16 luglio 2017

Quando l'arte europea imparò l'italiano

di Silverio Novelli

Sfogliando i dizionari delle principali lingue europee possiamo apprezzare quanto sia stato importante, specialmente nel corso di alcuni secoli - dal Trecento al Seicento -, e periodi - Umanesimo e Rinascimento -, l’apporto di parole italiane al lessico intellettuale e artistico europeo. La terminologia concettuale e la nomenclatura settoriale di arti, mestieri e strumenti nell’ambito di pittura, architettura, scultura, melodramma costituiscono una sorta di filigrana, più o meno visibile, che innerva il vocabolario artistico e culturale di molte di queste lingue.
Proprio a partire dalle testimonianze più antiche (rinvenute nel tredicesimo secolo), fino a giungere alla metà del Seicento, Matteo Motolese, in Italiano lingua delle arti. Un’avventura europea (1250-1650) , Il Mulino, 2012, traccia un profilo dei modi attraverso i quali l'italiano è arrivato, nel corso di tre secoli, ad essere la lingua di riferimento per l'arte e l'architettura in Europa. Motolese insegna Linguistica italiana alla Sapienza-Università di Roma ed è condirettore della serie degli “Autografi dei letterati italiani” pubblicata, a partire dal 2009, dalla Salerno editrice.
 
Intrecci
 
Il pensiero va subito al Rinascimento, al quale l’autore dedica il debito spazio di approfondimento e riflessione. Uno dei pregi immediatamente evidenti della ricostruzione storica e lessicologica, ricca, meditata e frutto, com’è chiaro a chi legga tra le righe, di una conoscenza profonda anche delle discipline extra-linguistiche prese in esame sub specie linguae, è di inserire la fioritura rinascimentale di terminologia delle arti in Italia e la sua diffusione in tutt’Europa all'interno di percorsi complessi, che intrecciano riflessioni su opere (pittoriche, architettoniche, scultoree) e teorizzazioni in italiano di italiani con le testimonianze testuali di ricezione da parte di artisti e pensatori stranieri.
 
Facciata in Peter Gabriel
 
Com’era possibile per gli artisti stranieri non interrogare l’arte italiana a prescindere dalla conoscenza della lingua in cui si esprimevano i suoi sommi artisti e in cui si andavano fermando e formando su carta la riflessione e la teorizzazione più alte sul rinnovamento delle arti moderne attraverso il ripensamento dell’arte degli antichi? Domanda retorica. Così come non era possibile per artisti e pensatori di altri paesi, sotto l’impatto di questo modo nuovo di vedere e praticare l’arte, fare a meno di impadronirsene anche attraverso la lingua – in ultima analisi, anche per distanziarsene in forza della propria personalità –. Insomma, è innegabile che soprattutto nel Rinascimento la percezione della lingua italiana sia stata intimamente legata alla percezione della pittura, della scultura, dell’architettura, che sono state un modello per l’Europa. L’Europa ha cominciato a ripensare all’arte in un determinato modo soprattutto guardando all’Italia e, verrebbe da dire, attraverso l’Italia. Il flusso di parole italiane tributario del plasma lessicale artistico europeo è molto vario, ma ne va sottolineata la rilevanza più qualitativa che quantitativa. Come ha detto l’autore presentando il suo libro nel corso della quarta puntata della trasmissione di Radio 3 La lingua batte , «si tratta di termini che definiscono un modo di vedere nuovo, definiscono elementi dell’ordine (si pensi, per l’appunto, alla locuzione ordine architettonico),definiscono singoli oggetti. Una parola come facciata passa in francese (façade) e da lì sbarca in inglese (facade) e, a testimonianza di un radicamento profondo, oggi, per dire, la ritroviamo anche nel testo di una canzone («And the grand facade, so soon will burn / without a noise», in In your eyes di Peter Gabriel, ndr)».
 
