03 luglio 2020

U pupu ietta vuci

La lingua del teatro degli opranti e cuntisti siciliani

 

Valentina Venturini, nel suo volume Il teatro di Gaetano Greco, ricostruisce l’etimologia della parola pupo, spiegando che «deriva dal latino púpus-púpi, dalla stessa radice di púer, púsus e pútus, significa fanciullo e anche, in particolare nel dialetto romanesco, bimbo piccino, lattante». Precisa, inoltre, che alcuni studiosi hanno ipotizzato che il termine derivi dal latino pupa, usato per indicare le «piccole bambole di terracotta con gli arti snodati che sono state rinvenute nelle tombe latine». Queste, come scrive Venturini, non erano soltanto dei meri giocattoli per bambini, infatti gli antichi attribuivano loro una valore magico-sacrale. Vetturini sottolinea, inoltre, che anche le parole puppet e puppe, rispettivamente nell’inglese e nel tedesco, derivano dallo stesso termine e vengono utilizzate per indicare indifferentemente burattini, marionette e bambole intese come semplici giocattoli per bambini.

 

Pupazzi, bambolotti e giocattoli

 

La studiosa spiega che anche nel mondo latino il termine pupo era utilizzato con il significato di «fantoccino», come avviene nelle Saturae Menippeae di Varrone, che usa il termine pupa, e nell’Adversus Nationes di Arnobio, in cui ritroviamo la forma diminutiva pupulus. Alla luce di questi dati, Venturini ritiene che il termine pupo venisse usato dagli antichi, come anche adesso, in maniera generica per indicare pupazzi, bambolotti e giocattoli. L’autrice sottolinea che oggi, in siciliano, il termine pupo è utilizzato per chiamare i bambini in modo affettuoso, i loro giocattoli, le statuette del presepe e alcuni dolci tradizionali preparati in occasione di feste religiose, ovvero i pupi di zucchero (pupiddi ri zuccaru) o pupi a cena (puppaccena), preparati in occasione della festa dei morti; i biscotti ‘a pupiddu, associati tradizionalmente alla festa dei Santi Cosma e Damiano; i pani della festa di San Giuseppe (pupiddi ri San Giuseppi); il pupo con l’uovo (pupu coll’ova) o panuzzu a pupiddu, preparato in periodo pasquale; il pupo di Monreale (pupu di Murriali); i pupi di San Giovanni (pupi ‘i Sangiuvanni) e il pupo di San Calogero.

Il linguista siciliano Giovanni Ruffino, professore emerito dell’Università degli Studi di Palermo e Accademico della Crusca, nel suo Sicilia (Laterza) annovera la parola pupa tra le numerose «parole morenti» del dialetto siciliano, in particolare tra quelle utilizzate per indicare «giochi fanciulleschi» ormai in disuso e in via di estinzione. Tra queste vi sono pìsuli o rasti (gioco delle cinque pietrucce), vocanzina (altalena) e strùmmula o tuppettu (trottola).

 

Marionette e burattini

 

Venturini precisa che nel Nuovo vocabolario siciliano-italiano di Antonino Traina (1868), citato anche da Giovanni Ruffino, alla voce pupu si legge «que’ fantocci da teatro: burattini, o se meglio fatti: marionette».

È importante, però, precisare che burattini e marionette sono, in verità, oggetti del tutto diversi. I primi, infatti, hanno il corpo di pezza e la testa di legno, plastica o altro materiale duro, sono manovrati dal basso direttamente dalle mani del burattinaio e sono visibili in scena a mezzobusto. Le marionette, invece, compaiono a figura intera e sono manovrate dall’alto tramite fili molto sottili.

A tal proposito, Venturini precisa che «la distinzione terminologica tra “marionetta” e “burattino” pertiene solo alla nostra cultura: nel resto del mondo i termini usati per definire marionette e burattini sono gli stessi e al “nome” non corrisponde nessuna differenza tecnica; così al francese marionette corrisponde sia il significato di marionetta sia quello di burattino; stesso discorso per il tedesco puppe, per l’inglese puppet e per lo spagnolo títere».

