24 luglio 2020

Parola di re, parola di strega

La lingua del teatro degli opranti e cuntisti siciliani

 

Come scrive Antonio Pasqualino nel suo saggio I pupi siciliani, il ritmo e le pause della rappresentazione erano scandite dalla musica e dalle parti dialogate, l’oprante era solito battere due volte il piede sul palcoscenico per interrompere o fermare la musica. Pasqualino spiega che nell’Ottocento l’accompagnamento musicale era eseguito da violini; in seguito, a Palermo e dintorni, i teatrini si sono dotati di pianoforti meccanici, tuttora presenti in molti teatri, tra cui quello della famiglia Cuticchio a Palermo. Di recente, i Cuticchio hanno pubblicato delle foto inedite, tra le quali una, raffigurante la figlia di Mimmo Cuticchio, che, ancora bambina, impara a manovrare il piano meccanico. Pasqualino precisa che «due delle melodie attualmente in uso sono tradizionali e proprie del teatro dei pupi; le stesse che si suonavano nell’Ottocento, la “battaglia” e il “lamento”. Altre derivano da opere liriche dell’Ottocento e altre sono canzonette di cinquant’anni fa».

 

Una lingua mista

 

Lo studioso ipotizza che nel XIX secolo il siciliano fosse l’unica lingua utilizzata dai pupi, ma, di fatto, nessuno dei pupari viventi ne ha memoria. La lingua dei pupi è, in verità, mista. Pasqualino spiega che «i personaggi comici, che rappresentano il popolo nella farsa, nelle storie dei banditi, o, in veste di scudieri e servitori nello spettacolo cavalleresco, parlano in dialetto. Il linguaggio dei paladini invece era, e talvolta è ancora, un gergo particolare, né italiano né siciliano, che adopera parole e frasi sonanti che derivano da fonti letterarie italiane, intercalandole con termini siciliani e dell’italiano colloquiale, in costruzioni sintattiche prevalentemente siciliane».

A tal proposito, possiamo cercare riscontro di queste riflessioni in uno dei preziosi copioni che Mimmo Cuticchio ha voluto generosamente condividere con il sottoscritto.

 

Il Macbeth di Cuticchio

 

Prendiamo ad esempio, dal copione di Cuticchio del Macbeth, tratto dall’opera di William Shakespeare, un dialogo tra il personaggio di Re Duncan e quello del Barone di Ross:

 

«BARONE DI ROSS: Dio salvi il Re! / RE DUNCAN: Barone di Ross, alzatevi. / BARONE DI ROSS: Grazie Maestà. / RE DUNCAN: Da dove venite? / BARONE DI ROSS: Da Fife, grande Re, dove gli stendardi di Norvegia / inondano il cielo gelando i nostri. / Con un’immensa truppa lo stesso Re di Norvegia, / aiutato da quel perfido traditore, il barone di Cawdor, / ha scatenato un attacco spaventoso. / RE DUNCAN: Cawdor mi ha tradito? / BARONE DI ROSS: Sì, sua Maestà, finché lo sposo di Bellona, armato a tutta prova, / non lo affrontò da uomo a uomo, punta contro punta, braccio ribelle contro braccio ribelle, / domando il suo spirito insolente; / e, in breve, la vittoria ci arrise. / RE DUNCAN: Somma, somma felicità! / BARONE DI ROSS: Tant’è che ora Sweno, Re di Norvegia, invoca una tregua: / ma noi gli concederemo la sepoltura dei suoi uomini solo se pagherà / diecimila denari a nostro beneficio. / RE DUNCAN: Bene, bene. / E ora dove si trova quel traditore di Cawdor? / BARONE DI ROSS: Si trova al campo dove l’abbiamo cinto di pesanti catene. / E ora sta a voi Maestà decidere la sua sorte. / RE DUNCAN: Barone di Ross, mi chiedete di decidere la sorte di un uomo / che ha tradito i suoi compagni, la sua Patria, il suo re.

Sia condannato a morte! / Andate incontro a Macbeth e salutatelo col titolo di Cawdor, / e ditegli che assieme a Banquo li aspetto a Forres perché li voglio onorare. / BARONE DI ROSS: Così sarà fatto, sua Maestà / RE DUNCAN: Quello che quell’infame di Cawdor ha perduto / oggi il nobile Macbeth l’ha guadagnato».

 

Notiamo che l’intero dialogo è scritto in lingua italiana ed è ricco, come precisato da Pasqualino, di frasi altisonanti tratte da fonti letterarie. Gli interlocutori, infatti, sono un nobile e un re.

