20 maggio 2010

Sanguineti, lessicomane stevensoniano

Edoardo Sanguineti (Genova, 1930 – 2010 www.scrittoriperunanno.rai.it) è un «protagonista della neoavanguardia del Gruppo 63 (www.umbertoeco.it)» (Enrico Testa); «è il più lucido scrittore della neoavanguardia» (Giancarlo Majorino); «è certamente, per priorità d’iniziativa e lucidità e complessità teorico-culturali, la figura più importante […] della neo-avanguardia» (Pier Vincenzo Mengaldo); è «fra i massimi esponenti della neoavanguardia e del Gruppo 63 www.scrittoriperunanno.rai.it» (Nadia Cannata). Ma Sanguineti è anche molto altro: la critica letteraria (Tra liberty e crepuscolarismo, 1961; Il realismo di Dante , 1966; Poesia del Novecento, 1969; La missione del critico, 1987; Dante reazionario, 1992); la narrativa (Capriccio italiano, 1963 www.scrittoriperunanno.rai.it), il teatro (i “travestimenti” dell’Orlando furioso dell’Ariosto e del Faust di Goethe, per le messe in scena di Luca Ronconi), i libretti di composizioni musicali (Passaggio, 1963, e Laborintus II, 1972, per le musiche di Luciano Berio; Rap e Sonetto, 1998, per la musica di Andrea Liberovici), le traduzioni (Joyce, Euripide, Seneca, Aristofane, Shakespeare, Goethe…), gli scritti giornalistici (Giornalino 1973-1975, 1976; Gazzettini, 1993), le sceneggiature, i testi per copioni cinematografici, le interpretazioni di film di nicchia. Infine, come a saldare il cerchio di una costante, sorgiva ma fortemente intellettualizzata coestensività dialettica tra forme e strumenti dell’impegno, c’è la lessicografia. Lessicografia esercitata per una vita come passione da – diceva lui di sé stesso – «lessicomane», schedatore goloso e privato di accezioni e vocaboli vecchi e nuovi, pescati tra le mille e mille pagine di antichi, moderni e contemporanei, letti, studiati, glossati e talvolta pure amati, ma sempre, almeno con un occhio, dragati con l’attenzione rigorosa di chi, sempre, riconosce nel segno linguistico la profondità leggera della fonicità materica, la ricchezza allusiva e simbolica della stratificazione semantica, la consistenza ideologica della potenziale arma di mistificazione o demistificazione. Non è dunque strano ritrovare Sanguineti, alla fine, nei panni del direttore dei due supplementi del Battaglia (quello del 2004 e quello del 2009), capace di portare in dote al grande dizionario storico della lingua italiana 70.000 schede, battute a macchina di persona. Perché per Sanguineti, marxista («sono un chierico rosso, e me ne vanto», Postkarten, 1978), il linguaggio, nel mondo della sovrastruttura, è tutto. È rispecchiamento dell’ideologia che, comunicando, si fa forma del potere. È, d’altro canto, lo sparigliamento delle carte che la poesia dell’intellettuale-oppositore prova a proiettare sulla pagina, utopico telone. Là sono gettati, e non in modo casuale, «i frammenti del mondo privo di senso che il testo riflette e mette in scena» (Giorgio Patrizi). Insomma, c’è coerenza tra il poeta e il pensatore; e c’è solidarietà dei due col lessicomane che dalle parole è sedotto e ossessionato.

Dentro il labirinto
 
Con Laborintus (1956) il poeta Sanguineti si ritaglia un posto importante nella storia della poesia del secondo Novecento italiano. Intanto perché, con qualche anno di anticipo, mostra già che cosa proveranno a fare i Novissimi (l’antologia omonima esce nel 1961): privare del tradizionale valore espressivo la lingua poetica e, «attraverso l’uso “arbitrario” di spezzoni di lingua nei suoi varii registri», distruggere «l’uso sociale della medesima mettendone così in evidenza l’uso mistificatorio e alienante» (Pier Vincenzo Mengaldo); in secondo luogo perché l’attacco al lirismo, alla «metafisica della poesia, con tutti i modi del “poetese”, [alla] separatezza della poesia» (Sanguineti), oltre a dimostrare quanto «il linguaggio sia strettamente connesso all’ideologia e che quindi non sia possibile sovvertire i valori di quest’ultima senza passare attraverso una demistificazione delle forme verbali e poetiche in cui essa s’incarna» (Enrico Testa), porta anche a «un’altra dissoluzione: quella del soggetto che in tale linguaggio s’identifica – l’intellettuale messo definitivamente tra parentesi dall’onnipotenza del capitale – in quanto soggetto sociale» (Pier Vincenzo Mengaldo). Questa missione distruttrice Sanguineti la svolge dall’interno dell’istituto linguistico, «violenta[ndo] l’italiano mescolandovi lingue diverse e soprattutto scomponendolo, interrompendolo (parentesi continue), deridendolo con l’abuso delle frasi fatte e specie quelle di un lessico intellettuale improvvido quanto presuntuoso» (Vittorio Coletti), con pertinace ludismo verbale:
 
ah il mio sonno; e ah? e involuzione? e ah? e oh? devoluzione? (e uh?)
e volizione! e nel tuo aspetto e infinito e generantur!
ex putrefactione; complesse terre; ex superfluitate;
livida Palus
livida nascitur bene strutturata Palus; lividissima (lividissima terra)
(lividissima): cuius aqua est livida: (aqua) nascitur! (aqua) lividissima!
 
