16 luglio 2017

Quel papero scrive come Moravia

di Silverio Novelli

C'era un tempo in cui educatori biologici (madri, padri, nonni...) ed educatori istituzionali (insegnanti) condannavano la lettura dei fumetti da parte dei giovanissimi. Reati ascritti: induzione alla fantasticheria e al disimpegno dalle librarie letture (le uniche serie e fruttuose), favoreggiamento (in via presuntiva) di pruriti sessuofili e istinti aggressivi, perniciosa assuefazione all'uso subordinato della parola all'immagine, scadimento della qualità dell'italiano dal piedistallo della bella norma. Nel suo solido, argomentato e, perdipiù, gustoso saggio Parola di papero – Storia e tecniche della lingua dei fumetti Disney (Franco Cesati editore, Firenze 2008), Daniela Pietrini ci ha ricordato (pp. 383-84) che ancor oggi c'è chi, in Italia, ritiene diseducativi i fumetti sotto tutti o alcuni dei profili su elencati, anche se, per la verità, i moloch traviatori ormai sono diventati altri; prima la televisione, ora anche i videogiochi, la rete, facebook. La censura sul fumetto, nuovo genere nato come fenomeno editoriale moderno negli Stati Uniti (con Yellow Kid , 1895), fece sentire subito il suo peso nell'Italia delle élite colte, ferme nella difesa della lingua scritta libresca, le quali imposero l'eliminazione della caratteristica più specifica dell'architettura comunicativa del fumetto, ovvero il balloon, la nuvoletta, considerata segno della schiavitù della lingua scritta al dominio dell'immagine: acuta intuizione, tipica di chi si sente minacciato, perché in effetti proprio lì, nella nuvoletta, passava per primo l'adattamento della lingua “reale” alle esigenze di una sceneggiatura indirizzata per forza di cose a concisione ed espressività in chiave di verosimiglianza comunicativa. Noi invece, nel «Corriere dei piccoli», eliminammo le nuvolette e al piede di ogni vignetta ponemmo didascalie in rima (resistenti fino al «Topolino» dei primi anni Trenta).
 
Con Cino e Franco l'Italia s'è desta
 
Per fortuna, poi, le cose sono cambiate, e in fretta. Dopo la comparsa dei fumetti importati dall'America,spinto dal gran successo di Cino e Franco, personaggi tutti italiani comparsi su «Topolino» nel 1933, l'editore Mario Nerbini (lo stesso di «Topolino», fino al 1935) l'anno successivo inaugura la rivista «L'Avventuroso». Si spiana così la strada al consumo di massa, soprattutto giovanile, del fumetto in Italia, nonostante gli anni magri della guerra. Nel dopoguerra, gli album tutti italiani dei personaggi disneiani (prima sotto l'egida di Mondadori, poi con Disney Italia) e, più tardi, quelli della Bonelli (dal vecchio, solido cowboy Tex alla postmoderna e inquietante Lilith di oggi), si impongono nel mercato fumettistico di massa delle edicole, nonostante le «due nicchione» (Luca Raffaelli) dei supereroi americani e dei manga (tradotti in italiano, naturalmente).
 
Un fantastiliardo di neologismi
 
L'approfondita analisi che Pietrini fa dell'universo linguistico di paperi e topi disneiani porta a smussare fortemente gli angoli del giudizio limitativo sulle caratteristiche creative della lingua del fumetto in Italia, espresso nel 1971 dal grande studioso Giovanni Nencioni nell'introduzione al saggio di Leonardo Becciu Il fumetto in Italia (Sansoni ed.). Nencioni vede nella lingua del fumetto «il prevalere della lingua comune nella sua maggiore passività (frasi fatte, metafore d’uso, associazioni convenzionali) e nella sua elementarità sintattica», e constata quanto siano «scarsi (...) se non a scopo di mimesi ambientale o di ermetismo o di tecnicismo, l’elemento dialettale e straniero o la deformazione linguistica». La lingua di paperi e topi disneiani è, viceversa, caratterizzata da una forte azione plasmatrice nel campo del lessico, nel quale, di fatto, esercita tutta la propria creatività innovativa: «Il lessico del fumetto disneiano – scrive Pietrini a p. 385 del saggio citato – è infatti caratterizzato da una straordinaria ricchezza lessicale e soprattutto da grande inventiva. La chiave di interpretazione è costituita dalla finalità ludica che sottende all'intera lingua disneiana e che è alla base di gustosi giochi di parole e di innumerevoli neologismi». Oltre a leggerne alcuni divertenti esempi in questo intervento di Pietrini sul Portale Treccani.it, nei quali spiccano tutti i nomi... “paperizzati” di personaggi famosi appartenenti al mondo italiano dello spettacolo, riportiamo qui soltanto alcune tra le svariate invenzioni lessicali che caratterizzano la «torsione ludica» ( Silvia Morgana ) del fumetto made in Disney: a partire dai famosissimi fantastiliardario e fantastiliardo, per proseguire, limitandoci a pochi esempi pescati nel campo della terminologia pseudo-scientifica (alle pp. 233-42), con ilaroscatenante, fosfocemento, pepitologo, sentimento nazional protonico, metafisica proconsensuale, sondaggio protoscopico, cannocchiale ultrascopico, freddolite, gingillonite, cosoide, sfere scherzoidali, dollaroastenia (con sovrapposizione al reale astenia,'sensazione di debolezza', della falsa ricostruzione etimologica imperniata sul verbo astenersi, in quanto la malattia che colpisce Paperone è causata anche dalla lontananza dai dollari).
 
