12 giugno 2014

Calcio, la più bella metafora del mondo

di Silverio Novelli

Il calcio siamo noi, nessuno si senta escluso. La parafrasi del verso di una famosa canzone di Francesco De Gregori (La storia, 1985) rende conto di una verità nota a tutti i tifosi. Se la società calcistica amata ha o non ha acquistato questo o quel giocatore, i tifosi dicono, in piena sindrome da sineddoche identificativa: «Abbiamo preso XY», «ci siamo lasciati scappare YX». Il calcio siamo noi, appunto. Questo è il tifo. In Italia, soprattutto e da sempre, il tifo per eccellenza è quello calcistico. Metafora di una malattia che, secondo l'etimo remoto (il greco tŷphos ) , «indicava propriamente ‘fumo, vapore’, ma per estensione anche ‘offuscamento dei sensi’ e faceva riferimento soprattutto a febbri, che portavano il malato ad uno stato di stupidità», come ci ricorda Marcello Ravesi . Il tifo calcistico è virus latente che si attiva in occasione di ogni discesa in campo. Se il calcio è inteso come occasione e cornice creativa, allora la singola prestazione sportiva della squadra o di un suo componente o, perfino, il singolo gesto atletico e tecnico di un calciatore, che si faccia notare per l'abbinamento di irripetibile efficacia e armoniosa cinetica corporea, si fa forma produttrice di un'emozione. Dunque, arte.

Pontormo e Zidane, veroniche a confronto
 
Così la pensa Francesca Serafini, nel suo recente Di calcio non si parla (Bompiani), quando scrive (p. 32) che nell'epoca della riproducibilità tecnica dell'arte, «il calcio è uno dei pochi àmbiti (lo sport in genere) – del resto che differenza c'è in bellezza tra la Veronica di Pontormo o una di Zidane? (Dove collocare in un'ideale classifica di questo tipo il rovescio di Federer?) - che mantiene viva la possibilità dell'hic et nunc, rendendo originale ogni sua manifestazione». La stupidità prodotta dal tifo va perciò rianalizzata. E poi corretta – Genny 'a carogna a parte -, sempre seguendo la via dell'etimologia, in stupore (stupidità e stupore provengono entrambi, in radice, dal verbo latino stupēre), attonito stordimento che si può risolvere in mutacismo, deglutizione impedita, bradipnea, sospensione dell'attività psicomotoria: insomma, vanìo di coscienza, s tendhalianamente obnubilata e percossa dallo sconvolgimento dei sensi, al manifestarsi del capolavoro fiorito nel verde rettangolo erboso. Maradona, Totti, Baggio, Del Piero...
 
Sentimento dei sentimenti
 
Ricorsivo e rassicurante come un format televisivo – scrive Serafini, che è anche autrice per la tv, oltre che scrittrice, saggista, editor e docente di scrittura creativa -, il calcio, da palinsesto organizzato di gare, si trasmuta, ad ogni concreto appuntamento, in una fucina di imprevedibilità e in un semenzaio di prodigi estetici. Il libro di Serafini assume il calcio come pre-testo, testo, contesto e forse, soprattutto, ipertesto, per via di un costante procedere cataforico e digressivo della scrittura stessa: un modo avvolgente per parlare di sé e della propria famiglia in un racconto a spirale di idee, immagini e riflessioni, in cui il calcio è, quasi per iperbole, sentimento dei sentimenti, che a ondate non lineari pervade le pagine. Per esempio, il calcio diventa contenitoree cornicedei sentimenti di identità, appartenenza, continuità della specie. Il libro si apre, infatti, con il padre dell'io narrante che dà forma di sgabello a cubi di polistirolo, affinché i figlioletti possano accomodarsi seduti allo stadio, nell'affollata curva Sud della Roma; un padre, scopriremo a pagina 109, che tiene, a sua volta, come memoria più viv(id)a del proprio genitore, perso all'età di otto anni, i momenti in cui quest'ultimo «anche di nascosto dalla moglie, lo portava con sé allo Stadio Torino – come era stato ribattezzato dopo la tragedia di Superga il Nazionale: quello che poi venne abbattuto per costruire il Flaminio – a vedere la Roma. Di quella volta, durante una rissa, in cui aveva visto strappargli di dosso una manica della giacca. Di come lo sollevava in aria tutte le volte in cui la Roma segnava».
 
