19 giugno 2009

Filologia salutista per un Petrarca non "rifritto"

di Silverio Novelli

Non cade alcun anniversario canonico (nascita o morte) relativo al sommo poeta Francesco Petrarca (nacque ad Arezzo nel 1304, morì ad Arquà, oggi Arquà Petrarca, Padova, nel 1374), ma esce un libro importante, un libro per studiosi, certo, ma aperto alla comprensione di tutti gli amanti della letteratura e della lirica italiane che vorranno cimentarsi almeno nella lettura della sentenza e dei dispositivi irrogati dall’autore al principio della sua raccolta di saggi e all’interno di ciascun saggio, nei momenti di riflessione e di sintesi. Il libro si intitola Petrarca e petrarchismo. Capitoli di lingua, stile e metrica (Carocci editore, Roma 2009, pp. 252). Dei capitoli, il primo è inedito, gli altri sono stati riscritti in parte, ampliati e aggiornati. L’autore è Andrea Afribo, che insegna Storia della lingua italiana e Stilistica e metrica italiana presso la facoltà di Lettere dell’Università degli Studi di Padova (dove è stato allievo di Pier Vincenzo Mengaldo). In sostanza, dalla nitida sentenza e dal chiaro dispositivo emerge che, se sulla scorta di uno studio moderno e scientifico di alcuni aspetti cruciali della lingua e dello stile poetici di Petrarca, ci si impegna a scavare sotto una tradizione critica consolidata che, nei Rerum Vulgarium Fragmenta (il Canzoniere dedicato all’amore per Laura http://www.classicitaliani.it/), aveva deciso di fissare, più volte e per sempre, le caratteristiche della semplicità, compostezza, armonia, ecco allora che, «disseppellito, il “vario stile” dei Fragmenta appare finalmente più “vario”, più nevroticamente stratificato e complesso che solo semplice e soavissimo, più grave e persino aspro, persino violento, rivenendo alla luce quegli antagonismi interni diminuiti con il tempo e trascurati dal mainstream critico» (p. 10).

Il poeta e chi ne fece moda
 
A fare i conti con questo Petrarca “ritrovato”, «meno monocorde e, diciamo così, meno petrarchista, già» presente «nelle migliori menti del petrarchismo cinquecentesco» (p. 10), Afribo dedica la prima e più corposa parte del libro, intitolata, per l’appunto, Petrarca, vale a dire i capitoli-saggi Note sulla versificazione petrarchesca, La rima nei Fragmenta, Sequenze e sistemi di rime dal secondo Duecento ai Fragmenta. Nella seconda parte, intitolata Petrarchismo, i capitoli-saggi Commentare la poesia del Cinquecento, Grammatica e poesia nel Cinquecento, Giovanni Della Casa tra Cinque e Seicento sono dedicati a rivisitare la tradizione petrarchistica, tra grammatica, lingua e poesia, distinguendo, nel Cinquecento e nel Seicento, chi Petrarca lo vive e lo pensa, anche come modello di lingua poetica, in modo originale (a partire dallo stesso Bembo, assai meno prescrittivo e normalizzatore di quel che si è abituati a pensare), da chi lo ha, inizialmente, come obbligato codice di validazione linguistico-stilistica, testuale, ideologica, successivamente come grammatica di base del poetare sempre più stanca, al limite esausta (e dunque distinguendo chi, a sua volta, rivive a modo proprio il più grande petrarchista cinquecentesco, Della Casa www.treccani.it/lingua_italiana/articoli/percorsi/, e chi dimostra che, «come accade per ogni fenomeno di moda letteraria e non, il sovraccarico di prestiti formali “al minuto” è spesso indice di scarsa intelligenza alle armoniche profonde del modello», p. 214). Questa seconda parte mostra, ad avviso di chi scrive, la grande competenza, sensibilità e capacità dell’autore di muoversi «nella lirica cinquecentesca» dove «tutto si assomiglia» (come dice lo stesso Afribo), scavando all’interno di corpora estesi e variati alla ricerca puntuale di prove utili a distinguere, separare, specificare, disaggregando dati per giungere a ricomporre nuovi quadri d’insieme, spesso differenti e, in ogni caso, più perspicui rispetto a quelli tracciati da altri in precedenza.
 
Ripensare Contini e gli “ipercontinizzati”
 
