16 luglio 2017

Le duecento parole di Guareschi

di Silverio Novelli

Nel triangolo emiliano «Noi chiamammo poco tempo fa l’Emilia "Messico d’Italia", ma ciò è ingiusto perché piuttosto si deve dire che il Messico è l’Emilia d’America. Cose terribili succedono a Castelfranco Emilia e gente ci manda lettere piene di terrore elencando assassinii. Quarantadue persone sono già state soppresse misteriosamente per cause di politica o di vendetta, in uno spazio di pochi chilometri quadrati, in piena pianura. E la gente sa, ma non parla perché ha paura». Così scrive, in un uno dei periodi più aspri dell’immediato secondo dopoguerra, lo scrittore, umorista, disegnatore satirico Giovannino Guareschi da Roccabianca, Parma (vi nacque giusto cent’anni fa; morì nel 1968 a Cervia), sul «Candido», la rivista da lui diretta, nata nel 1945 dalle ceneri del «Bertoldo» (1936-1943); editore, in entrambi i casi, Angelo Rizzoli. La guerra è finita da poco ma in Emilia Romagna si prolunga ancora. Nel cosiddetto "triangolo della morte" (tra Bologna, Reggio e Ferrara), si consumano vendette, molte delle quali restano impunite. Cadono anche numerosi sacerdoti e seminaristi. Il 22 giugno del 1946 il governo, su proposta del Guardasigilli Palmiro Togliatti, approva il condono delle pene. Ne beneficiano sia i "rossi" in Emilia, sia numerosi ex aderenti alla Repubblica di Salò.

La lingua batte dove il comunista sbaglia Giovannino Guareschi è da sempre e per sempre resterà un anticomunista inossidabile. Sono memorabili le sue vignette che per anni, sotto il titolo-tormentone Obbedienza pronta cieca assoluta, presentano il comunista trinariciuto (neologismo inventato da Guareschi, poi entrato nei dizionari), una specie di orango vestito da uomo, effettivamente dotato di una terza narice («il terzo buco era necessario per scaricare tutto il fumo che aveva nel cervello», spiega Guareschi), alle prese con strampalate direttive impartite dal quotidiano comunista «L’Unità»: eccolo che legge il giornale a due gatti, ecco che assiste (insieme con altri trinariciuti) a un comizio tenuto da un Togliatti insaponato, in ammollo in una tinozza, ecco che sta nei locali della sezione vicino a un tavolo ricoperto di poponi… Salvo che l’errore linguistico, con conseguenti ricadute sulla realtà, viene svelato dall’irrompere in scena di un altro allarmato trinariciuto al grido di: «Contrordine compagni! La frase pubblicata sull’"Unità": "Per la campagna del tesseramento 1953, ogni compagno faccia propaganda anche tra i micini di casa", contiene un errore e pertanto va letta: "… faccia propaganda anche tra i vicini di casa"»; allo stesso modo, il comizio di Togliatti era da tenere nel «salone» e non nel «sapone», i «diritti» da «rispettare» erano dei «popoli» e non dei «poponi»… Non più tenero è Don Camillo in uno dei brevi racconti che compongono Piccolo mondo. Don Camillo (1948), la prima delle fortunatissime (in Italia e all’estero) raccolte dedicate alle schermaglie tra il parroco della chiesa di un non meglio identificato paese della Bassa emiliana e Giuseppe Bottazzi, detto Peppone, sindaco comunista del medesimo paese. Al presentarsi in sacrestia della moglie di Peppone, Don Camillo reagisce così: «Via di qui, razza sacrilega!» (un anno dopo, la Sacra Congregazione del Sant’Uffizio si espresse con quella che passò alla storia come la "scomunica dei comunisti").

«D’accordo sulle cose essenziali» Il genio di Guareschi prende corpo grazie alle «sì e no duecento parole» che Guareschi stesso dice di avere nel proprio vocabolario: nelle storie di Peppone e Don Camillo, avverte, «niente letteratura o mercanzia del genere». L’atteggiamento di scontroso anti-intellettualismo, unito alla piena consapevolezza di essere parte di una tradizione narrativa regionale piena di succhi fantastici e stralunati (del resto, fu il luzzarese Cesare Zavattini a scoprire Guareschi), permette all’autore di cogliere con nitore e sciolta semplicità «l’aria che si respira in quella fettaccia di terra tra il fiume e il monte», dove «possono succedere cose che da altre parti non succedono», dove «se l’ombra di un morto viene a sedersi vicino a te, tu non ti spaventi e parli tranquillo con lei», dove «tira un’aria speciale che va bene per i vivi e per i morti», e dove, eccoci al punto, capita che «due nemici si trovino, alla fine, d’accordo sulle cose essenziali» (citazioni dall’introduzione di Guareschi a Piccolo mondo. Don Camillo). Balzacchianamente, Guareschi non parteggia in modo aperto per chi gli sta a cuore, cioè Don Camillo, anzi, si colloca in una «posizione ideologica mediale […], che è poi quella del Crocifisso parlante: al di là delle idee, ci sono gli uomini, con tutto il groviglio di carnalità, debolezze, speranze, difficoltà quotidiane, ottusità, rancori» (Eugenio Ragni). Ecco perché al «via di qui, razza sacrilega!», la moglie di Peppone può controbattere «Don Camillo, lasciate stare queste stupidaggini!» e l’uomo in tonaca può infine accettare di aiutare, di nascosto, il nemico col fazzoletto rosso al collo a scampare il rischio di un confronto mortale con un nemico politico "nero". Insomma, anticomunista militante nella vita (famosi i suoi manifesti nella campagna elettorale del 1948), umanista da narratore. Guareschi è sempre geloso e fiero della propria indipendenza d’idee, tanto da cacciarsi nei guai (e in carcere) per aver pubblicato documenti, rivelatisi falsi, lesivi dell’onore di Alcide De Gasperi, il capo democristiano che aveva tradito la sua fiducia cercando di far passare nel 1953 una legge elettorale illiberale (la così detta "legge truffa"): fatto insopportabile per uno come Guareschi, che era sensibilissimo alla puzza di totalitarismo, avendo trascorso durissimi mesi di prigionia nel lager di Wietzendorf, dopo aver rifiutato, l’8 settembre del ’43, di aderire alla Repubblica di Salò.

