facchinaggio. ‘Sgobbata’.

 

sfaccia, 810/11: «quella impronta di s. a sfottò che gli sagomava becco, occhietti e frontina». Da faccia col pref. s‑ sottrattivo o da sfacciato. ‘Smorfia’.

 

sfame, 287/15: «fame e s.». Comp. del pref. s‑ sottrattivo e fame. ‘Nutrimento’.

 

sfantasiatore, 1181/3: «quella sfantasiatrice di donna Cristina». Nome d’agente del sic. sfantasïari ‘fantasticare’, ‘arzigogolare’, ‘svagarsi’.

 

sfantasievole, 883/21: «s. passatempo». Cfr. sfantasiatore.

 

sfasciame, 1115/15: «fasciame, s. di quella sbavatura di barca». Da fasciame col pref. s‑ sottrattivo. ‘Fasciame sfasciato’.

 

sfessarsela, 175/38: vd. scialibare. Da sfessiarsi.

 

sfesseggiamento, 650/26: «cinque minuti di s.». Da un supposto *sfesseggiare. Cfr. sfessiarsi.

 

sfessiarsi, 618/5: «aveva una fera da sventrare, aveva da s. con lo scorciatore». Dal sic. sfissiàrisi ‘spassarsela’, ignoto ai lessici «ma di largo uso in Sicilia» (Trovato 246).

 

sfessimento, 976/25: «sotto quell’apparenza di s., come un rimbambinito». Variante di infessimento, con sostituzione di s‑ intensivo a in‑ illativo. Lanuzza rinvia a un non attestato spissamentu.

 

sfetere, 758/11: «col rutto in punta, che a tante magari sfeteva in gola». Da fètere ‘mandar fetore’ col pref. s‑ intensivo.

 

sfiguro, 903/4: «quello s. là che già stava in mare [l’orcaferone]». Comp. di s‑ intensivo e figuro.

 

sfogacazzi, 1215/31: «Ciccina Circé, […] che si faceva quella bella passata di cazzi […] questa s. qua». Dal tema di sfogare ‘saziare le brame sessuali’ e cazzi.

 

sfottisterio, 576/21: «sfottò di risatelle caprigne e s. di scorreggette». Da sfottere, su calco del sic. futtisteriu ‘coito’.

 

sgoccioliare, 1203/19: «quella diecina di sbarbatelli che il Maltese aveva sgoccioliato fra i meno peggio». Da sgocciolare col suff. merid. iterativo ‑ïare (= ‑eggiare). ‘Selezionare con cura’.

 

sgorgogliare, 894/38: «Rifiuti e bastardelli lo pizzicavano qua e là, attorno attorno, o avvorticati, gli sgorgogliavano sotto, originando creste e marosi». Da gorgogliare col pref. s‑ intensivo. ‘Gorgogliare vorticosamente’.

 

Gli articoli già pubblicati nell'àmbito della serie La parola verticale. L'italiano degli autori, scritta e curata da Gualberto Alvino:

 

L’Ignoto marinaio di Consolo

Coniazioni originali nel primo Consolo

L’evoluzione stilistica del primo Pizzuto

La parola dell’ultimo Pizzuto

Artificio e autenticità in Gesualdo Bufalino

Per un'insaziata ricerca d'inattualità. La lingua di Bufalino

La «cosa verbale» di Sandro Sinigaglia

I Peccati di lingua di Sandro Sinigaglia

La parola orcinusa (Stefano D’Arrigo)

La parola orcinusa - 2 (Stefano D’Arrigo)

La parola orcinusa - 3 (Stefano D'Arrigo)

La parola orcinusa - 4 (Stefano D'Arrigo)

 

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