23 marzo 2020

«Ma tu, il tuo male, lo vuoi?» Sui poemetti di Ottiero Ottieri, tra prosa e versi

Ottieri: prima di tutto narratore?

 

Ottiero Ottieri nasce a Roma nel 1924, muore a Milano nel 2002. Estremi biografici che danno una direttiva, immediatamente: «Roma è il mio essere, Milano il mio dover essere», scrive in La linea gotica. Taccuino 1948-1958 (Bompiani, 1963), perché è impegnata la strada (nel 1948, quando comincia a collaborare con la Mondadori) già a lungo battuta da chi cercava lavoro lontano da casa, verso il centro economico e industriale d’Italia, e che sarà grosso modo, con partenza diversa, la medesima di Luciano Bianciardi – non si conoscono i rapporti tra i due autori, pur emergendo il denominatore comune della condizione psicologica dello «spatriato» (direbbe D’Arrigo), dell’intellettuale in cerca del “popolo”. Esiste una lettera, però, la cui bozza è conservata al Centro Manoscritti di Pavia, successiva al 1955, in cui questa “complicità” è manifesta. O ancora, in La storia del PSI dal centenario della nascita (Guanda, 1993):

 

Ma quando mi trasferii da Roma a Milano

non sapeva bene che lo facevo

per fuggire lui e mia madre,

per conoscere, come Simone Weil

la condizione operaia.

 

Ad ogni modo, Ottieri è celebre soprattutto per la sua produzione “industriale”, in prosa (ispirata alla Weil, profondamente): Tempi stretti (Einaudi, 1957), Donnarumma all’assalto, (Bompiani, 1959), il già ricordato La linea gotica, anticipato dal Taccuino industriale, assemblato da Elio Vittorini per il Menabò n. 4 (1961). Tutti scritti “da dentro” l’esperienza di fabbrica, un interno-esterno però, essendo Ottieri «psicotecnico» e cioè selezionatore del personale, in una distanza con gli operai che si dimostra spesso diastratica. Prima alla Olivetti di Ivrea e di Milano e poi, per la salubrità dell’aria meridionale, ammalatosi di meningite, anche a Pozzuoli, nella fabbrica progettata avanguardisticamente da Luigi Cosenza. Si avvicinò alla poesia tardi, in senso assoluto e in senso relativo, se pensiamo anche ai tanti scrittori che conducevano le due “strade” parallelamente fin dall’inizio (Fortini, Pasolini, Volponi). E questo “ritardo” non favorisce di certo il suo riconoscimento. Pensiamo al consiglio di Andrea Zanzotto pubblicato sul «Corriere della Sera» nel maggio 1986: riferendosi a Tutte le poesie. Il pensiero perverso. La corda corta, con ottanta nuove poesie, uscito quell’anno per Marsilio, sottolinea come sia «un libro della massima importanza nella poesia italiana del dopoguerra, anche se scritto da un romanziere [corsivo mio]». Potrebbe essere eco di una dichiarazione di Ottieri stesso, che non era lontano dalle autorappresentazioni: «[la poesia è] eruzione irrazionale, nasce senza che io la premediti. Sono un narratore, tutti i miei libri di poesie nascono come un miracolo. O forse nascono da un fenomeno di estenuazione della prosa». (Ottieri, intervista maggio ’86)

Ancora adesso è riconosciuto come prosatore, o soprattutto prosatore, ma non dovrebbe essere così. Anche perché c’è un rapporto di natura genetica tra prosa e poesia, sia filologicamente sia, come è naturale, linguisticamente e stilisticamente: Claudia Bonsi illumina, attraverso le carte del Centro Manoscritti di Pavia, la genesi dei Poemetti (Einaudi, 2015), per cui originariamente la riga rappresentava il verso, poi frammentata nelle redazioni successive (un «continuum prosastico a vocazione lirica»).

 

«Mi sono ritrovato a pensare così spontaneamente»

 

Valgono le considerazioni di Carla Benedetti su Il pensiero perverso (1971), il primo libro in versi di Ottieri: le ragioni dell’avvicinamento alla poesia sono diverse, a partire dalla necessità di ricerca di un nuovo stile e dall’aspetto “liberatorio” della poesia e dall’apertura di possibilità (contro la minaccia della trama e della sua gratuità in prosa, così che gli riuscì sempre una pseudo-autobiografia e mai una costruzione – la marquise sortit à cinq heures). Non meno importanti la stretta parentela della scrittura in poesia con il colloquio psicanalitico, condotto per associazioni libere; o ancora una aderenza della poesia al procedere “rotto” del pensiero ossessivo e dell’ansia (così Maria Pace Ottieri), e infatti per Giovanni Raboni – lo stesso Raboni che “faticava” a definirlo poeta, più “scrittore in versi”, ripetendo il pudore di Ottieri che chiamava «righe corte» i suoi versi: «[Ottieri] non è mai stato un poeta lirico, è stato un poeta direi per necessità dello sviluppo interno della sua prosa […]. A un certo momento sente il bisogno di ritmare il suo pensiero e la sua scrittura con il ritmo, con le pause, le possibilità di ripresa e di ripetizione della versificazione. E questo dapprima come analizzatore di se stesso e della propria malattia» (Convegno del 2003, Le irrealtà quotidiane).

