16 luglio 2017

Si sta come d’autunno

 
Sempre l’Ungaretti di Soldati (che non si può citare se non per esteso: “Si sta come / d’autunno / sugli alberi / le foglie). (E, a voler proseguire con l’ancillosa, caparbia testardaggine della filologia sottotitolata, si potrebbe aggiungere di pugno del poeta “Bosco di Courton luglio 1918”).
Una sensazione di precarietà (quanto: e quanto a lungo dovremo continuare a sentirla? A scriverla, a ripeterla, la precarietà – un sostantivo che quasi sembra aver perso il suo diaccio, insostenibile significato di fondo per trasformarsi in un corrispettivo eterno e puntuale della situazione contemporanea che evoca: una sorta di processo blasfemo a ritroso in cui un falso mito, comunque dannoso, e pericoloso – e quindi un falso dio, per quel che l’ultimo sostantivo significa – s’è reinverbato in parola) ― Una sensazione, si diceva, che si rinnova, autunno dopo autunno, di là dalle temperature.
E infatti eccoci qui, costretti a disquisire (ancora e ancora) della paradossale pericolosità di un sospetto superotto su Maometto (e a piangere, di nuovo, sul sangue sparso dall’ottusità strumentale; a indignarci della stupidità universale delle deleghe ultraterrene contrarie alla sola umanità che ci è concessa). Eccoci qui a leggere di ostriche e di champagne d’accatto (con il dipiù paradossale di un conto da pagare in rimborsi a fondo perduto per sempre); costretti a entrare nel particolare delle partite iva: e solo per renderci conto di come persone prive non solo di talento ma anche di quel minimo di onestà basilare per poter affrontare senza fastidio una partita di briscola in famiglia; figuri oscuri privi di qualsiasi grazia e evidentemente incapaci di datare la scoperta dell’America con un’approssimazionedi almeno duecento anni: ecco. Sono stati votati dal popolo sovrano. A testimoniare di una follia degli esteri e degli interni in pratica ingovernabile.
E tutto questo con il solo profondo (e molto umano) privilegio di poter ancora commuoverci – dopo la necessaria indignazione; solo dopo una presa di posizione attiva e consapevole il più possibile nei confronti della realtà che viviamo, sia chiaro – dei colori che s’acquietano nel tardo pomeriggio, alla fine di settembre, se si fissa con precisa esattezza un punto liquido del cielo di Roma. (Ad esempio). O se si ha la giusta fortuna di poter vedere la luna sui boschi tra Montegabbione e Piegaro. (Sempre ad esempio). (E nonostante la follia piromane della stupidità privata e collettiva; maledizione).
Sempre in bìlico, insomma, tra le sacrosante (sacrolaiche) lotte per il lavoro, la devastazione orizzontale e verticale tanto di burattini delinquenti quanto di grilliparlanti pericolosi, la luce calante dell’ultimo tratto dell’anno ― siamo ancora qui. E ancora (e ancora), con Ungaretti, non siamo mai stati / tanto / attaccati alla vita. Che è poi il minimo da ricordare.
Così, se siete già preparati alle fastidiose raucedini in agguato; se i raffreddori linguistici settembrini non vi spaventano. Se siete disposti a sostenere il fastidio proemiale di una qualsiasi sinusite per godervi la bellezza struggente e vellutata dei primi tramonti equinoziali. Se siete tra i caparbi sostenitori della teoria che dopo ogni autunno e ogni inverno si nasconde, futura e rossa, una nuova primavera (almeno ancora per qualche numero spropositato di migliaia di anni, entropia accettando). Allora. Ecco i glossogrammi per voi.
 
 
1. Stare
 
A. «Fin dal XIII secolo abbiamo attestazioni di stare nel senso proprio di ‘indugiare’…»
B. «La frase latino medievale sob(i)stēre (poi sobiestāre) incaute, ‘soggiacere senza precauzione’, è alla base del verbo stare trecentesco: prima ‘essere spavaldo’, poi, antinomisticamente, ‘titubare’…»
C. «Da un’antichissima radice indoeuropea *shtā- (propriamente ‘confrontarsi’), s’è avuto il greco stázon, poi il latino stāre e l’italiano tecnico-matematico quattrocentesco stare, ‘avere rapporto’, ‘avere proporzione’…»
 
2. Autunno
 
A. «Se non mi sbaglio l’autŭmnu(m) latino è di diretta derivazione etrusca, ma non ci giurerei…»
B. «Nel Seicento, se non mi sbaglio, con la parola autunno si poteva indicare anche ‘stagione’ in generale…»
C. «Formalmente con autunno s’intende ‘il periodo di tempo compreso tra il primo ottobre e il trenta novembre’…»
 