Vasari e Serlio
 
Un preliminare intervento di storicizzazione è dedicato da Motolese ai canali attraverso i quali la lingua italiana, portando con sé i termini di ambito artistico, si è diffusa. Nei primi secoli, tra il Trecento e il Quattrocento, il veicolo principale è l’oralità, attraverso gli scambi verbali tra le persone. Sono le persone, cioè gli artisti (anche i tanti mastri e lavoranti di pregio ma senza nome dell’arte basso-medievale), che fanno circolare i termini. Gli artisti viaggiano molto e gli italiani, già apprezzati e riconosciuti (si pensi alla scuola cosmatesca), non fanno eccezione. A partire dal Cinquecento, alle parole dette si aggiungono altri mezzi di trasporto e diffusione, potenti e duraturi: i libri. Non va dimenticato che l’Italia, al tempo, era luogo privilegiato per la stampa, capoluogo Venezia. Attraverso la stampa, la trattatistica italiana raggiunge tutta l’Europa. In questo modo, l’opera del Vasari ha una diffusione vastissima, ma non meno ampia è la diffusione della trattatistica architettonica. Basti pensare al trattato di architettura di Sebastiano Serlio (il cui nome, tra l'altro, è immortalato nella locuzione trifora serliana), che è stampato a Venezia nel 1537 e già due anni dopo viene, come dire, clonato in Olanda in edizioni pirata in francese, tedesco, neerlandese e, infine, dopo un po’ di tempo, in inglese. Viaggiano i libri, viaggiano le parole, viaggia la terminologia tecnica, si espande l’aura di prestigio culturale dell’arte italiana.
 
El Greco, nel «cuore del motore»
 
L’idea del libro, scrive Motolese proprio in apertura, è nata guardando l’inventario della biblioteca del maestro Diego Velázquez, che conosceva bene l’italiano, tanto da avere, nella sua biblioteca, metà dei libri in italiano. Conosceva bene l’italiano anche El Greco. El Greco legge la copia di Vasari in suo possesso, la postilla e mentre dialoga in questo modo con lui – spesso non essendo d’accordo – ne adopera e rilancia la terminologia. Con El Greco , scrive Motolese, «[s]i ha la sensazione di arrivare al cuore di tutta la questione, il luogo in cui è nascosto il motore», in quanto il rimuginare l'italiano dell'arte che il pittore arma nel suo magmatico impasto di substrato greco, spagnolo lingua seconda, toscano letterario dei testi compulsati e veneziano parlato mette in luce «un corpo a corpo con l'italiano perlopiù non ricostruibile» nel caso di molti altri artisti stranieri (le cit. da Motolese, Italiano lingua delle arti, cit., pp. 156-7).
Dove ci si gira, si trova un maestro che conosce l’italiano (Rubens, per fare un altro esempio), pronto a recepire suggestioni, idee, teorie, tecniche anche attraverso il filtro della lingua: «[...] dal punto di vista del rapporto con la lingua italiana», ci si colloca «in una scala ideale che va dal minimo della scrittura di Inigo Jones e Symonds (singole parole italiane in un contesto linguisticamente inglese), alla scrittura del Greco (intere porzioni in italiano in contesti mistilingui) e raggiunge il suo massimo nel taccuino di Van Dyck (italiano come lingua dominante e quasi esclusiva» (Motolese, cit., p. 170).
 
Leonardo tradotto in francese
 
Le parole italiane che hanno avuto più diffusione e fortuna nel periodo analizzato da Motolese si legano soprattutto all’architettura e alla pittura. Per dare un’idea di quanto queste parole sono state determinanti anche nel costruire un modo di guardare i quadri - e l’arte in generale -, va ricordata innanzi tutto la parola artista, che prende piede proprio dall’Italia; per quanto riguarda l’architettura, si diffondono ovunque termini fondamentali come piedistallo e architrave; e poi, tornando alla pittura, ecco chiaroscuro, in cui si coglie bene il senso di un acquisto lessicale che spalanca un modo diverso di porsi dell’occhio davanti alla figurazione pittorica. Vi è piena consapevolezza, nella cultura europea dei secoli centrali del millennio, che «[c]'è qualcosa di fondativo […] che è difficile trovare successivamente. Alla base c'è la presa di coscienza di una sorta di inadeguatezza espressiva che affiora in molte lingue europee dinanzi alla riscoperta dell'antico, ai nuovi modi di costruire così come rispetto alle novità in campo pittorico» (Motolese, cit., p. 204).
Dopo non sarà più così, anche quando, nell'Ottocento, gli italianismi nelle altre lingue raggiungeranno vette quantitativamente simili a quelle raggiunte nel Cinquecento. Dalla seconda metà del Seicento l'energia propulsiva trasmessa dalla cultura italiana all'estero va affievolendosi. La traduzione del Trattato della pittura di Leonardo in francese «assume il valore, per così dire, di un passaggio di testimone, con il francese che si avvia ad essere la lingua egemone in Europa anche sotto il profilo culturale» (Motolese, cit., p. 203).
 

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