16 luglio 2017

Valera, il lessico che va al popolo

di Silverio Novelli

Persone di una certa combattiva tempra, i nostri nonni (o bisnonni; o avi), nell’Italia postunitaria, tra mazzinianesimi e garibaldinismi non sopìti, socialismi e marxismi in espansione, anarchismo bakuniniano in sobbollimento, solidarismo cattolico attivo tra le masse – mentre il neonato Stato decideva di contrapporre alla combattività le maniere forti, molto forti: basti ricordare quel che accadde in molte città nell’annus horribis 1898, e specialmente a Milano, in maggio, durante la repressione antipopolare dei moti contro il caropane ordinata dal generale Fiorenzo Bava Beccaris, che provocò un eccidio tra la popolazione e migliaia di arresti, inducendo alla fuga all’estero molti capi socialisti.

Il padre venditore di zolfanelli
 
Centosessant’anni fa nasceva uno di quegli avi, Paolo Valera (Como, 1850-Milano, 1926 http://www.treccani.it/Portale/Enciclopedia_online/V.xml; http://www.liberliber.it/biblioteca/v/valera/index.htm), figlio di un venditore di zolfanelli e di una sarta cucitrice: nell’anagrafe dell’Ottocento studiata a scuola e radicata nell’immaginario collettivo dei pronipoti di fine Novecento-inizio Duemila, con una coppia di genitori così non si poteva che diventare tumultuosi rappresentanti della diseredata folla (La folla, non a caso, è il titolo di una delle opere più significative di Valera http://books.google.it/), il lumpenproletariat (al centro del reportage narrativo Milano sconosciuta, 1879 http://books.google.it/paolo+valera). Cosa che Valera, poligrafo dalla penna scioltissima, certo, ma, soprattutto, battagliero militante anarco-socialista, fu per tutta la sua esistenza, a parte forse l’annetto trascorso a Londra per sfuggire ai tre anni di carcere inflittigli in Italia perché coinvolto in uno scandalo che fece molto scalpore, legato alla figura di Emma Allis, ex amante di Vittorio Emanuele II. Londra, rifugio tradizionale e rispettoso di mazziniani, garibaldini, anarchici italiani e stranieri (nonché di marxisti marxiani davvero DOC…), per Valera fu subito il trampolino del rientro fulmicotonico a Milano nel 1898, giusto il tempo di partecipare ai moti e di beccarsi qualche mese di galera (ne raccontò nell’autobiografico La sanguinosa settimana del maggio '98, uscito nel 1907).
 
Un animo intrepido
 
Davvero un animo intrepido, Paolo Valera, capace anche, come giornalista, di anticipare certi trucchi del mestiere oggi usuali (e rivoltati quasi in burletta), come travestirsi per mimetizzarsi in una certa situazione. Valera si camuffava da semi-barbone per essere accettato tra i ceti popolari, nei luoghi frequentati da poveri e sottoproletari, il cui degrado avrebbe poi raccontato in martellanti articoli pubblicati dai giornali e dai periodici “impegnati” da lui stesso fondati o ispirati («La plebe», «La farfalla», «La folla») o nei propri romanzi di scuola naturalistica, interessanti ma meno originali rispetto alla prosa memorialistica e di denuncia sociale (Gli scamiciati, 1881; Alla conquista del pane, 1884; Amori bestiali, 1884). Intrepido fu senz’altro e, forse, verso la fine della propria esistenza, fu anche troppo sicuro che il rispetto comunque conquistato in tanti anni di onorata militanza politica e sociale lo riuscisse a proteggere. Probabilmente non si aspettava, dopo l’uscita della sua biografia dedicata al duce (scritta di getto dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti e intitolata semplicemente Mussolini, 1924) di essere colpìto equamente da entrambi i fronti contrapposti: il fascismo dei gerarchi vietò la diffusione del libro, poiché Mussolini vi veniva dipinto, di fatto, come un voltagabbana, rispetto alle sue origini socialiste (ecco l’esordio della biografia: «Demoliva il regime del quale oggi è ricostruttore: monarchia, militarismo, parlamentarismo, capitalismo»); il Partito socialista italiano lo espulse perché Valera si augurava che Mussolini tornasse nei ranghi del socialismo. Un anno dopo, povero in canna e dimenticato da tutti, Paolo Valera muore a Milano. Il primo di maggio, festa dei lavoratori.
 
