24 marzo 2020

La lingua italiana nelle canzoni

Le lingue nella musica leggera

Dopo essermi occupato di canzoni che trattano incidentalmente di esperienze di apprendimento di lingue straniere (vedi link in calce a questo articolo), mi soffermerò in questo contributo sulle (in verità poche) canzoni esplicitamente incentrate sulla lingua italiana e sugli usi che ne fanno i suoi parlanti.

 

La nostra lingua italiana di Cocciante

 

Pubblicata nell’album Eventi e mutamenti del 1993, La nostra lingua italiana di Riccardo Cocciante è probabilmente l’unico brano della musica leggera dedicato alla lingua nazionale. La canzone, nel cui testo la parola lingua apre quasi in ogni verso, consiste in una rassegna, invero abbastanza scontata, di simboli di italianità («lingua di marmo antico di una cattedrale», «lingua di barche e serenate a mare», «lingua che parla di palazzi e fontane»), immagini di paesaggi italici («lingua di monti esposta a tutti i venti»), contesti d’uso della lingua:

 

Ed è per strada mentre lavora tra la gente

E l'onda dello stadio e l'urlo della folla

In trattoria mentre mangia e beve allegramente

 

e prodotti del made in Italy:

 

E una donna snella che vince nella moda

E guida un’auto rossa prestigio della strada

Poi si sposa con la luce e come un faro

Proietta al mondo il grande cinema italiano

Il grande cinema italiano

Lingua dell’opera

Lingua del bel canto che canta con violini.

 

Non mancano riferimenti diretti alla storia della lingua e al ruolo di Dante:

 

Lingua ordinata da un uomo di Firenze

Che parla del cielo agli architetti

Lingua nuova, divina, universale

La nostra lingua italiana

 

O anche riferimenti agli esiti del contatto tra l’italiano e altre lingue:

 

Lingua dello spazio e termini in inglese

Della scissione a freddo e formule in francese.

 

La nostra lingua italiana, che secondo Coveri (in stampa) è «magniloquente e retorica, fastidiosa per l’insistita ripresa anaforica della parola lingua [e che] finisce per dare del Belpaese un ritratto da cartolina illustrata», può essere inserita a pieno titolo in quel filone di canzoni dedicate all’Italia e ai suoi abitanti di cui fanno parte brani come L’italiano di Toto Cutugno (1983) o Italia di Mino Reitano (1988), ma anche canzoni di maggior pregio artistico come Viva l’Italia di De Gregori (1979) o La terra dei cachi di Elio (1996) (Coveri in stampa; su questo filone v. anche Antonelli 2010).

A proposito della scelta del titolo con il possessivo “nostra”, che nel testo ricorre ben quattro volte, mi pare interessante ricordare un’osservazione di Harro Stammerjohann (2013: 10), secondo il quale «solo gli italiani […] si riferiscono alla lingua italiana dicendo o scrivendo “la nostra lingua”».

 

Piuttosto di Lariccia

 

Per trovare canzoni più recenti dedicate alla lingua italiana bisogna spingersi, se si esclude Come parli l’italiano di Jovanotti (2008), esempio di testo multilingue inglese-italiano-spagnolo, fino al 2014. Tra quell’anno e il 2018 si contano ben tre brani incentrati su specifici fenomeni dell’italiano contemporaneo, tutti e tre accomunati da un atteggiamento ironicamente stigmatizzante e prescrittivo.

Al piuttosto che usato con funzione disgiuntiva, innovazione «d'origine settentrionale, sbocciata in un linguaggio certo non popolare e probabilmente venato di snobismo» (Castellani Pollidori 2002; ma cfr. anche Bazzanella, Cristofoli 1998; Mauri, Giacalone Ramat 2015; Renzi 2012, Alvino 2016 e La Fauci 2016), è dedicata Piuttosto di Giacomo Lariccia (2014), canzone apprezzata anche dall’Accademia della Crusca.