Vediamo, adesso, un passo in versi e in rima baciata dello stesso copione recitato da streghe, che rientrano senz’altro nella categoria dei personaggi popolari:

 

«PRIMA STREGA: ventu ca frisca, canta e sciuscia / sbatti porte, isa i vesti / svota l’omini e li besti ventu ca sconza li pinzeri / ventu, fanni cchiù liggeri! / TERZA STREGA: l’albero brullo / dice al fanciullo / ora son brutto / son senza frutto / ma il triste inverno / non dura in eterno / rinverdirò rinascerò. / SECONDA STREGA: Ciuri ri sangu, ciuri r’amuri! / Veni ca ti cantu na canzuni. / TUTTE: unu, dui e tri! / setti fimmini e un tarì / u tarì a pocu a pocu / setti fimmini e un vraccocu / u vraccocu è troppu duci / setti fimmini e na nuci / ma la nuci avi li denti / setti fimmini e un sirpenti / lu sirpenti lu scacciaru / setti fimmini figghiaru».

 

Notiamo la prevalenza dell’uso del dialetto siciliano, interrotto nel mezzo da un brano interamente recitato in lingua italiana.

In un dialogo tra Macbeth e Banquo riscontriamo, invece, quel «gergo particolare» descritto da Pasqualino:

 

«MACBETH: Andiamo, cugino Banquo, seguimi! / Non ho mai visto un giorno così brutto e bello. / BANQUO: Cugino Macbeth, quantu ci voli ancora pi arrivari a Forres? / Si sta mittennu malu tempu. / MACBETH: A negghia sta calannu e ann’avutra ’nticchia / un si viri mancu chiù u sintieru. / BANQUO: Occhiu vivu ’nta sta brughiera, ca ci ponnu essiri armalazzi / ca ponnu fari impinnari i cavaddi e ni sdirrubamu ’nterra. / MACBETH: E allora caminamu vicini».

 

Questa lingua dei pupi, dunque, esclusi i prestiti dalle fonti letterarie italiane, è certamente verosimile e, forse, più “viva” dell’italiano letterario e di quelle varietà del dialetto siciliano che oggi vanno estinguendosi progressivamente, come testimoniato anche dal linguista Giovanni Ruffino, che ha individuato numerose parole morte o morenti del dialetto siciliano.

Oggi molti giovani, infatti, in Sicilia non hanno la stessa padronanza del dialetto dei loro genitori e dei loro nonni. Nelle scuole si studia, si parla e si scrive esclusivamente la lingua italiana e, in molti casi, sia a casa sia a scuola, l’uso del dialetto non soltanto non è incoraggiato, ma è persino osteggiato.

Si tratta di stigma, un fenomeno diffuso in molte regioni italiane, minaccioso per la sopravvivenza dei dialetti, che, come spiega Ruffino in Sicilia (Laterza, 2017), non sono varietà regionali della lingua “nazionale”, ma sono, al contrario, lingue romanze a sé stanti.

 

 

Testi citati e letture consigliate

 

Alessio Arena, Il teatro dei pupi siciliani, in “Eco Siciliano”, n. 55, Paranà, Argentina, settembre 2019.

 

Mimmo Cuticchio, Alle armi, Cavalieri!, Roma, Donzelli, 2017.

 

Ferdinand de Saussure, Corso di linguistica generale, Milano, Laterza, 2009.

 

Mario Gandolfo Giacomarra (a cura di), Epica e storia, Museo Internazionale delle marionette Antonio Pasqualino, 2005.

 

Antonino Pasqualino, I pupi siciliani, Palermo, Museo Internazionale delle marionette Antonio Pasqualino.

 

Giovanni Ruffino, Sicilia. Profili linguistici, Milano, Laterza, 2017.

 

Anna Sica, Il salto sillabico, in S. Brunetti (a cura di), Unici. Le famiglie d’arte nel teatro italiano del Novecento, Bari, Edizioni di Pagina, 2019.

 

Valentina Venturini, Nato e cresciuto tra i pupi, Napoli, Editoriale Scientifica, 2017.

 

Valentina Venturini, Il teatro di Gaetano Greco, Napoli, Editoriale Scientifica, 2018.

 

 

Sullo stesso tema, per “Lingua italiana” Alessio Arena ha scritto:

 

U pupu ietta vuci. La lingua del teatro degli opranti e cuntisti siciliani

 

L’«inspirazione» del cunto. La lingua degli opranti e cuntisti siciliani

 

 

Immagine: Il tradizionale Teatro dei pupi di Siracusa. Fotografia, scattata con il gentile permesso della compagnia teatrale, di Giovanni Dall'Orto, 16 ottobre 2008

 

Crediti immagine: Giovanni Dall’Orto. / Attribution


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