27 febbraio 2009

Giusti, “scherzo” satirico in favella toscana

di Silverio Novelli

Giunge un momento nella vita in cui un essere umano si rende conto di quale pasta è veramente fatto. Bisognerebbe prenderne atto e agire di conseguenza. È cosa questa che, non senza essere contrastato dall’ambiente famigliare, fa un brillante giovanotto, appartenente, come scrive lui stesso, a «quella nobiltà che si vende un tanto al braccio dai sovranetti che fanno bottega di quello che non hanno neanco per sé», nativo di Monsummano, dalle parti di Pistoia, mentre svolge a Pisa i non amati gli studi di giurisprudenza, scelti sotto la pressione di un padre «gretto», «avaro» e «collerico» (Lucio Felici). Quel giovanotto, di sincero ma generico animo patriottico, repubblicano e laico, si chiama Giuseppe Giusti e nasce giusti giusti (giocose parole-rima che non gli sarebbero dispiaciute) duecento anni fa (muore a 41 anni, di tisi, nel 1850). Oggi è attivo un Comitato Nazionale per la celebrazione del bicentenario della sua nascita (www.comitatinazionali.it).

Figlio di una musa minore
 
Tra lazzi, gozzoviglie di taverna, accese discussioni con gli amici, Giusti capisce, tra la metà degli anni Venti dell’Ottocento e primi anni del decennio successivo, che la sua dea ispiratrice non sarebbe stata Dike, ma una musa, forse minore, di certo birichina, che ama giocare a nascondino tra le pieghe del peplo di Calliope, Erato, Euterpe, Melpomene e Talia: la musa della poesia satirica, abbeveratasi alle acque di un vivace rivo secondario della tradizione letteraria italiana, disceso dalla fonte della poesia realistico-giocosa (Pulci, Burchiello, Redi, Menzini), fino alle satire ariostesche, passando per Salvator Rosa a sboccare nell’alto esempio di stile e di morale pariniano. Proprio di un volume di Versi e prose di Giuseppe Parini (edito da Felice Le Monnier nel 1840) Giusti sarà prefatore, con un saggio intitolato Della vita e delle opere di Giuseppe Parini (www.classicitaliani.it). Giusti si ritrova, almeno in partenza, nell’Ottocento travagliato e diviso tra classici e romantici, monarchie assolute e repubbliche rivoluzionarie, reazione e progresso, in compagnia di una manciata di sodali toscani: l’aretino Antonio Guadagnoli, autore di bozzetti di vita paesana e di satire del costume romantico, e il mugellese Filippo Pananti, maestro al Giusti per il gusto popolareggiante, di studiata spontaneità, tradotto nella scelta di modi e forme (proverbi, locuzioni idiomatiche) e di lessico toscani e colloquiali. In questo senso, osserva Bruno Migliorini, il Giusti si inserisce nella «tendenza generale dei romantici di ravvivare la lingua scritta raccostandola alla lingua parlata». Per i toscani ciò significa attingere al loro parlato, «e vi fu chi ne abusò: il Giusti, per esempio, che ai manzoniani piacque tanto, fu rimproverato d’aver abusato dei modi toscani, dando inizio a una “retorica in maniche di camicia”».
 
«Tu non dirai innalza ma estolle...»
 
Nel Giusti, come in tutta la poesia giocosa e satirica dell’Ottocento italiano, di cui egli è il massimo esponente, le istanze del realismo e della concretezza lessicale, la vocazione all’invenzione neologistica, la propensione per la fraseologia proverbiale e idiomatica, il gioco espressivistico – spesso risaltato nella rima – con forestierismi e latinismi («mi fecero angherie di nuova idea / et diviserunt vestimenta mea», Lo stivale, vv. 107-108) si risolvono effettivamente in una disposizione al «goliardismo insieme generoso e dilettantesco» (Nunzio Sabbatucci). Ma se è vero che i tradizionali confini laschi della permissività linguistica, concessi dal canone letterario tradizionale alla poesia giocosa, portano Giusti a un’esibizione forse esageratamente compiaciuta del toscanismo colloquiale, va però considerato l’effetto vivificatore che il suo poetare diretto e scherzoso fa agli occhi e alle orecchie dei lettori italiani suoi contemporanei – Giusti, va ricordato, ottiene un immediato e largo successo di pubblico con quelle circa cento poesie che egli stesso chiama «scherzi» –. Nella lirica “seria”, l’abbassamento di registro operato da Giusti non era concesso, ogni segnale di realismo era bandito. Claudio Marazzini ricorda un passo memorialistico di Cesare Cantù, in cui lo storico e narratore neoguelfo, nato nel 1804, descrive i precetti impartitigli in gioventù dal maestro di retorica:
 
«Poesia, mi diceva esso, è favella degli iddii, e tanto miglior è, quanto più dai parlari del profano vulgo si sprolunga. E prima quanto alle parole, tu non dirai abbrucia, affligge, cava, innalza, è lecito, spada, patria, la morte, la poesia; ma adugge, ange, elice, estolle, lice, brando, terra natia, fato, musa; e così merto, chieggio, oceàno, imago, virtude, andaro, destriero. Dalle idee basse, che rammentano cose a noi troppo vicine abborri, figliuol mio. Ai nomi proprj sostituisci una bella circonlocuzione; non dirai amore, ma il bendato arciero; non vino ma liquor di Bacco; non il leone, l’aquila, ma la regina de’ volanti, il biondo imperator della foresta, e così i regni buj, il tempo edace, la stagione de’ fiori, il liquido cristallo, l’astro d’argento, la cruda parca. Vedi il Monti? non disse il gallo ma il cristato fratel di Meleagro».
 