«Gli inserti linguistici da lingue morte o straniere, in funzione proprio straniante, sono fondativi della strategia del primo Sanguineti. Il latino qui impiegato è un latino medievale: la fonte delle vere e proprie citazioni è il Comentum di Benvenuto da Imola alla Commedia di Dante (ma i brani vengono decontestualizzati e quindi privati del senso originario). Proprio in quanto latino plurivalente e ambiguo, non andrebbe nemmeno tradotto» (Daniele Piccini). Comunque e generantur vale ‘sono generati’, mentre ex superfluitate significa ‘da sovrabbondanza’.
 
Alfabeti e lemmi
 
Col tempo, il nostro «tende sempre più, oltre che agli effetti ludici, ad approfondire, e distendere in partiture più ariose, gli elementi autobiografico-diaristici già presenti nella fase avanguardistica» (Pier Vincenzo Mengaldo). Fino a ricordare perfino l’ultimo Montale sublimemente dimesso, punteggiato su un gomito in certe posture auto-ironiche ritagliate nella cornicetta intertestuale. Ma la coerenza non è persa: il Sanguineti iper-letterato «in odio alla Letteratura» (com’ebbe egli stesso a dire di sé) si rivolta in fuori come un guanto nell’«Io che guarda se stesso dal di fuori e si coglie come presenza postuma o remota», perfino attraverso lo strumentale «recupero di una parola lirica» (Enrico Testa): in ogni caso, disponendosi a latere del testo mentre si osserva trascendentale e tipizzato come soggetto della propria poesia.
Quando la prestigidazione ludica sovreccita la corteccia neuronale, ci sorprende l’effetto paradossale di denudamento del verso. Già, perché, a prima vista, l’affoltarsi di allitterazioni, paronomasie, rime, assonanze, bisticci degni di un rigido artificio leporeambico sembrerebbero produrre sovrabbondante artificio, come in questo Alfabeto apocalittico – B, composto a commento di un’Apocalisse di Enrico Baj:
 
balza bolsa la bestia babillonica,
bruto bruco di bubbola bubbonica:
blocca le bocche alle bambe bambine,
bruca le brume brivida le brine:
butta alla bionda più brutta la bava,
borra di burro alla bruna più brava:
belva balzana non beve alla briglia,
bocca baciata non buca bottiglia:
 
ll risultato del massimo artificio è un minimo di evocatività, ma si muove in viaggio (un algido sorridente trip) verso il flash da lessicomane. Il poeta sconfina nel raccoglitore di vocaboli, il rimatore si fa orchestratore di lemmi, il testo diventa – al limite – specimen lessicografico, nudo e crudo (ma condito). E dunque, senza soluzione di continuità, ci siamo trasferiti dagli appartamenti sovraccarichi di misti arredi dell’anziano novissimo alle stanze compatte del “giovane” vocabolarista della Utet. Ne sia spia, se non prova, quel babillonica del primo verso: capacissimo che Sanguineti abbia richiamato in uso la variante babillonico ‘babilonico’ (cioè ‘babilonese’) direttamente da una sua scheda di lettura boccacciana («Vidi le mutate radici del gelso, co’ suoi pedali, e co’ suoi frutti,per la morte de’ babillonici giovani») o di un qualche volgarizzamento trecentesco dei Remedia amoris di Ovidio; possibile anche che, compulsatore fedele del Battaglia, di cui curerà i Supplementi 2004 e 2009, abbia quanto meno avuto conferma dei suoi ricordi dalla lettura del lemma babilonico, contenuto nel primo volume del Grande dizionario della lingua italiana, che riporta la variante antica (allegando l’esempio del Boccaccio).
Nei godibili Prolegomena di Sanguineti che aprono il Supplemento 2004 (www.stradepossibili.it), egli incardina il suo ragionamento su un’interpretazione viva e ambiziosa del lavoro lessicografico che tiene conto della lingua come koiné risultante di una «irrefrenabile conflittualità di egemonie (linguistiche e culturali e politiche e economiche…)». Dichiarato come metodo di lavoro quello che si basa sulla descrizione dei materiali verbali raccolti – anche ora, anche qui c’è da smascherare un -ismo: non più il lirismo, ma il definizionismo falsamente neutrale –, Sanguineti mostra tutta la sua passione quasi romantica, quasi fanciullesca (camuffata sotto la durezza delle necessarie, diplomatiche prese di distanza: «Un lettore candido è un lettore pessimo») quando esalta la retrodatazione come «quella curiosa specie di caccia al tesoro» che da sola farebbe il senso (e la gioia) dell’attività lessicografica.
Del resto, che Sanguineti, a onta delle sue militanti teorizzazioni, abbia il cuore di uno stevensoniano Jim Hawkins perso tra isole di carta e fiumi di inchiostro (e magari, quando si lascia andare, faccia parlare la parte rimossa di un intimo mr. Hyde), è mostrato dall’esergo tratto da Giuseppe Baretti che, come scrive l’editore nella prefazione al Supplemento 2009, «Sanguineti considera una sorta di rispecchiamento della sua lessicomania»:
 
Orsù, Dio vi dia a tutti la sua santa
benedizione, ché io vado a fornicare un
poco col mio dizionario prima che si
faccia notte affatto.
 
 

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