19 luglio 2008

Babele Duecento

di Silverio Novelli

Oltralpe e Lombardia

 

Prima della scuola poetica siciliana (1230-1250) e del suo "siciliano illustre", non si può parlare di una lingua letteraria volgare che si ponga come modello unitario per chi scrive non soltanto poesia lirica nel territorio italiano. La «Lombardia», com'era chiamata allora l'area corrispondente più o meno all'odierna Italia settentrionale, conosceva bene, nei suoi ceti colti, sia la lingua d'oïl, sia la lingua d'oc. Già da tempo si erano affermate di là dalle Alpi le due letterature che, attraverso le chansons de geste la prima, e tramite la lirica trobadorica la seconda, avevano esercitato e continuavano a esercitare una profonda influenza su quanto veniva scritto in «Lombardia», anche sotto il rispetto linguistico. Perché le produzioni originali d'Oltralpe vi avevano larga diffusione; perché numerosi trovatori provenzali percorrevano le corti dal Piemonte alle Venezie, facendo circolare il verbo poetico nato in onore dei feudatari di Provenza, Aquitania e Delfinato; perché molti trovatori italici, primo tra tutti per fama il Sordello da Goito cantato nella Commedia dantesca, poetavano in occitanico; perché specialmente i cantari del ciclo carolingio, tra i vari che esaltavano le gesta eroiche e amorose degli eroi medievali, alimentavano la cosiddetta «letteratura franco-veneta», cioè quel complesso di opere fiorite in «Lombardia» (soprattutto nel quadrilatero Verona-Treviso-Padova-Ferrara), le quali per argomento e temi si ispiravano ai poemi cavallereschi d'Oltralpe, mentre erano caratterizzate da una veste linguistica che presentava una marcata contaminazione di elementi francesi ed elementi locali (volgare d'area veneta). Questa complessa e variata produzione letteraria aveva pubblici in gran parte differenziati: la letteratura trobadorica occitanica viaggiava per le aristocratiche corti; «le vicende delle chansons de geste e del ciclo arturiano in lingua d'oïl avevano anche circolazione popolare ed erano affidate a giullari e cantastorie» (Leonardo Rossi, Breve storia della lingua italiana per parole, Le Monnier, Firenze 2005). Però, per l'appunto, la circolazione di queste opere, scritta o orale che fosse, avveniva in una parte limitata del territorio italiano. Anche la poesia didattico-morale che prende piede nel Nord Italia nel XIII secolo «è fin da subito dimensionata a una realtà molto locale, anche sul piano linguistico» (Vittorio Coletti, Storia dell'italiano letterario, Einaudi PBE, Torino 1993). Vediamo un breve esempio di tale poesia.

 

 

I buoni modi di Bonvesin

 

Bonvesin de la Riva (questa Ripa è forse la Ripa di Porta Ticinese a Milano), nato nel 1240 circa, è lo scrittore più importante espresso da Milano nel secolo XIII. Frate laico del terzo ordine degli Umiliati, dottore in gramatica, si applica alla divulgazione della cultura latina e francese del tempo, ma brilla anche come rappresentante di una vivace civiltà comunale. Bonvesin sceglie la lingua locale, il volgare milanese, depurato attraverso il filtro della cultura e della lingua latina, come ingentilito strumento per componimenti tesi all'educazione e all'incivilimento dei costumi della nascente borghesia cittadina. Per avere un'idea del tipo di lingua adoperata, un milanese "illustre" destinato a rimanere confinato tra le espressioni marginali della civiltà letteraria italica, riportiamo quattro versi (181-184) del poemetto didattico De quinquaginta curialitatibus ad mensam (Le cinquanta cortesie che bisogna usare a tavola).

L'oltra che segue è questa: reté a ti lo cugià,

se te fi tollegio la squella per zonzerghe del mangià.

S'el è lo cugià entra squella, lo ministrante impilia:

in tute le cortesie ben fa ki se asetilia.

