16 luglio 2017

Retorica perenne

Ci vuole Vittorio De Sica. Non il maestro del neorealismo, il regista di Sciuscià e di Umberto D. E nemmeno il – paradossale – attorgióvane di Gli uomini che mascalzoni o il maresciallo sempiterno del ciclo dei pani e degli amori gelosi. L’avvocato, ci vuole. Il distillatore di erre indignate e di costernazione; il guitto plateale, la stessa figura dateatro spicciolo caldeggiata dai deliri di Bene: l’uomo di legge tutto frasi a effetto, articoli del codice civile, indignazione ipocrita e affaticante. Il fiero difensore della Lollobrigida; o il Seneca che sussurra allo scrivano di non temere la morte e di lasciare lontane da sé le passioni: il Seneca, ovviamente, consigliere di un imprescindibile Nerone-Alberto Sordi. (E nemico sodale di una spiazzante Gloria Swanson-Agrippina).
De Sica , ci vorrebbe. Con i suoi richiami anaforici e le foderature. Per incarnare la rappresentazione del peggio ingombrante – e divertito – di secoli di vuota retorica diventati divisa e luogo comune; falsa pista e congedo di tutte le tipizzazioni alla fine della farsa.
La vana retorica, la vuota retorica. La retorica d’accatto. Il giudizio ‘retorico’ con cui un Pasolini trentenne stigmatizzava i temi dei suoi allievi delle medie, quando sfilacciavano la verità minima dei loro racconti quotidiani in costruzioni idiomatiche mostracorda.
Epperò, di là dall’efferatezza grafica di un vezzo: quanti sanno davvero cosa sia una sineddoche, o una metonimia? Chi sa davvero distinguere un omoteleuto dalla prosopopea? Chi riconosce realmente un’interrogativa retorica? Quando sarebbe così semplice, riappropriarsi delle parole e delle costruzioni che le farciscono: dare un viso e un termine alle categorie. Fingendo la ragione di Umberto Eco, quando dice che il ‘riscatto della classe operaia’ passa anche – forse – attraverso una corretta lettura di Joyce. Pure Giordano Bruno diceva “pane al pane e vino al vino” tra una variatio e l’altra.
E così: non arrampicatevi sugli specchi;gambe in spalla: e cominciate il cammino tra i sentieri selvosi dei glossogrammi. Avanti, avanti: fino alla fine delle domande. Leggete e riflettete finché vi va. Leggete (e riflettete) finché vi sembra giusto. Ma non perdete tempo a rintracciare le figure contenute in questo preambolo. È tutta retorica.
 
 
1. Paronomasia
 
A. «“Chi dice donna dice danno” non è solo una sciocchezza vergognosa e ignobile, ma è anche una sineddoche… No
B. «Il termine paronomasia viene dal greco parà ònna zoòn ‘tra tutti quanti i viventi’, detto di chi ‘è ancora vivo e vegeto sotto il sole… Per questo il termine retorico “paronomasia” ha più o meno lo stesso significato di pleonasmo… È una cosa banalmente evidente… …»
C. «“Sale il sole” è una paronomasia, mi sa… … Anche se non mi ricordo più chi me l’ha detto…»
 
2. Malapropismo
 
A. «Quando, in Totò, Peppino e i fuorilegge, Totò spiega a Peppino che devono scrivere una lettera minatoria e Peppino si chiede “perché dobbiamo scrivere ai minatori?”: be’, quello è proprio un classico malapropismo… …»
B. «Il malapropismo, di regola, è il ‘cattivo “funzionamento” di una struttura sintattica’… Quando, ad esempio, si usa una proposizione finale in luogo di una condizionale, o una consecutiva invece di una soggettiva ecc. ecc.»
C. «Il malapropismo è una sorta di fraintendimento… … Quando per esempio dico “sono al sole da solo”, quella ‘confusione’ di parole simili in una stessa frase è un malapropismo…»
 
3. Sinestesia
 
A. «Ma Tony Dallara lo sapeva che ghiaccio bollente è una sinestesia? Chissà…»
B. «Ma guarda te… Ti dicono tutta la vita che hai una voce calda e solo alla fine scopri che è una ‘sinestesia’…»
C. «Qualche linguista anonimo una volta ha salutato Francesco De Gregori, a un concerto, con lo striscione ‘principe della sinestesia’… Forse per frasi come “confondo i tuoi alibi” o “la mascella al cortile parlava”…»
 
4. Allitterazione
 
A. «I ‘sessantasadducei’ di Brian di Nazareth… detti così… formano un’allitterazione…»
B. «… … Immagino le difficoltà di traduzione, con James Ellroy, che usa così tanto – e anche in senso parodico – la figura dell’allitterazione… Quella fondata da Carroll… ‘Was it a cat I saw?’…»
C. «Il termine allitterazione venne “coniato” da Erasmo da Rotterdam; e un tempo indicava semplicemente l’alfabeto recitato…»
 
5. Ossimoro
 
A. «Come ti permetti di dire che guerra umanitaria e attacco preventivo “non sono propriamente degli ossimori”? Lo sono eccome, caromìo…»
B. «Ma che dici ossimòro… Si può dire solo ossìmoro, ignorante!»
C. «L’ossimoro è un ‘accostamento sensoriale’: “la fame nera”, anche la “rossa passione”, volendo…»
 
6. Iperbole
 
A. «“Mario mio, farai ridere tutta la nazione, se ti fai vedere in giro con quell’ombrello fucsia…”: questa è un’iperbole»
B. «“Nei lager nazisti sono morte milioni di persone”: questa è un’iperbole»
C. «Non mi sembra che nell’opera da tre soldi ci sia un’iperbole… … Non mi convinci del tutto…»
 
7. Anafora
 
A. «“Ecco quel che resta del tuo gioco; / ecco quel che resta del tuo fuoco: / ecco quel che resta di quel poco”… … Ti piace l’anafora che ho usato?»
B. «“Senti: presto è tutto quanto il resto; / vedi: di sicuro m’inabisso. / Anzi: se ci penso resto scisso”… … Ti piace l’anafora che ho usato?»
C. «… L’anafora è sia «Eccomi qua Gastone; / Eccomi qua, amico mio! / Eccomi qua, campione…», sia «eccomi eccomi eccomi: corro, anzi: volo!»
 
8. Chiasmo
 
A. «Un chiasmo è il tipo: “Fischia il vento / fischia la bufera”…»
B. «Un chiasmo è il tipo: “la neve cade / scroscia la pioggia”…»
C. «La parola chiasmo viene dal greco: dipende dalla ‘forma della lettera kappa’, per via delle “doppie curve” e quindi del ‘raddoppio’ che fa il discorso…»
 
9. Epanalessi
 
A. «“La neve, ti dico / La neve che cade / La neve! Ma tu non capisci…”: questa è un’epanalessi piena»
B. «“Guarda, ti dico, guarda: non capisci?”: questa è un’epanalessi piena»
C. «“Credimi, credimi, credimi: questa è un’epanalessi piena”… Potrebbe quasi essere uno slogan…»
 
10. Climax
 
A. «Si dice solo la climax: e si indica ‘la parte per il tutto’: il legno per indicare ‘la barca’ ecc.»
B. «“Il nostro movimento d’opinione pacifista conquisterà prima l’Italia, poi l’Europa: quindi il mondo!”: questo è, propriamente, il delirio ottimistico di una climax…»
C. «Si può dire indifferentemente il climax o la climax. Sono corrette tutt’e due le forme»
 
Risposte e punteggi

 


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