Toscano e contemporaneo
 
Ecco invece un incompleto, ma rappresentativo, catalogo della, per dir così, spudoratezza linguistica del Giusti:
·          neologismi o, comunque, voci di recente immissione in lingua: antitedesco, arlecchineggiare, arruffa-popoli, birrocratico, club, finanza, frammassone, giacobino, giunta, meritometro, nipotame, vanume;
·          fraseologia toscana colloquiale: far le fusa, perdere la tramontana, far fiasco, pigliare a frullo, fare il nesci, avere in tasca qualcuno;
·          toscanismi lessicali colloquiali: grullo, birba, buzzurro, scagnozzo;
·          toscanismi grammaticali: aresti ‘avresti’, doventa ‘diventa’, fécemo ‘facemmo’, messe ‘mise’, la ‘Ella’ pronome soggetto allocutivo, e’ pronome soggetto maschile plurale, su’ ‘sua’;
·          voci di lingua “concrete”: ananasso, intingolo, bicchiere, panciotto, stoviglie, vomitare, arrosto, vino, bordello, bastardo, guercio, cipolla, zampone, pancotto, groppone.
·          latinismi a fine comico: quondam, crimen laesae, in diebus illis.
 
Mentre parole come grullo e birba furono sospinte fuori dall’ambito originario toscano e si diffusero nel resto d’Italia proprio grazie all’esempio del Giusti, i toscanismi grammaticali restarono confinati tra le pagine dei Versi editi e inediti, raccolta postuma (1852) della produzione satirico-giocosa giustiana (cfr. Luca Serianni, Il primo Ottocento, in Storia della lingua italiana a cura di Francesco Bruni, Il Mulino, Bologna 1989, pp. 115-118 e 232-236).
 
Moralismo privato
 
Patriota prima radicale e repubblicano, poi deluso dall’esito dei moti del ’31; voltosi al moderatismo di ispirazione cristiana negli anni (verso la metà dei Quaranta) delle frequentazioni milanesi con scrittori e ideologi del calibro di Manzoni, Capponi e Torti, documentate dalle pagine del suo epistolario; di nuovo deluso per la fallimentare esperienza di politico negli anni intorno al ’48, essendo stato sconfitto, prima del ritorno degli austriaci, dall’ala democratico-rivoluzionaria capeggiata dallo scrittore Domenico Guerrazzi, il Giusti, in verità, è poeta vero, cui però manca (Umberto Bosco) «la vera passione politica, in quanto egli tende a ridurre l’idea a fatto morale privato». Secondo Lucio Felici, c’è un vuoto di profondità e di spessore, nel Giusti pur accanito lavoratore di cesello sui propri versi: «dietro la poesia del Giusti non si scorgono scelte culturali precise e meditate». Sta di fatto che il miglior Giusti satirico, quello dell’irriverente bozzettista e critico di costume, che dà il meglio di sé fino ai primi anni Quaranta, con maestria di metri (l’adorato, scattante “quinario sdrucciolo”, cioè ipermetro) e rime che non dispiacquero poi al Carducci – tanto che questi curerà un volume di poesie del Giusti –, ritaglia, a colpi di veloci e pungenti sforbiciate, figure e comportamenti sociali che, nella loro nitida determinatezza storica, hanno forza di suggestione ancor oggi.
Si leggano queste due quartine, che, alternando in ritmo dattilico-giambico un “quinario sdrucciolo” e un quinario piano, sventagliano irridenti fasci di luce sui voraci aristocratici al buffet (Il ballo):
 
Per tutto un chiedere,
Per tutto un dare,
Stappare, mescere,
E ristappare;
 
Un moto un vortice
Di mani impronte,
E piatti e tavole
Tutte in un monte.
 
Ci resta una sapida e godibile galleria di personaggi, dal Girella banderuola («Se poi la coda / tornò di moda, / ligio al Pontefice / e al mio Sovrano, / alzai patiboli / da buon cristiano»), al re travicello («Al Re Travicello / piovuto ai ranocchi, / mi levo il cappello / e piego i ginocchi; // lo predico anch’io / cascato da Dio: / oh comodo, oh bello / un Re Travicello! »), da Cecco («Dies irae! È morto Cecco; / gli è venuto il tiro secco; / ci levò l’incomodo»), al Duca di Modena («Quando lo porteranno al cimitero / questo Ducaccio finalmente morto, / io prego Dio che gli faccia da clero / un cento d’aguzzini a collo torto»), fino all’arruffa-popoli, identificato in Domenico Guerrazzi, divenuto nel tempo suo irriducibile e irridente nemico politico («Ateo salmista, apostolo d’inganno; / vile se t’odia; se ti palpa, abietto; / monco al ferro, centimano al sacchetto; / nel no, maestro di color che sanno»). Ci resta uno sguardo, un modo di inchiodare la realtà prossima con arguzia e disinvoltura, dispiacendo a chi non si preoccupa di piacere ma si ritiene per sangue e per potere legittimato a dispiacere ai più, così piacendosi.

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