Intanto ecco la versione in italiano dei quattro versi: «L'altra [buona norma, ndr] che segue è questa: trattieni a te il cucchiaio, / se ti è tolta la scodella per aggiungere del cibo. / Se il cucchiaio è nella scodella, impiccia il servitore: / in tutte le regole del galateo fa bene chi si ingegna». Subito notiamo che la pronuncia delle vocali atone diverse dalla a non veniva realizzata dai parlanti milanesi del tempo: mute la o di lo e di tollegio (da TOLLERE latino) e la e di te, zonzerghe, tute. Dove ciò non avviene è per influsso del latino o perché la vocale funge da appoggio per un precedente gruppo consonantico (ministraNTe). Caratteristica dei dialetti settentrionali è la velarizzazione della A prima di L: qui, dal latino ALTERA si ha oltra. La forma fi 'è' fa parte di un lotto di forme del dialetto antico che, nella diatesi passiva, proseguono il latino FIERI. Zonzerghe rappresenta il corrispettivo settentrionale di giungerci, con assibilazione delle prime due palatali (z: pronuncia come la s di rosa).

 

Giullari di Dio

 

«Altissimu, onnipotente, bon Signore, / tue so' le laude...». Il celebre inizio del Cantico di frate sole di San Francesco, datato 1223-1224, noto anche con il titolo latino di Laudes creaturarum, sin dalla prima parola reca l'impronta dell'umbro antico - filtrato attraverso la forte memoria del latino, biblico in particolare - in cui fu scritta la composizione, con quell' -u finale che ricorre altre volte nel testo. Significativo che il capostipite illustre di un genere, la lauda religiosa, destinata ad attraversare i secoli, sia vergata in un volgare dell'Italia mediana, proprio perché in quest'area il genere, in concomitanza con il fiorire delle confraternite religiose, si radicò e si diffuse, fino a travalicare i confini regionali arrivando anche nell'Italia del Nord, in versioni linguistiche settentrionalizzate ma spesso chiaramente debitrici della veste linguistica mediana. A parte le laude d'autore (come il Cantico o le composizioni letterariamente assai avvertite del più tardo Iacopone da Todi, il quale fu ben più che un «giullare di Dio», memore com'era della raffinata tradizione lirica provenzale e sicula, trasfigurata in spiritualità cristiana), le laude erano creazioni anonime, senza alcuna ambizione letteraria, interne alle comunità religiose, pensate come preghiere cantate e trascritte a puro scopo di utilità pratica. Le raccolte di laude, i laudari, manoscritti, dovevano avere una certa circolazione, se di numerose laude esistono versioni simili in varie parti del Centro-nord d'Italia. Le laude confermano la vitalità propulsiva delle istituzioni periferiche del mondo cattolico-romano nel diffondere e rafforzare il proprio specifico messaggio di fede, già ravvisabile nel Ritmo Cassinese e nel Ritmo su Sant'Alessio, poemetti edificanti che risalgono all'incirca alla fine del XII secolo. Scritti in volgari centro-meridionali (il secondo è d'area marchigiana), i due componimenti, insieme al toscano Ritmo laurenziano, sono interessanti perché probabili precipitati scritti di recitazioni cantate. Espressioni della cultura monastica benedettina, questi ritmi anonimi erano pensati come strumenti - oggi diremmo - di propaganda religiosa (il Ritmo laurenziano tesse le lodi di un vescovo). Il medium per la diffusione del messaggio altri non era che il giullare, il che spiega perché siano arrivati fino a noi pochi esemplari di una produzione che dovette essere cospicua ma affidata principalmente alla memoria orale degli esecutori. Per dare una prospettiva potenzialmente unitaria alla lingua letteraria scritta - almeno per quanto riguarda la lirica - bisognerà giocoforza scendere fino alla corte sicula di Federico II di Svevia, laddove, tra l'altro, la poesia scioglierà il proprio matrimonio dalla musica e dal canto, riproponendo in forma originale l'aristocratica lezione del trobar occitanico.

 

 

 

 

Immagine: Ritratto di giullare con un liuto, dipinto di Frans Hals.

Crediti: André Hatala [Public domain], attraverso Wikimedia Commons.


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