19 luglio 2008

Il "tremendo" gesuita contro la Crusca

Giosuè Carducci, al colmo del suo anticlericalismo, dovette ammettere che Daniello Bartoli, padre gesuita autore della monumentale storia dell’ordine cui appartenne sin da quando era poco più che giovinetto, vale a dire l’Istoria della Compagnia di Gesù (1650-1673), era per lui «quel tremendo uomo che fa leggere con ammirazione le imprese de’ gesuiti». Di Bartoli, nato a Ferrara giusti quattrocento anni fa (1608), morto a Roma nel 1685, molte cose si possono dire; in verità, tutte, con l’occhio dell’oggi che storicizza e recupera le giuste prospettive, positive. Come ebbe a riconoscere lo stesso Carducci, per l’appunto, Bartoli è grande scrittore («il Dante della prosa italiana», secondo Giacomo Leopardi), nelle cui opere «tutto scorre così facile e abbondante ed è tutto così controllato e puntigliosamente riveduto, frutto del lungo studio e del grande amore con cui […] ha frequentato i classici prediletti: i maestri latini del bello scrivere e del corretto atteggiarsi del pensiero, e gli scrittori italiani dell’aureo Trecento» (Bice Mortara Garavelli, profonda conoscitrice delle opere e della lingua di Bartoli). Barocco al meglio, nel senso dell’entusiasmo terminologico, ma non mai tortuosamente e affettatamente concettista – anzi, il concettismo fu da lui avversato nel giovanile L’uomo di lettere difeso ed emendato (1645) – , Bartoli fu armonioso e insieme mosso nel dettato stilistico, nel mentre ricombinava a tavolino, con piglio personale e originale, le fonti scritte che tramandavano le più aggiornate conoscenze sulle terre esotiche verso le quali si erano spinte le missioni gesuitiche (i resoconti riportati da Oriente dalle navi spagnole e portoghesi; le opere del padre gesuita Matteo Ricci). Si pensi ai trattati, che fan parte della Istoria, dedicati alla Cina, al Giappone, ma anche all’Inghilterra.

 

Dio e gli occhi del ragno

 

Bartoli fu autore di opere di carattere parenetico-morale di alta tramatura stilistica. La ricreazione del savio in discorso con la natura e con Dio (1659) è un bell’esempio di come l’intellettuale aperto e curioso, quale pur Bartoli era, piega l’elemento della descrizione scientifica all’intento di elevazione morale e religiosa. Siamo nel secolo del trionfo della scienza sperimentale italiana (Galileo Galilei, Evangelista Torricelli, Francesco Redi) e Bartoli partecipa a questo moto operoso delle menti. Munito di microscopio (modernissimo strumento), ad un certo punto egli descrive ciò che gli si para sotto gli occhi, cioè il corpo del ragno saltatore. La descrizione accurata del complesso apparato visivo dell’animale è però ben presto commentata come opera della «estrema providenza di Dio»: le risorse della natura promanano dall’onniveggenza divina e ne sono giustificate. Il passo è contraddistinto da una prosa di andamento nobilmente latineggiante. Con grande abilità retorica, il tessuto ipotattico viene ad un tratto come velocemente stirato per farvi scorrere sopra l’emozione teatralizzata, tutta barocca, del meraviglioso e del mostruoso, tramite una serie di coordinate («pur la vede, e la prende di mira, e sopra lei ... gittandosi improvviso, l’afferra, e addenta»). Si noti la convivenza di termini precisi e referenziali, acconci a una descrizione scientifica (pupille, cerchielli ‘cerchietti a forma di anelli’), con una voce letteraria, prelevata da Dante (ceffo ‘muso’; viceversa sanne, cioè “zanne”, per ‘chele’, è giustificato dal fatto che il termine chela è attestato per la prima volta nell’italiano scritto soltanto dopo la data di morte di Bartoli), e con paragoni immaginifici («horrida come un porco spino», «ceffo horribile come un demonio»). Ecco un breve stralcio, secondo la lezione fornita da Claudio Marazzini (al quale si è debitori per l’inquadramento complessivo del testo) nel suo Il secondo Cinquecento e il Seicento, “Storia della lingua italiana”, Bologna 1993, Il Mulino, pp. 287-290.

 

«… e se ne discernono le pupille, e i lor cerchielli attorno, cosa in tutto ammirabile […] La quale a’ ciechi nell’intelletto, è una evidente dimostratione della estrema providenza di Dio, che quella sì di spregevole bestiola, tutta horrida come un porco spino, e d’un ceffo horribile come un demonio, perché non le manchi onde sostentarsi, ha proveduta di tanti occhi, e sì acconciamente disposti, che voltandosi ella in disparte, o di fianco, o da tergo, in sembiante di non veder la mosca, né attenderla per assalirla, pur la vede, e la prende di mira, e sopra lei, sicura di lui, il cui spaventoso ceffo non vede, gittandosi improviso, l’afferra, e addenta, con due lunghe, e mobili sanne».