Scagliandosi contro il piuttosto che disgiuntivo, il testo di Lariccia mette alla berlina specifiche categorie socio-antropologiche (e anche una specifica persona), considerate rappresentative di una Milano per la quale il cantante non nasconde la sua avversione:

 

Lo devo ammettere che c’ho anche provato

A usarlo con il tono di un cummenda navigato

Ma sono allergico non posso farci nulla

Se lo sento penso subito Minetti e bunga bunga

Alle labbra un po’ a canotto, alle sfilate

A chi beve lo Spritz col vino bianco anche d’estate

Alla Milano che si beve che pippa e s’ubriaca

E che di quest’Italia è diventata prostituta

 

La satira sociale è, d’altra parte, strettamente connessa con la satira più direttamente linguistica:

 

Moda della lingua un po’ settentrionale

Che ci porta a violentare alcune parole.

“Piuttosto che” usato come “oppure”

Con l'accento milanese e due o tre parole inglesi

La puoi sentire in radio in televisione

Ha contagiato tutta Italia senza esclusione

È diventata un codice e quello che diverte

Con l'accento giusto si apriranno tante porte

Le porte degli aperitivi, delle feste in villa

Di gente che la lingua non la mastica la frulla.

 

Interessante, oltre alle notazioni di carattere sociolinguistico e all’accostamento del piuttosto che disgiuntivo al fenomeno della dilagante diffusione di anglicismi, è la scelta di metafore negativamente connotate per riferirsi alle diverse fasi dei mutamenti linguistici: “frullare la lingua”, “violentare le parole” e “contagiare”.

 

Il congiuntivo di Baglioni

 

Classificatasi al quarto posto nella sezione “Nuove proposte” al Festival di Sanremo 2018, Il congiuntivo di Lorenzo Baglioni è dedicata a una delle strutture dell’italiano che maggiormente interessano il grande pubblico. Come altre canzoni didattiche dello stesso Baglioni, tutte destinate al mondo della scuola – ricordo, tra le tante, Le leggi di Keplero (2016), La genetica di Mendel (2016), Il teorema di Ruffini (2016) e I princìpi della termodinamica (2018) – Il congiuntivo mira a trattare un contenuto disciplinare inserendolo in una cornice ironica e autoironica. Nonostante vi siano alcuni punti di contatto con la canzone di Lariccia, i toni usati da Baglioni sono sicuramente meno apocalittici. La morale della «lezioncina ritmata» (Coveri 2018) è la seguente: un uso scorretto del congiuntivo può avere delle ripercussioni significative sulle relazioni interpersonali e, in particolare, può seriamente pregiudicare il buon esito di un corteggiamento. Come esempio prototipico di uso non conforme alla norma, Baglioni sceglie il fenomeno del doppio condizionale (Prandi 2011) nel cosiddetto periodo ipotetico della possibilità, tratto tipico dei dialetti meridionali e dell’italiano popolare, che consiste nella sostituzione nella protasi del congiuntivo imperfetto con il condizionale. E infatti nella scena iniziale del videoclip si vede una ragazza fuggire inorridita dopo aver letto un biglietto di un corteggiatore con su scritto: “Se starei con te sarei felice”. Il resto del brano è occupato da un martellante richiamo alle forme corrette del congiuntivo e alla funzione di tale modo. A questo proposito, è interessante notare come la canzone, coerentemente con l’approccio tipico delle grammatiche scolastiche, affronti il congiuntivo dando spazio soprattutto alla dimensione morfologica e semantica e mettendo in secondo piano quella sintattica. La prima viene infatti evocata nella canzone attraverso l’indicazione delle forme dei vari tempi del congiuntivo:

 

Che io sia

Che io fossi

Che io sia stato

 

E più avanti:

 

E adesso ripassiamo un po' di verbi al congiuntivo

 

Che io sia (presente)

Che io fossi (imperfetto)

Che io sia stato (passato)

Che fossi stato (trapassato)

Che io abbia (presente)

Che io avessi (imperfetto)

Che abbia avuto (passato)

Che avessi avuto (trapassato)

Che io sarei.