Colloquiale ma sorvegliato
 
Pietrini si pone due domande cruciali, circa la lingua vigente a Paperopoli e Topolinia: 1) come si colloca all'interno del processo di ristandardizzazione della lingua italiana contemporanea, quello per cui, in buona sostanza, molti fenomeni dell'italiano parlato lottano per ridefinire alcuni tratti della norma (per esempio, le dislocazioni nell'ordine delle parole, le frasi scisse, le pseudoscisse, l'allascamento del congiuntivo, il verbo avere preceduto da ci, la prevalenza delle forme pronominali lui/lei/loro su egli/ella/esso/essi/esse, ecc.)?; 2) in che modo, eventualmente, contribuisce a tale processo?
Pietrini, in base all'analisi dei dati raccolti, risponde alla prima questione mostrando come, pur nell'ambito di una ricerca di imitazione dell'oralità, la lingua scritta di paperi e topi sia solo parzialmente innovativa, rispetto al “vecchio” standard della lingua, mentre il più delle volte è conservativa. Questo, almeno, per quanto riguarda i fenomeni che interessano gli strati piuttosto profondi della lingua, cioè fonologia, morfologia e sintassi. Insomma, si «segue il processo di ristandardizzazione dell'italiano solo nella misura in cui l'adesione alle attuali tendenze innovatrici sia necessaria per non rendere anacronistica la lingua dei personaggi» (p. 380). Perché questa «sorta di italiano “colloquiale sorvegliato”» (p. 362), che punta le sue carte solo sulla carica ludico-espressiva del lessico? Perché «[i]l fumetto […] disneyano resta un prodotto rivolto ai giovani ed è pertanto bene attento a non sfidare l'ideologia della scuola restando piuttosto ligio alle regole della sua normalizzazione linguistica» (p. 361). Insomma, anche attraverso la lingua si persegue una saggia politica editoriale.
 
Paperi (e porci) con le ali
 
La seconda domanda ha una risposta affermativa: «Il fumetto si inserisce [...] all'interno di un generale processo di sviluppo dell'italiano contemporaneo alla ricerca di un registro espressivo e informale in grado di colmare il vuoto lasciato dalla regressione dei dialetti non in quanto varietà diatopiche, ma come strumenti della comunicazione espressiva» (p. 387). Una risposta, però, che ha bisogno di relativizzarsi e storicizzarsi: la lingua disneiana, in particolare, partecipa dell'innovazione che caratterizza un determinato periodo dello sviluppo dell'italiano contemporaneo, tra gli anni Sessanta e Settanta del Novecento. Paperoga & C., insieme a scrittori come Moravia, Maraini, Morante, Gadda, Soldati, Pasolini, (fino ai Ravera e Lombardo-Radice del 1976, con la giocosità giovanilistica di Porci con le ali), si mettono di buona lena a dare il loro «contributo al superamento della formalità della lingua letteraria e alla costruzione dell'autonomia di un italiano colloquiale espressivo» (p. 388), prescindendo dal vecchio modello del dialetto come “fuga” stilistica dall'italiano standard di matrice letteraria.
 
Oops! Ideofoni allo Strega
 
Con la sua foga neologistica, col continuo cozzo parodico tra aulicismi e colloquialismi, con l'iperproduzione di voci onomatopeiche e ideofoni (utilizzati anche come basi derivative di parole ad alta espressività: slurpare, slurposo, slurpino, blablablare, ecc.), la lingua disneiana, spesso attraverso le varietà giovanili di lingua, ha dato e dà effettivamente un contributo non effimero alla comunicazione informale e ludica, così, tipica, oggi, di numerose palestre dell'italiano digitato (chat, messaggini, e-mail).
Echi o riverberi puntiformi, ma significativi, di tale apporto si trovano anche in pagine di letterarietà non trasgressiva come quelle premiate ogni anno dallo Strega: oops in Caos calmo di Sandro Veronesi, sbam in Via Gemito di Domenico Starnone, bang in Ferito a morte di Raffaele La Capria, zzt, zzt, zzt (come reazione a un discorso sconveniente) nel Visconte dimezzato di Italo Calvino, un grrrr semi-animalesco in Vita violenta di Pasolini, un assonnato zzzzzz-zzzzzz in Poveri e semplici di Anna Maria Ortese, più una caterva di uhm (e qualche uhm-uhm) bofonchianti, perplessi o cogitabondi disseminati in vari romanzi, a partire dai Fratelli Cuccoli (1948) di Aldo Palazzeschi, fino al Dolore perfetto (2004) di Ugo Riccarelli.
La lingua disneiana non cesserà di seguire e documentare, in una sorta di animato rispecchiamento, gli sviluppi di alcuni tratti non secondari dell'italiano contemporaneo. Basti pensare alle formule di saluto: salve, passato da «saluto confidenziale […] a saluto generico di media formalità […] e marca di rapporti asimmetrici (dagli anni Ottanta a oggi), fino ad una sorta di saluto di gruppo dall'esibita confidenzialità di matrice televisiva nella seconda metà degli anni Novanta»; ciao, diventato nel corso degli anni Ottanta «il saluto confidenziale per eccellenza […] per assumere infine, negli anni Novanta, un inedito valore di saluto di gruppo». Anche se – non ne dubitavamo, in verità – il ciao paperolese non può limitarsi a essere un puro e semplice ciao come tanti nella spiumata vita reale di tutti i giorni, ma deve trasformarsi in un ciao sfavillante come tante pa(pe)rolette nel balloon: superciao a tutti (le citazioni da Pietrini, p. 400).
 

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