Inviso alla critica Soltanto di recente la critica letteraria ha ripreso in considerazione la narrativa di Guareschi. In vita (e per molti anni dopo la morte), Guareschi scrittore viene snobbato. L’intellighenzia di sinistra non lo calcola proprio. Sul capo di Guareschi pendono i lapidari giudizi politici di Togliatti: «tre volte cretino» e «tre volte idiota moltiplicato per tre». Alla morte di Guareschi, «l’Unità» titola: «È morto lo scrittore che non era mai nato». Ha ragione Adolfo Chiesa, quando, nel 1990, nella sua ottima La satira politica in Italia, parla della messa all’«Indice della cultura di sinistra» di personaggi come Guareschi, spiegandola col fatto che la satira, per anni, è stata considerata di destra e che, in un ambiente intellettuale superbo, serioso e legato a doppia mandata alla politica, chi faceva ridere veniva considerato sempre con sospetto: «dà più sicurezza (serve di più alla causa) l’artista che fa piangere» (Chiesa). Certo la sinistra e il Partito comunista italiano, escludendo la narrativa di Guareschi dal proprio orizzonte, persero quanto meno una buona occasione per capire che cosa succedeva nella mentalità e nei gusti di tanta parte del popolo italiano, che decretò un successo immediato e straordinario alle storie scritte del mondo piccolo, replicato dalle pellicole cinematografiche con Fernandel (Don Camillo) e Gino Cervi (Peppone).

Una prosa molto alterata Don Camillo era uno di quei tipi che non hanno peli sulla lingua e, la volta che in paese era successo un sudicio pasticcio nel quale erano immischiati vecchi possidenti e ragazze, don Camillo durante la Messa aveva cominciato un discorsetto generico e ammodino, poi a un bel momento, scorgendo proprio in prima fila uno degli scostumati, gli erano scappati i cavalli e, interrotto il suo dire, aveva gettato un drappo sulla testa del Gesù Crocifisso dell’altar maggiore perché non sentisse e, piantandosi i pugni sui fianchi, aveva finito il discorso a modo suo, e tanto era tonante la voce che usciva dalla bocca di quell’omaccione, e tanto grosse le diceva, che il soffitto della chiesetta tremava.

Nel lungo periodo che apre Peccato confessato, il primo episodio di Mondo piccolo. Don Camillo, si nota una costruzione sintattica solida e semplice, fondata senz’altro sulla paratassi e sulla paraipotassi (le consecutive in chiusa di periodo), non banalmente movimentata da incisi temporali o temporo-causali in forma implicita. La scelta stilistica e di registro è nettamente a favore dell’italiano colloquiale, caratterizzato soprattutto dalle numerose locuzioni (non avere peli sulla lingua, scappare i cavalli ‘perdere il controllo, la pazienza’, piantarsi i pugni sui fianchi, dirle grosse) e dall’uso sapiente degli alterati. Il discorsetto ammodino si va a infrangere, con immediato effetto comico, contro la metamorfosi emotiva di Don Camillo, appena questi riconosce seduti in prima fila gli scostumati che hanno avuto il coraggio di mettersi in bella mostra in chiesa. Il prete allora ci viene presentato nella sua amplificata possanza di omaccione, che, assumendo le proporzioni di una specie di gigante, "le dice grosse", tanto "grosse" da provocare l’iperbolico effetto del tremito del soffitto nella chiesetta. Efficace, infine, la semplice giustapposizione di registri (sostenuto e colloquiale) che segna il brusco passaggio da un tipo di comportamento a quello opposto: «interrotto il suo dire, aveva gettato un drappo sulla testa del Gesù Crocifisso…».

In un mondo segnato da tensioni cupe e da scontri non solo dialettici, dalle dure condizioni di vita delle classi subalterne e dai manicheismi politici, Guareschi scrittore reagisce facendo emergere «la comunanza di mentalità di un popolo che può anche prendere parti diverse, ma che poi finisce per essere d’accordo sulle questioni fondamentali della vita: la logica dell’assurdo viene addomesticata nel mondo piccolo» (Cristina Benussi e Giuseppe Zaccaria). Con uno stile sapido, permeato da toni surreali, con Peppone e Don Camillo che si scambiano «battute brucianti e dialoghi in qualche modo ricalcanti la sinteticità dell’avanguardia futurista» (Benussi e Zaccaria), Guareschi costruisce «storie e personaggi fiabeschi, divertenti» (Adolfo Chiesa), «rappresentando con semplicità […] la situazione sociopolitica» (Eugenio Ragni).


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