 

La dimensione semantica (e, inevitabilmente, anche quella sociolinguistica, visto che si parla di “ruolo distintivo”) viene invece evocata nel primo e secondo inciso:

 

Il congiuntivo ha un ruolo distintivo

E si usa per eventi che non sono reali

È relativo a ciò che è soggettivo

 

E poi ancora nel terzo, dove il congiuntivo viene definito «dubitativo» e «quasi riflessivo». Tra l’altro, in questi ultimi passi si gioca – non si sa quanto consapevolmente – con termini fondamentali del lessico specialistico della linguistica e della tradizione grammaticale: “distintivo”, che in linguistica designa quei tratti in base al quale gli elementi del sistema si distinguono da altri elementi, viene qui impiegato per sottolineare il prestigio di cui gode il congiuntivo tra i parlanti; allo stesso modo di quanto avviene con “riflessivo”, tradizionalmente impiegato per designare i verbi il cui oggetto diretto è coreferenziale al soggetto, ma anche per designare una proprietà caratteristica del linguaggio verbale, detta appunto metalinguisticità riflessiva, anche se il senso da attribuire all’aggettivo nel contesto della canzone di Baglioni non appare molto chiaro.

La dimensione sintattica non manca del tutto, ma sembra avere uno spazio minore: è evocata nella seconda strofa – anche se qui si dovrebbe più propriamente parlare di interfaccia tra sintassi e semantica:

 

Nel caso che il periodo sia della tipologia dell'irrealtà (si sa)

Ci vuole il congiuntivo

Tipo "Se tu avessi usato il congiuntivo trapassato

Con lei non sarebbe andata poi male"

Condizionale

Segui la consecutio temporum

 

Torna poi – con un riferimento incidentale – nel terzo inciso:

 

Il congiuntivo, come ti dicevo,

Si usa in questo tipo di costrutto sintattico

 

Su un argomento come il congiuntivo si sarebbe potuto, a mio parere, osare di più: anziché tematizzare usi concordemente stigmatizzati e dire quindi al parlante comune ciò che questi desidera sentirsi dire, sarebbe stato forse più interessante soffermarsi su qualche fenomeno tipico dell'italiano dell'uso medio come il doppio imperfetto nel periodo ipotetico dell’irrealtà (“se lo sapevo, non venivo”) o l’alternanza congiuntivo/indicativo in dipendenza dai verbi di opinione (“penso che lei domani non viene al lavoro”), stimolando così il grande pubblico a riflettere su alcuni dei princìpi base della variazione linguistica. Non si può però pretendere che Baglioni, matematico di formazione, abbia nozioni di sociolinguistica o che sia in grado di distinguere tra un approccio scientifico ai fatti linguistici e l’approccio di molte grammatiche scolastiche.

 

L’apostrofo di Baglioni

 

Del 2018 è anche L’apostrofo, altro brano di Baglioni incentrato su usi linguistici devianti. Due sono in particolare gli usi stigmatizzati: le grafie “un pò" in luogo di “un po’” e “qual è” in luogo di “qual è”:

 

Se sei uno di quelli che scrivono ‘qual è’

Mettendo l'apostrofo prima della e

L'ortografia corretta ristudiala perché

Grammatica drammatica

 

Se sei uno di quelli che scrivono ‘fra un po’’

E lo scrivono ponendo l'accento sulla o

L'ortografia corretta te la rispiegherò

E tu studiala e studiala

 

Come nel Congiuntivo, oltre a denunciare gli errori, si forniscono le regole da seguire:

 

Nell’ortografia italiana, l’ortografia italiana

L’apostrofo si usa sempre seguendo la definizione

Se c'è una situazione fra queste tre (privé)

Elisione (eh eh), troncamento (oh oh)

Elisione (eh eh), troncamento (oh oh)

Elisione (eh eh), troncamento (oh oh)

E l’aferesi, l’aferesi

There’s no tomorrow

 

Con l'apostrofo, l'apostrofo

'Postrofo. 'postrofo, 'postrofo

(È un simbolo di interpunzione paragrafematico)

 

[…]

 

L’elisione di una vocale

Se in una parola quando cade la finale

Davanti a una parola tale

Che non inizi per vocale

Se parliamo continuamente

Compiamo le elisioni inconsapevolmente

Ma nello scritto è differente

Le elisioni vanno espresse ma graficamente

 

Con l’apostrofo in qualche caso invece no

Dalle quali non si elidono

Si troncano

Senza l’apostrofo

Veniamo ora all’apocope

O anche troncamento

Che se quando cade un fono o una sillaba

Per esempio

Se alla parola poco tu togli la finale

L’apostrofo va bene, l'accento invece male

 