«Una specie di Shahrazād»
 
In fondo, il calcio, di cui, per tacito accordo, in casa Serafini, oggi, ci vien detto che non si parla a tavola, in occasione delle rimpatriate famigliari, onde non escludere la madre di Francesca (e del fratello Danilo), totalmente estranea a quel mondo, è, in questo libro, un ipertesto capace di contenere narrativamente anche la famiglia, a sua volta ipertesto (lo scrive l'autrice alle pp. 50-52, molto incisive) di narrazioni intrecciate, parzialmente sovrapposte, digressive. Un siffatto calcio scritto (e scritto e amato da una donna, finalmente!), oltre che a sentimento di sentimenti, forma d'arte riflessa nel genio dell'atto o dell'attore sportivo, surrogato psicologico di giovinezza per lo spettatore che vede muscoli battersi e battere cuori altrui come vicari rappresentanti di una gioventù per lui o lei trascorsa, sospensione estatica del tempo, disattivatore narcotico del dolore, attivatore endorfinico di benessere (in caso di vittoria, è logico), si propone, in definitiva, come trascrizione e traslazione su carta di una narrazione viva e vivificante, «una specie di Shahrazād: una riserva infinita di racconti e di emozioni che si rinnovano allontanando l'idea della morte» (p. 105). Il calcio, semplicemente, celebra la vita e l'epica della lotta per la vittoria, senza tacere la sconfitta, che per essere morte, lo è solo in quanto sconfitta e caduta temporanea, morte che sta in grembo a nuova vita («ci rifaremo la prossima volta»).
 
Pasolini, Brera, Soldati...
 
Fuori di questa complessa cornice, il calcio ha trovato da tempo, ma specialmente a partire del Secondo dopoguerra – in Italia come altrove – parole per dire le proprie gesta. Poeti come Saba, Gatto, Sereni, Raboni, Mussapi; narratori come Tobino, Bontempelli, Cancogni, Giorgio Saviane, Meneghello, Pasolini (nei due romanzi, i campetti romani di borgata che egli stesso calcava...), fino al Fútbol bailado di Garlini; giornalisti-scrittori come Montanelli, Ghirelli, Ormezzano e l'inimitabile Brera; scrittori prestati al giornalismo sportivo come Giovanni Arpino (inviato ai Mondiali di Germania, nel 1974, per conto della «Stampa») e Mario Soldati (in Spagna per i Mondiali dell'82, come inviato speciale del «Corriere della sera»).
 
La competizione interiorizzata
 
Anche se «l'articolo giornalistico scritto 'a caldo' […] mira a offrire la sintesi più o meno ampia di una sfida o di una competizione agonistica, assumendo le forme del resoconto fitto di dati tecnici, volto a descrivere tattiche di gara o di gioco» e «il racconto di matrice letteraria è invece frequentemente teso a rievocare (a distanza di tempo più o meno variabile) eventi o figure reali dello sport, lasciando spazio anche al punto di vista, alle emozioni di chi scrive» (Francesca Petrocchi, Sport e letteratura nella storia , in Enciclopedia dello sport, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2003), la parola del calcio è portatrice privilegiata di metafore e iperboli , anche quando (o, forse, proprio perché) – come scrive sempre Petrocchi – «Ciò che in effetti viene trasferito negli scritti apparentemente fedeli alla realtà di una sfida sportiva o alla realtà delle imprese di un atleta o di una squadra non è la realtà della competizione ma la competizione reale, ovvero quella interiorizzata dallo scrivente, spettatore o protagonista che sia». Che cosa vede, in campo, chi scriverà? Vita, movimento, lotta.
 
Amfetamina bellica
 
Ecco allora l'iperbole a gonfiare le cronache e i racconti delle imprese calcistiche, come fanno i palloni con le reti delle porte, metaforizzando il lessico bellico, adibito ad amfetaminico di ricorsiva presa retorica: gol rocambolesco, tiro micidiale o esplosivo, mira infallibile, ritmo forsennato, gara spumeggiante, minuti finali (di gara) elettrizzanti, offensiva disperata, difesa strenua del risultato, avanzare, arretrare, contrattaccare, andare o tornare alla carica, assediare l'area, stringere d'assedio gli avversari (i quali non stanno a guardare e fanno o erigono le barricate, guarniscono le retrovie, blindano la difesa), sfondare sulla fascia, attaccare con tutti gli effettivi.
 
Addormentare la partita
 
D'altra parte, generosa con la lingua comune, dalla quale prende parole per tecnicizzarle, la lingua del calcio parlato (radiotelevisivo) e scritto (giornalistico e brillante) finisce col creare comodi stereotipi («addormentare la partita; allungarsi la palla, o allungarsi in scivolata o in tuffo; aprire sul giocatore X; bloccare (il portiere blocca in uscita); concludere (e conclusione); concretizzare; costruire; dialogare (di due calciatori che si passano la palla a vicenda); distendersi; filtrare tra le maglie avversarie; girare (X di testa gira in rete); impegnare il portiere in una parata; inventarsi (e invenzione); pescare libero qualcuno; realizzare (e realizzatore); saltare un giocatore (X supera Y palla al piede); sbucciare ‘sfiorare’ la palla; siglare; smistare; spizzare di testa; suggerire (e suggerimento); toccare (X tocca per Y, cioè gli passa la palla), ecc.», dal citato Marcello Ravesi ), anche quando preleva e riadatta semanticamente i tecnicismi da altre terminologie sportive (si pensi solo al pugilato: parata, mettere KO o al tappeto l'avversario, un micidiale uno-due – riferito a due goal messi a segno in rapida successione - , vincere o perdere il primo round – in competizioni con partite di andata e di ritorno -). La lotta esalta l'hic et nunc con i furori lessicali, ma ci vuole un letto di parole note da cui sollevarsi ritemprati per la pugna.
 