Anche se Benedetti dà importanza “relativa” a questo correlativo psicologico, quando è da dar maggiore credito all’importanza della libertà tecnica dello strumento poetico, che sembra in effetti centrale.

 

I testi "ibridi"

 

C’è anche un fattore insolito a incidere sulla versificazione della prosa, qualcosa come un recupero del teatro come genere in versi. Ottieri scrive due testi strettamente teatrali (e dunque rappresentati): I venditori di Milano (1960) e L’assemblea deserta (1962). Già si percepisce un barlume di versificazione, soprattutto nei punti dialogici, botta e risposta fondati sull’arguzia, come se ogni enunciato fosse una sentenza, una chiusura a effetto. Non a caso La psicoterapeuta bellissima (Guanda, 1994; recentemente ristampato) è un testo pseudo-teatrale accompagnato da un poemetto, Le guardie del corpo, irrelato. La scelta, non tematica, né affabulatoria, è piuttosto stilistica. L’irrappresentabilità, tra l’altro, degli “atti” fa pensare più alla scrittura per il cinema, che pure Ottieri ha frequentato (L’impagliatore di sedie, 1964, per esempio). E non a caso, ancora, Il poema osceno (Longanesi, 1996) è un prosimetro di oltranza erotica, sulla linea tracciata da La psicoterapeuta bellissima.

 

Movimentare la prosa

 

Quindi, dipendenza creativa e dunque filologica dalla prosa; questioni di “poetica esplicita”, e rottura delle soglie di genere con l’accostamento, nello stesso libro, di prosa e poesia. A livello testuale, linguistico e stilistico, su cosa si fonda la “distinzione” tra la prosa e la poesia (che equivale, per scarto, a individuare un “carattere” poetico?). Sul tema no – sarebbe superficiale credere che l’irrompere del tema psicanalitico e erotico faccia voltare le scelte tecniche (quanti libri in prosa sono scritti a proposito?). La “libertà” di cui si parlava precedentemente è una libertà dalla variatio erroneamente imputata a Petrarca e una libertà più strutturale, più invasiva, di tipo argomentativo. La poesia può permettersi di saltare alle conclusioni senza un processo dimostrativo scientifico, e questo salto si realizza nelle forme dell’aforisma e spesso dell’invettiva, un comico nella retorica fondato sul “paradosso della logica” (Eco) e cioè sulla reversibilità delle parti dell’enunciato.

La sostanza prosastica viene dunque movimentata, ancor più specificamente, da due “forze”: 1) l'iterazione, con legami strofici, o ancora con anafore ed epifore, omeoarti e omoteleuti, assonanze, consonanze e allitterazioni, ma soprattutto con le rime, dalla funzione “propulsiva” (Magrelli); 2) il tono affabulatorio, nell’ordine dell’aforistico, già sottolineato e centrale per Benedetti, il quale punta nondimeno sul contrasto naturale che si crea tra riprese letterarie classiche e il contesto iper-contemporaneo, tra sintassi talvolta programmaticamente aulica (anacoluti, anastrofi, citazioni) e l’argomento trattato, sull’invettiva. Qualche esempio dai Poemetti (Vi amo, 1988; L’infermiera di Pisa, 1991; Il palazzo e il pazzo, 1993), pubblicati per Einaudi nel 2015. A partire dal brano scelto per la copertina del volume Einaudi, da L’infermiera di Pisa:

 

Aveva fatto della clinica un mondo,

del mondo una clinica.

Libertà va cercando ch’è sí cara,

libertà va cercando.

Sveglio presto, addormentato tardi

sognava libertà ad occhi aperti.

Libertà da tutto.

Dalla stanzetta, come una gabbietta

senza foce nel mondo,

dai misteriosi seni dell’infermiera di Pisa,

in cui pur voleva ingabbiarsi.