L’autore dichiara con la necessaria onestà a quale tradizione critica pensa, quando ha in mente il Petrarca eternato nel santino del raffinato intellettuale creatore e distillatore in lingua volgare di rarefatte atmosfere ricreate nell’immobile e sacrale sfera degli appena 3275 lemmi dei Fragmenta. Pensa al filone dominante, confluito nel saggio di Emilio Bigi La rima del Petrarca (1961) ed espresso «parzialmente ma fortemente» (p. 62), con altezza d’ingegno e di stile, nei famosissimi Preliminari sulla lingua del Petrarca (1951), lettura imprescindibile ancor oggi per gli studenti universitari che si cimentino con la filologia italiana.
Il punto centrale che interessa Afribo è la visione monodimensionale di un Petrarca unilinguistico, che lavora per selezione, scarto e semplificazione sulla tradizione siciliana e stilnovistica e che le scelte rimiche ed espressive difficili del Dante maturato con e dopo le petrose le recuperi soltanto come reliquie. Governa l’universo poetico del Petrarca l’assenza di moto; entro i confini del ritmo si concentrano movimenti elementari, dettati da una disposizione di base dicotomica del verso che prevede un’aggregazione binaria di sostantivi; in questa lingua non naturalistica, velata di «fiorentinità trascendentale», orchestrata da una perfetta partitura fonica che fa prevalere la musica sulla semanticità, avanza solenne un «corteo di sostanze emblematiche» (le due citazioni da Contini). Ora, dice Afribo, se è vero che Petrarca, come scrisse Contini, «si è chiuso in un giro di inevitabili oggetti eterni sottratti alla mutabilità della storia», ciò non toglie che chi ha fatto proprio il verbo continuano, lo ha banalizzato ed esasperato, facendo del Petrarca «un poeta stilnovista, anzi più stilnovista degli stilnovisti per trasparenza e pudicizia stilistica» (p. 35). Si può dire che la fatica analitica e la ricostruzione sistemica delle scelte linguistiche, metriche e stilistiche di Petrarca esperite da Afribo nella prima parte del suo libro sono intese a demolire l’immagine del poeta “ipercontinizzato” dalla tradizione critica che ha dettato legge per decenni. Ad Afribo interessa anche affrontare nuovamente il nodo cruciale di quanto del “nuovo” Dante e della poesia coeva che lo accoglie trovi riscontro e operi attivamente nei Fragmenta, in netto contrasto con il grande macrotesto stilnovistico. Afribo vuole mostrare che, col Canzoniere, «siamo […] di fronte a un idioletto speciale, proprio di una lirica compiutamente e (quasi) hegelianamente soggettiva» (p. 32), che parla un’altra lingua rispetto alla poesia duecentesca: «Con l’ispessimento e l’elettrificazione a catena delle componenti formali (ritmo, sintassi, suono) Petrarca riduce l’atto di forza della parola, mette in crisi il mondo dei significati univoci e referenziali, scopre il cromatismo e la nuance, merci rare in una poesia ideologicamente compatta e dogmatica come ad esempio quella stilnovista» (p. 32).
 
ATO, UTA, UTE, ITA
 
Per uscire dal mainstream della critica petrarchesca, Afribo traccia la via dei contributi innovativi cui egli stesso è debitore, a partire dal saggio di Paolo Trovato Dante in Petrarca. Per un inventario dei dantismi nei “Rerum Vulgarium Fragmenta” del 1979, per proseguire poi con gli studi di Mario Santagata (a cominciare dalla recensione del 1980 al saggio di Trovato), il Petrarca petroso (1983) di Domenico De Robertis, La lingua del “Canzoniere” (“Rerum Vulgarium Fragmenta”) di Francesco Petrarca (1996) di Maurizio Vitale (soprattutto per ciò che concerne la lingua, meno per quanto riguarda lo stile, specifica Afribo), Varietà sintattica e costanti retoriche nei sonetti dei “Rerum Vulgarium Fragmenta” (1999) di Natascia Tonelli, i contributi del collettivo di Praloran raccolti in La metrica dei “Fragmenta” (2003). Si capisce subito come Afribo si pone rispetto a questa tradizione di studi recentemente costituitasi quando, introducendo il capitolo dedicato alla rima nei Fragmenta, dichiara «difficilmente esauribile» il debito contratto col libro di Trovato e si propone di scrivere «il presente capitolo come integrazione e possibile continuazione», a partire «da ciò che Trovato, programmaticamente, non ha fatto». Vale a dire, «applicando scrutini, conteggi e riflessioni non solo al difficile in rima ma al totale delle chiuse di verso del libro petrarchesco» (p. 37). Il lavoro analitico a tappeto permette ad Afribo di svolgere un serrato confronto interno al macrotesto dei Fragmenta tra tutte le unità rimiche censite e pertinenti alla strategia critica dell’autore, che è intesa a mostrare che la «macchia» dantesca (del Dante “difficile”) «è più estesa di ciò che veniva considerato il tessuto» (p. 37). Ad esempio, dice Afribo, la diffusissima rima tradizionale ATO è presente nei Fragmenta 57 volte, mentre la «semisconosciuta – comico-petrosa –» ONDE registra appena tre presenze in meno (54); mentre tutto il gruppo rimico VTV (ATO, UTE, UTA, ITA, ecc.) arriva nei Fragmenta alla quota dell’1,55%, inferiore all’1,62% registrato da «un nesso preziosissimo e quasi inedito come RS (ARSO, ARSE, ERSA, ORSE, ecc.) e che questo è ciò che esattamente succede nella Commedia dantesca, mentre accade l’opposto nella koinè stilnovista». «Ecco», commenta Afribo, «sapere questo tocca il cuore di tutta la questione» e, attraverso tutto il libro, permette di recuperare, come scrive l’autore (p. 10), «l’idea di un Petrarca ‘diverso’, “non rifritto, libero e non servile”», come avrebbe detto l’arcadico Giovan Mario Crescimbeni, fan di Petrarca in poesia http://books.google.it/.
 
 
 

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0