Rispetto a quanto avviene nel Congiuntivo si nota qui una maggiore attenzione per la terminologia tecnica: ricorrono infatti tecnicismi come “elisione”, “troncamento”, “aferesi”, “apocope”, “fono”, “sillaba” e “paragrafematico”. Anche sul piano concettuale è apprezzabile l’uso di “fono” in luogo di “lettera” (che è quello che il parlante comune si aspetterebbe di sentire) e il riferimento alle differenze tra parlato e scritto, quasi a voler sottolineare, correttamente, che i fatti di grafia sono soltanto la conseguenza di fenomeni del parlato. D’altra parte, appare invece poco apprezzabile la condanna senza appello di tutte le modalità espressive proprie della comunicazione digitale:

 

Messaggini, whatsappini

Scritti peggio dei bambini

Le faccine, i sorrisini

Ma l'apostrofo è un miracolo se lo indovini

Tre puntini, snapchattini

Ibiza, Mykonos o Santorini

All night long, cuoricini

Ma l'apostrofo è un miracolo se lo indovini

 

È interessante infine notare come da questa canzone emerga una concezione dell’insegnamento (e quindi dell’apprendimento) meramente trasmissiva. Si veda il passaggio seguente:

 

L’ortografia corretta te la rispiegherò

Tu studiala, ristudiala

 

Compito del docente, in questa prospettiva, è spiegare e rispiegare; compito del discente è studiare e ristudiare, meglio se da solo. Altri modi di insegnare e imparare sembrano non essere contemplati.

 

Riferimenti bibliografici

Alvino, Gualberto (2016), “Piuttosto che” disgiuntivo in Gadda, in Studi linguistici italiani XLII (29), pp. 268-272.

Antonelli G. (2010), Ma cosa vuoi che sia una canzone. Mezzo secolo di italiano cantato. Bologna, Il Mulino

Bazzanella, Carla / Cristofoli, Mirella (1998), Piuttosto che e le alternative non preferenziali: un mutamento in atto?, in Cuadernos de filologia italiana 5, pp. 267-278

Castellani Pollidori, Ornella (2002), Uso di piuttosto che con valore disgiuntivo [<https://accademiadellacrusca.it/it/consulenza/uso-di-piuttosto-che-con-valore-disgiuntivo/11>]

Coveri, Lorenzo (2018), Sanremo 2018: Lorenzo Baglioni con Il Congiuntivo. Testo e Pagella [<https://www.mentelocale.it/magazine/articoli/74900-sanremo-2018-lorenzo-baglioni-congiuntivo-testo-pagella.htm>]

Coveri L. (in stampa), L’Italia, gli italiani e l’italiano nelle canzoni recenti, in Atti del simposio internazionale “Nuovi aspetti linguistici e letterari dell’italianità” (Leiden, 21-23 giugno 2018)

La Fauci, Nunzio (2016), “Vel” o “aut”: la verità, vi prego, sul “piuttosto che”, in Doppiozero [<https://www.doppiozero.com/materiali/vel-oppure-aut-la-verita-vi-prego-sul-piuttosto-che>]

Mauri, Caterina / Giacalone Ramat, Anna (2015), “Piuttosto che”: dalla preferenza all'esemplificazione di alternative, in Cuadernos de Filología Italiana 22, 49–72

Prandi, Michele (2011), Periodo ipotetico, in Enciclopedia dell’italiano [<http://www.treccani.it/enciclopedia/periodo-ipotetico_(Enciclopedia-dell%27Italiano)/>]

Renzi, Lorenzo (2012), Come cambia la lingua. L’italiano in movimento, Bologna, Il Mulino

Stammerjohann, Harro (2013), La lingua degli angeli. Italianismo, italianismi e giudizi sulla lingua italiana, Firenze, Accademia della Crusca

 

Le lingue nella musica leggera

1. L’apprendimento (e il non apprendimento) delle lingue straniere nelle canzoni italiane (link)

 

Immagine: Jovanotti in concerto nel 1993

Gorup de Besanez  -  CC BY-SA 4.0

 

 


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