16 luglio 2017

Berto, nevrosi in monologo

di Silverio Novelli

Paolo Volponi (Memoriale, 1962) e Ottiero Ottieri (Donnarumma all’assalto, 1959) danno dignità drammatica alla nevrosi dell’homo faber, preso negli ingranaggi della macchina produttiva neocapitalistica, mentre questi sente ancora pungere sulla nuca gli ultimi spilli del vento freddo sospinto dalla guerra e la fame di vita, tesa e allucinata, dei primi anni dopo il disastro si scapicolla nella festosa e un po’ isterica aggressività del boom consumistico, creando sbilanciamenti, euforie, illusioni e repentine delusioni, depressioni d’umore e macerazioni torbide dell’animo. Doveva arrivare il capolavoro di Giuseppe Berto (morto a Roma giusti trent’anni fa; nato a Mogliano Veneto, provincia di Treviso, nel 1914), il romanzo Il male oscuro, nel 1964, per far sentire a tutti, con trasparenza di parola e meditata riappropriazione del monologo interiore (per un esempio recente e giocoso in Umberto Eco, www.bnnonline.it), «l’inferno che arriva alla superficie» (Walter Pedullà), la nevrosi trafitta e rivoltata dallo schidione della «disposizione ironica dello scrittore» (Eugenio Ragni e Toni Iermano). Insomma, come sostiene Walter Pedullà, «la tragedia gaddiana è ora ridotta ad argomento che provoca risate» e Berto dimostra che «la nevrosi è capace di trasmettere angoscia anche attraverso il riso».

Neorealismo borderline

Il giovane fascista avanguardista, il combattente volontario in terra d’Africa, il sottufficiale prigioniero degli americani, dal 1943 fino alla fine della guerra, in un campo di prigionia a Hereford nel Texas, sovrastato dai sensi di colpa dopo la morte del padre una volta finita la guerra, marito e genitore sempre più scostante, incapace di tenere il buono e di respingere il fallace, precipita nel «rifiuto della vita di relazione» (Ragni e Iermano), posticipa le ambizioni letterarie, si paralizza nell’operosità creativa e professionale (trasferitosi a Roma, smette di lavorare alle sceneggiature cinematografiche, interrompe l’attività giornalistica), è costretto a furibonde e frustranti sgroppate in mestieri che non sono suoi per racimolare denaro, s’imbozzola nella depressione, scompare dall’orizzonte del mondo. Già sembra un ricordo lontano il primo ingresso dalla porta principale della narrativa nazionale con Il cielo è rosso (1947), romanzo di grande successo non soltanto italiano, accreditato nei ruoli del neorealismo ma, a ben vedere, «visione sfrangiata e quasi onirica, a tratti addirittura surreale, di una città emblematica» (Ragni e Iermano), distrutta dalla guerra, nella quale alcuni ragazzi tentano di ritrovare il senso del vivere comune. Proprio dopo aver dato alle stampe, nel ’55, Guerra in camicia nera, amaro diario della Campagna d’Africa (1940-1943), Berto viene risucchiato nel cono d’ombra della depressione. Ha fatto in tempo a mostrarsi schierato, ora, dalla parte del socialismo marxista, visto come potenziale apripista di speranza epocale; però la corazza ideologica cede, attraverso le crepe sfiata una cupa dispersione del sé, ridotto in svolazzanti brandelli che non aderiscono più alle cose del mondo, quelle cose, vale a dire quella realtà che Berto aveva sempre dichiarato di voler tenere ferma davanti, per ridirla con precisione e nitidezza.

Ossessione priva di punti

Dal buio, Berto riemerge guarito: la medicina è la scrittura, la malattia si converte in terapia. Il nuovo romanzo racconta, ormai da lontano, la fuga nell’abisso, la caduta, la possibile riemersione della vita al significare. Scrive Carlo Emilio Gadda (www.italica.rai.it), a proposito del Male oscuro, che il “male oscuro” di cui trattasi nel romanzo, è il «logorio a cui ci sommette, di giorno in giorno, d’ora in ora la nostra Erlebnis, l’esperienza del vivere, la pena o fatica durata, la “dura necessità”». L’alter ego di Berto passa tutte le stazioni del proprio personale calvario di nevrosi. La psicoanalisi lo aiuta sì a individuare nel contrasto con l’amato-odiato padre le scaturigini di una coattiva vocazione al masochismo; ma oltre non soccorre. Comincia qui, davvero, il romanzo, che si qualifica subito come flusso autoanalitico privato e autocertificato, nitido «racconto ossessivamente referenziale» (Maurizio Dardano), caratterizzato dalla «calcolata scarsità di segni interpuntivi» e dal «connettivo sintattico che all’associazione logica sostituisce quasi costantemente la constructio ad sensum tipica del procedimento psicoanalitico» (Ragni e Iermano). Ecco l’attacco del romanzo:

«Penso che questa storia della mia lunga lotta col padre, che un tempo ritenevo insolita PER NON DIRE unica, non sia IN FONDO tanto straordinaria se COME SEMBRA può venire comodamente sistemata dentro schemi e teorie psicologiche già esistenti, ANZI IN UN CERTO SENSO potrebbe PERFINO costituire una appropriata dimostrazione della validità PERLOMENO razionale di tali schemi o teorie, SICCHÉ, SEBBENE a me PERSONALMENTE non ne venga un bel nulla, potrei BENISSIMO sostenere che il mio scopo nello scriverla è APPUNTO quello di fornire qualche altra pezza d’appoggio alle dottrine psicoanalitiche che ne hanno tuttora più bisogno di quanto non si creda, SENONCHÉ una tale supposizione non andrebbe POI d’accordo col sospetto che più d’uno potrà avere ALLA FINE […]»

 

Maurizio Dardano (in Leggere i romanzi. Lingua e strutture testuali da Verga a Veronesi, Carocci, 2008, p. 43) fa notare come l’io narrante, quasi per sbatterci subito in faccia l’evidenza del “male”, si infili nei cunicoli di una «subordinazione prolungata» e si mostri dunque «chiuso in se stesso», abbondando nell’uso di connettivi e di formule che correggono e rimodulano ogni affermazione appena fatta, con l’effetto di dare vita a un organismo omeostatico, che si riequilibra autonomamente e automaticamente dopo ogni variazione d’assetto, fuori da ogni controllo esterno (il lettore). Proprio questo procedere a scarti tra adesione alla materia narrata e improvvise, puntiformi prese di distanza, fa del testo un dispositivo congegnato per ricevere in seno il colpo di lama dell’ictus comico, che propaga intorno alla ferita la macchia del ridicolo, perché, per l’appunto, «quello che emerge più nettamente è il ridicolo di situazioni vissute drammaticamente per inconsapevolezza, per dabbenaggine propria o colpa altrui» (Walter Pedullà). Alla fine del romanzo, il tentativo di riappacificarsi con la figura del padre recuperando una primigenia auroralità arcaica, quasi un utopico azzeramento della scissione nevrotica da conseguire nell’annullamento del sé nell’altro da sé, viene scompaginato dalla comparsa sulla scena della figlia del protagonista: la realtà emette un suono fresco e tinnulo e il viaggio allucinato e bislacco si interrompe.

 

 


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