Lo schema e la profondità
 
Molti – per esempio, Stefano Bartezzaghi - notano come una certa aria di pseudo-precisionismo stia in realtà trasformando le (tele)cronache calcistiche in campiture astratte. Ben oltre l'euclidea geometria breriana della verticalizzazione, siamo arrivati alla teoria delle stringhe: attaccare gli spazi (cercare dioccupare zone del campo) o andare nello spazio (cioè andare senza palla in una zona del campo libera, aspettando un passaggio), aggredire la profondità (gettarsi in avanti attendendo un passaggio), muoversi tra le linee (che non sono quelle nemiche, ma quelle tra centrocampo e difesa o tra centrocampo e attacco), eseguire la diagonale (in difesa, coprire un compagno che si è spostato per marcare un avversario), avere o prendere campo (controllare zone del campo o cercare di conquistarle). Il calciosi fa schema di spazi e linee in 3 D( Gian Paolo Ormezzano : «La parola più oscena è schema. Una volta ho chiesto ad un grande onesto tecnico se mai in partita è stato realizzato uno schema di quelli provati in allenamento e discussi dalla stampa specializzata. Mi ha risposto: uno schema? Via, neanche un tiro»). Ma la lingua del calcio, in questo modo, rischia di perdere i contorni dell'epos.
 
Bearzot e D'Alema, Prandelli e Renzi
 
Anche Francesca Serafini, nel suo Di calcio non si parla, nonostante la convinta apertura di credito verso il calcio giocato, visto, rivissuto e raccontato, non si nega rilievi problematici. Il punto di partenza è positivo: tanta è la forza del calcio, che il suo immaginario e il suo frasario esondano in altri campi. La lingua del calcio metaforizza, ma viene anche, a sua volta, metaforizzata. Succede con la politica, prima di tutto. Berlusconi, amante del calcio e proprietario del Milan, fonda una formazione politica che è un incitamento da stadio (Forza Italia), colorato di azzurro (i forzitalioti, nel '94, vengono chiamati anche azzurri, come gli sportivi della nazionale), scende in campo per entrare in politica e, poi, governa il Paese con la sua squadra di ministri. Da Berlusconi in poi, anno dopo anno, la metafora calcistica inflaziona il discorso politico. Per Matteo Renzi, il calcio è cronografo e cronogramma politico, quando, nel 2012, dice che, «calcisticamente parlando», «D’Alema e Veltroni sono in Parlamento da quando c’era Bearzot, ora c’è Prandelli; c’era Paolo Rossi ora c’è Balotelli: il mondo è cambiato fuori, se anche cambiamo un po’ di facce non è male!». Enrico Letta (Lippi?), poco prima di cedere il timone del governo proprio a Renzi, alla fine di dicembre del 2013 dichiara: «Nonostante molti fuori da qui non ci credessero, abbiamo mangiato il panettone e se continuiamo a lavorare bene contiamo di mangiarlo anche l'anno prossimo», riprendendo la metafora del mangiare il panettone 'arrivare fino a Natale', tipica dell'ambiente calcistico, con riferimento ad allenatori che “rischiano di non mangiare il panettone”, cioè di essere esonerati dall'incarico prima di Natale, per via dei risultati insoddisfacenti ottenuti nei primi mesi della stagione calcistica.
 
Politica, calcio e donne
 
A questo punto, la conclusione di Francesca Serafini sul calcio in politica è preoccupata (p. 74): «Intanto, viene da chiedersi: di che cosa non ci stanno parlando mentre ci parlano di calcio? E poi c'è un aspetto ancora più inquietante dal mio punto di vista», dice la scrittrice, ricordando il fatto che «le donne seguono ancora poco il calcio» e che «i politici usano il linguaggio calcistico per avvicinare i propri potenziali elettori». Dunque, «nel quadro d'insieme di colpo ci appare un'istantanea della politica italiana che ancora, se stiamo al suo linguaggio, sembra interessata a dialogare, se non solo, soprattutto con gli uomini. E in questo senso forse sì, per tutte e per tutti, il calcio rappresenta una metafora».
 

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