 

Pupiddu

 

Venturini spiega che il termine pupo è utilizzato in ambito teatrale da molto tempo prima della pubblicazione del celebre vocabolario di Traina. La studiosa rivela, infatti, che già dalla metà del Settecento il diminutivo pupiddu è presente nel Dizionario siciliano italiano latino del padre Michele Del Bono della Compagnia di Gesù, associato alla seguente definizione: «specialmente dicesi quel fantoccio di cenci, o legni, di cui si vagliono i ciarlatani a rappresentar le commedie. burattino. neurospaton. […] jocu di pupilli dicesi la commedia rappresentata con tali fantocci. burattini. commedia ludicris automatis, feu sigillis exhibita». Venturini nota, inoltre, che, nello stesso dizionario, alla voce pùpo non vi è alcun riferimento al teatro. La teatrologa spiega, inoltre, che tale approccio è stato imitato nel secolo successivo da Biundi, Mortillaro, Pasqualino nei rispettivi vocabolari del dialetto siciliano. Anche in questi testi, infatti, soltanto il termine pupiddu è associato al teatro. Lo stesso avviene fino all’inizio del Novecento, quando questa parola è ancora indicata nei dizionari come sinonimo di burattino. Venturini nota, inoltre, che il termine pupo è assente nella prima edizione della Enciclopedia Treccani, ma si trova nel Dizionario enciclopedico italiano Treccani del 1958, associato a «marionetta, burattino».

 

Nelle casse dei libri antichi

 

I professionisti del teatro tradizionale siciliano, che tramandano i loro segreti di generazione in generazione, sono fortemente consapevoli dell’uso della lingua e della sua importanza. In quanto uomini di teatro, devono necessariamente approcciarsi come veri e propri filologi ai testi ereditati dai padri e dai nonni, avendo cura di studiare e comprendere a fondo le scelte linguistiche e, dunque, sceniche operate dai loro maestri e predecessori. Naturalmente, tale studio del testo, per essere davvero proficuo, deve essere associato al costante lavoro in teatro e alla lunga gavetta a fianco degli stessi maestri. I copioni e i canovacci delle famiglie d’arte sono colmi di appunti, sigle e annotazioni che fondano sulla lingua, come sempre avviene in ogni forma di teatro, la solidità della messa in scena.

Anna Sica, storica del teatro siciliana, ha messo in luce il merito della famiglia Cuticchio, che ha categoricamente smentito tutti coloro che ritengono che «il teatro dei figli d’arte sia esclusivamente il frutto di una tradizione orale che si tramanda per imitazione rudimentale». Sica riporta, infatti, la testimonianza dello stesso Mimmo Cuticchio, cuntista e uno dei maggiori esponenti del teatro dei pupi siciliani, secondo cui «la base normativa da cui sviluppare lo spettacolo dei pupi […] si trova fissata in raccolte di testi scritti e annotati». Come ricorda anche Sica, lo stesso Cuticchio, nel suo Alle armi, cavalieri!, spiega che il padre Giacomo possedeva «una cassa di libri antichi che io immaginavo piena di segreti» e che possedeva numerosi quaderni malridotti in cui «erano appuntati i canovacci e tutto ciò che occorreva per la preparazione degli spettacoli».

 

 

Testi citati e letture consigliate

 

Alessio Arena, Il teatro dei pupi siciliani, in “Eco Siciliano”, n. 55, Paranà, Argentina, settembre 2019.

 

Cuticchio Mimmo, Alle armi, Cavalieri!, Roma, Donzelli, 2017.

 

Ferdinand de Saussure, Corso di linguistica generale, Milano, Laterza, 2009.

 

Mario Gandolfo Giacomarra (a cura di), Epica e storia, Museo Internazionale delle marionette Antonio Pasqualino, 2005.

 

Antonino Pasqualino, I pupi siciliani, Palermo, Museo Internazionale delle marionette Antonio Pasqualino.

 

Giovanni Ruffino, Sicilia. Profili linguistici, Milano, Laterza, 2017.

 

Valentina Venturini, Nato e cresciuto tra i pupi, Napoli, Editoriale Scientifica, 2017.

 

Valentina Venturini, Il teatro di Gaetano Greco, Napoli, Editoriale Scientifica, 2018.

 

 

Immagine: Pupi siciliani

 

 

Crediti immagine: Harvey Barrison / CC BY-SA (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0)

 

 

 

 


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