Dalle parti della Scapigliatura
 
Per fortuna, Valera non volle cimentarsi nella poesia come fecero altri politici, più famosi di lui, con risultati di mediocre carduccismo gonfio di enfasi retorica. Per esempio, «Pel sol che irradia le sventure umane, / Pel sospir degl’infermi e dei traditi, / Per le speranze che non han dimane, / Pel cachinno dei cerebri smarriti / […] Per ciò che vive io ti bestemmio, o Vita», sonettava in Bestemmia Filippo Turati, tra i fondatori del Partito socialista italiano (il testo dell’Inno dei lavoratori, da lui composto, si salva per via della musica e del significato storico e simbolico).
Valera invece spende le sue energie nella narrazione, con risultati diseguali ma mai scontati. Difficile collocare il suo segnaposto nella mappa delle tendenze ideologico-letterarie del tempo. Si usa inserirlo nel correntone della scapigliatura, di cui l’esponente di maggior spicco fu Vittorio Imbriani, e, più precisamente, nella sotto-corrente della scapigliatura settentrionale, insieme con Carlo Dossi e Giovanni Faldella. Ma certo le etichette non rendono giustizia delle differenze. Scrive Luca Serianni: «Ideologicamente, le posizioni sono distantissime: reazionario l’Imbriani, moderato e via via sempre più conservatore il Faldella, di fatto allineato col potere ufficiale il Dossi (che fu diplomatico di carriera), socialista e anarchico il Valera». Temi e generi sono difformi, perché Imbriani si cimenta col romanzo grottesco, Faldella infila perline bozzettistiche nelle sue Figurine, Valera si immerge zolianamente nel ventre della città. Sotto il profilo del trattamento della lingua, continua Serianni, «benché il risultato finale sia ovviamente molto diverso da scrittore a scrittore, gli ingredienti dei rispettivi impasti lessicali presentano singolari affinità». È qui che questi scrittori si apparentano, sul terreno della reazione a certa medietà propria del realismo linguistico che caratterizza la prosa postunitaria. Nel senso che ricercano vie di fuga dal centro dell’omogeneità espressiva, attraverso il ricorso, oculatamente letterario, a regionalismi e dialettalismi, arcaismi e cultismi, neologismi, procedimenti derivativi e alterativi, creature neologistiche.
 
Parole lombarde, parole nuove
 
Nel Valera delle opere più sentite e originali è forte la pigmentazione lombarda e popolareggiante di lessico e fraseologia: baslotto ‘catino’, cavagnone ‘cesto’, sgarbugliarsi gli occhi ‘sfregarsi’, sleppa ‘fetta’, mettere le budella al collo ‘riempire di botte’, dormire della quarta ‘della grossa’, avere il pelo sullo stomaco. Se Imbriani è un amante dei giochi alterativi (fanciullaccia, trionfucolo) e Dossi è un appassionato giocoliere di verbi parasintetici (ricavati cioè affiggendo un prefisso e un suffisso a una base: disarmadiare, intaschinare), Valera si distingue, come nota Serianni, per «la ricchezza di derivati e di composti (solo con -crazia troviamo bancocrazia, becerocrazia, bottegocrazia, clerocrazia, ladrocrazia, pretocrazia, snobocrazia)» e per una certa verve neologistica, anche se questa è dettata, come sostiene Vittorio Coletti, da «espressionismo intellettualistico, assai più che realismo presocialista: acquavitaio […], garzoneria, marmoccheria, elegantizzare, sginocchiare, sgomitare, evoluzionario, malefizzare».
Ma va riletto e apprezzato anche il Valera polemista che interviene nel fuoco del presente, con prosa energica, sintassi semplice, paratattica, frasi monoperiodali. L’espressionismo si spoglia di sé, l’intenzione di essere diretto, chiaro, esplicito rende lo stile cristallino, il lessico essenziale, le analogie secche: la penna sembra manovrata dall’ultimo degli idéologues, come nel finale di Mussolini, sorta di padre di tutti gli instant book:
 
«Mussolini oratore è tutti i giorni sulla piattaforma. Anche in questa settimana che l’opposizione è stata con l’orecchio teso per ascoltare il tonfo della sua caduta, presentita un po’ dappertutto, Mussolini non ha ceduto terreno. È stato sfolgorante. Ha avuto un linguaggio tutto tronfio della sua persona. Si è imposto. Lo si è voluto paragonare a Silla, il grande console romano. Forse gli assomiglia. In Mussolini si è sviluppata un’aristocrazia che non si conosceva prima della sua ascesa. Vuole la grandezza imperiale di Roma, caput mundi. Prepara alla sua discesa di domani un bagaglio di romanità spettacolosa».
 
 

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