3. Albero
 
A. «Il valore tecnico di albero ‘formazione anatomica ricca di ramificazioni ecc.’ è noto negli ambienti scientifici – e non solo – almeno dalla seconda metà del XVIII secolo…»
B. «L’albóro era, nella Roma medievale, una forma particolare di tortura con cui veniva punito chi aveva peccato di ‘eccessiva mala educattione’… al grido – pontificale – di “dàlli albóro”…»
C. «In una carta toscana del Seicento, se non sbaglio, è attestata una forma àlboro per ‘albero’… comunque pienamente legittima…»
 
4. Foglie
 
A. «La forma latina tarda fōlia(m) deriva dal neutro plurale di fōliu(m), ‘foglio’ (ma anche ‘foglia’, appunto)…»
B. «La foglia era, nel Seicento, anche un particolare tipo di cappello da utilizzarsi nelle gite nei boschi, secondo una moda sorta in Olanda e poi distribuitasi in tutt’Europa…»
C. «Il valore di ‘lamina sottilissima’ (d’oro, di rame, d’argento) dato a foglia è già trecentesco…»
 
5. Vento
 
A. «Il termine gergale vento (o vendu, o vantu), nell’Alto Medioevo, aveva il valore di ‘fuggire con destrezza’, velocemente, uscendo da una situazione di forte disagio…»
B. «Se non mi sbaglio, già nella prima metà del Trecento, metaforicamente vento aveva anche il valore di ‘ciò che è futile, inconsistente ecc.’ …»
C. «Nel Settecento il fisico Alighiero Bestoncelli usa per primo la parola vento – dal latino vĕntu(m) – per indicare il ‘movimento delle masse d’aria’, prevalentemente orizzontale…»
 
6. Pioggia
 
A. «La pioggia è, scientificamente, una ‘precipitazione di acqua dalle nuvole, sotto forma di gocce con diametro superiore al mezzo millimetro’…»
B. «La pioggia era, nell’antichità, ‘l’acqua sacrale del bālneum sacrificāle’…»
C. «La pioggia, per quel che riguarda la terminologia scientifica, è sostanzialmente ‘un elemento chimico, molle, di colore grigio, diffuso in natura specialmente come solfuro’…»
 
7. Equinozio
 
A. «Il termine equinozio viene dal latino aequinŏctiu(m) – così come equinoziale da aequinoctiăle(m) – calco sul greco isonyktión…»
B. «Il termine equinozio viene dal latino aequinŏctiu(m) – così come equinoziale da aequinoctiāle(m) – calco sul greco isonýktion…»
C. «Il termine equinozio viene dal latino aequinōctiu(m) – così come equinoziale da aequinoctiăle(m) – calco sul greco isónyktion…»
 
8. Settembre
 
A. «La parola settembre è l’èsito diretto della locuzione latino-volgare sē tĕmbra (anche nella Confessione umbra), letteralmente ‘si timbra’, ‘si dichiara (da sé)’ come il mese in cui arriva l’autunno, la pioggia ecc. …»
B. «In realtà settembre è il ‘nono mese del calendario’… E da sempre è così: l’errore di percezione viene dal fatto che pochi ricordano che sĕppe(m) – da cui, per dissimilazione sette – significava ‘nove’ nel còmputo latino…»
C. «Semplicemente, settembre era il settimo mese del calendario romano più antico…»
 
9. Nebbia
 
A. «La nebbia è anche una ‘malattia virale trasmessa dal morso dei mammiferi’ ecc. … E, se non sbaglio, è un termine attestato fin dal XIV secolo…»
B. «Il sostantivo nebbia ha il significato di ‘offuscamento’ (della mente) già dal XIV secolo…»
C. «L’aggettivo nebbioso nel senso di ‘confuso, poco chiaro’ ecc. è attestato in italiano almeno a far tempo dal XV secolo…»
 
10. Vino
 
A. «Nella locuzione “dire pane al pane e vino al vino” c’è un errore interpretativo, di solito… Perché letteralmente l’espressione significa ‘bearsi delle cose più semplici’, ‘vivere frugalmente’…»
B. «Con l’espressione “vino traditore”, di manzoniana memoria, si indica un vino ‘che sembra leggero, ma che invece ti fa ubriacare’…»
C. «La parola vino ‘bevanda alcolica ottenuta dalla fermentazione del mosto d’uva ecc.’ è attestata in volgare già a partire dal XV secolo…»
   

 


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