 

Reversibilità logica nei primi due versi, citazione con ricontestualizzazione dal Purgatorio di Dante (Canto I, v. 71), descrizione pseudo-autobiografica con l’inevitabile motivo erotico pur reso con anastrofe («misteriosi seni»). Rime “propulsive” [segnalazioni mie in grassetto] tanto strutturali da andare oltre il palese stanzetta-gabbietta: il movimento è dato dall’anticipazione tutto e, in modo particolare, con l’ipermetro ingabbiarsi (novenario che può leggersi, volendo sottolineare il significante rimico, come settenario), quando i precedenti «Dalla stanzetta […] mondo» sono endecasillabo e settenario, con rispetto eventuale di una metrica leopardiana.

L’accostamento inusuale, dunque, il ribaltamento, l’arguzia, che si avvale senza dubbio di conoscenze settoriali, soprattutto nell’ambito della psicologia e della filosofia politica (certo della letteratura) quasi a dare il ritratto di un personaggio-paziente di gran lunga “schermato”, incurabile.

 

Volevamo questo ben-essere    

che travalica i più irsuti colli      

dell’esserci, spazza      

i più sordidi e molli       

giacimenti, oppure gli urli          

e i vorticosi risucchi dell’angoscia.

Ben-essere o non ben-essere.  

 

Dove l’anastrofe aggettivo-sostantivo (addirittura con dittologia «sordidi e molli») rinforza la rima, e tutela la resa enfatica della descrizione dell’“angoscia”. E la chiusa quasi a capitalizzare ulteriormente l’assoluto shakespeariano già volto in Avere o non avere da Carmelo Bene nei suoi diversi Amleto.

E ancora lo splendido incipit di Il palazzo e il pazzo:

 

Nel mio palazzo non c’è cazzo   

di palafreniere, cameriere, portiere.        

Io, in quanto pazzo, mi ci aggiro in mutande.

 

Senza dimenticare che in questa immanente ironia l’io lirico trova una condanna:

 

«Nel male psichico

non v’è rivoluzione.

Il rivoluzionario,

deve essere sano»

asseriva forte Musatti

(L’infermiera di Pisa)

 

Attento! Il gioco verbale

è privilegio della malattia mentale

e della pubblicità,

non della classe operaia.

La classe operaia ha sempre

amato poco l’ironia e i doppi sensi.

(Il palazzo e il pazzo)

 

Sia i socialisti, sia i comunisti

scopavano poco e questo

è molto importante,

come si vedrà in futuro.

Il principio del piacere

andava completamente annegato

nel principio di rivoluzione.

(Storia del PSI nel centenario della nascita)

 

Il fantasma della prosa argomentativa

 

Insomma, si noti come il “fantasma” della prosa (genetico o meno) aleggi sempre, e venga scacciato solo attraverso gli espedienti ritmici e fonici delle ripetizioni, con l’incremento (vietato in quella prosa secondo-novecentesca) delle inversioni sintattiche, con l’intertestualità, e soprattutto con una retorica del comico basata su un processo aforistico, dunque di chiusa sentenziosa che però si riavvia ad ogni unità discorsiva, anche perché falsificabile, con intenzioni di satira, di ironia riflessa su di sé, di libertà in quanto tale, libertà dalle maglie dell’argomentazione filosofica, del documentarismo, della sociologica e della psicologia. E un esempio a chiusura, per richiamare il titolo dell’articolo, sottolinea quanto sia importante l’utilizzo dell’avverbio in Ottieri, all’interno dei fenomeni di ripetizione – come non pensare al cambio dal latino -modo all’italiano -mente, che lascia intendere una modificazione cognitiva? – soprattutto sfruttando l’omoteleuto morfologico:

 

C’era anche uno scrittore di grido

che chiese: Ma tu, il tuo male,

lo vuoi?

Non sono così onnipotente,

psicanaliticamente risposi.

 

Bibliografia

Ottiero Ottieri:

Storia del PSI nel centenario della nascita, Guanda, 1993.

La psicoterapeuta bellissima, Guanda, 1994.

Poemetti. Vi amo, L’infermiera di Pisa, Il palazzo e il pazzo, prefazione di Valerio Magrelli, Einaudi, 2015.

Carla Benedetti, L’ansia, la grazia, l’aforisma, in Le linee gotiche di Ottieri. Percorsi testuali, «Autografo», XXI (2013).

Claudia Bonsi, L’«estenuazione della prosa», genesi dei Poemetti di Ottieri, in La scatola a sorpresa. Studi e poesie per Maria Antonietta Grignani, Franco Cesati Editore, 2016.

Umberto Eco, Wilde. Paradosso e aforisma in Sulla letteratura, Bompiani, 2016.

 

Sitografia

Archivio online: http://www.ottieroottieri.it/?page_id=8

 

Immagine: Ottiero Ottieri con la scrittrice-fototografa Carla Cerati, primavera 1977

 

Crediti immagine: Mario Biondi writer / CC BY-SA (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)

 

 


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0