 

Il torto e il diritto del non si può

 

Quel «tremendo uomo» fu scelto come ideale padre di stile dai nostrani classicisti ottocenteschi. Bruno Migliorini, nella sua Storia della lingua italiana, ricorda che «il Giordani lo giudicava “terribile, stupendo, unico, singolare” per la sua ricchezza terminologica». Di acute osservazioni sulla lingua italiana a lui contemporanea e sull’atteggiamento di grammatici e lessicografi, Bartoli ebbe modo di dire in varie occasioni e, soprattutto, nell’asistematico ma denso saggio Il torto e il diritto del non si può, pubblicato sotto lo pseudonimo di Ferrante Longobardi una prima volta nel 1655e, in edizione arricchita, nel 1668.

Nel 1612 aveva visto la luce la prima impressione del Vocabolario della Crusca (http://vocabolario.signum.sns.it/) , prima straordinaria moderna impresa lessicografica in una delle grandi lingue europee di cultura. Improntata alla lingua dell’“aureo” Trecento (in primis al magistero di Boccaccio, Dante e Petrarca), rigida dunque nel definire il ristretto canone linguistico-lessicale rappresentato dagli esempi dei “buoni” autori, avarissima verso la lingua letteraria post-trecentesca, sostanzialmente chiusa agli apporti dei moderni linguaggi della scienza, della tecnica e dei mestieri, la grande opera degli Accademici, guidati da Leonardo Salviati, riaggiornò i fasti della “questione della lingua”, che già aveva tenuto banco nel secolo precedente. Toscanisti e antitoscanisti, “arcaicisti” e “modernisti”, fautori del solo lessico comprovato da esempi letterari e sostenitori dell’uso vivo si confrontarono per tutto il secolo. Per la verità, le polemiche anti-arcaiste ebbero la loro efficacia. Non tanto nella seconda impressione del Vocabolario (1623), ma nella terza (1691) sicuramente sì, si ebbe un’apertura verso le voci scientifiche e tecniche moderne (ne stesero per il Vocabolario scienziati-letterati come Galileo, Magalotti, Torricelli, Redi), un allargamento del canone degli autori letterari (fu incluso anche il non toscano Tasso), una distinzione tra voci antiquate e voci correnti.

Come si colloca Bartoli nelle polemiche sul Vocabolario? Egli, «accettando il nome e il concetto di “buon secolo”, biasima tuttavia l’affettazione di arcaismo e rivendica il diritto di usare parole e modi di dire al di fuori dell’italiano trecentesco» (Migliorini). Vittorio Coletti, nella sua Storia dell’italiano letterario, ricorda come Bartoli apprezzi della Crusca le voci d’uso, ma anche come, con leggiadro puntiglio, noti il fatto contraddittorio che gli accademici hanno usato, nelle definizioni, parole e forme che poi non hanno lemmatizzato, perché non attestate nel Trecento (cognizione, circolo, diventare, eseguire, schiavitù, spedizione ecc.). Se poi si cerca la più fedele e totale rappresentazione linguistica della realtà (comprese le attività della scienza e della tecnica) negli antichi, si sbaglia, scrive Bartoli: «i vocaboli propri de’ mestieri, delle arti, delle professioni, delle scienze, son dessi i veri quegli che corrono per botteghe, per le scuole, per gli uffici, per i mestieri: e vanità sarebbe il cercarli appresso gli antichi».

Nel suo argomentare, Bartoli è sostenuto da una sottile e tenace ironia. Questa ironia, secondo Claudio Marazzini, rivela in lui le doti dello scrittore satirico, «che inaugurano un gusto per la polemica linguistica destinato ad avere un certo seguito anche nei secoli seguenti». Si tratta di un’ironia che riposa su un solido fondo di gesuitica saggezza. Da quel fondo emerge la questione che Bartoli pone al centro del saggio: in un dibattito come quello intorno al Vocabolario e alla lingua italiana, caratterizzato spesso da prese di posizione e pronunciamenti schematici e rigidi anche su singoli fatti di lingua, Bartoli suggerisce ai grammatici la buona pratica di usare molta attenzione nell’esercitare veti e infliggere condanne (il “non si può” del titolo). Dai veri esperti di lingua, scrive Bartoli, «non udirete uscir di bocca, se non se il fallo sia inescusabile, un di que’ NON SI PUÒ, che in altri val quanto: NON MI PIACE».

 

 

 

 

 

Immagine: Il torto e 'l diritto del non si può dato in giudicio sopra molte regole della lingua italiana esaminato da Ferrante Longobardi (frontespizio), 1691.

Crediti:  Biblioteca pubblica di Lione [Public domain], attraverso Google Libri.


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