13 giugno 2019

Gli errori lessicali degli studenti universitari. Il lessico astratto

di Paola Baratter

La lingua italiana dispone di un patrimonio lessicale molto ampio, che si è costituito nel corso del tempo a partire dal latino e attraverso il contatto con altre lingue, dialetti compresi. Naturalmente, nessuno conosce e usa l’intero repertorio di parole. Il parlante amplia progressivamente il proprio vocabolario attraverso l’uso quotidiano, l’ascolto, la lettura. Mentre una buona parte del vocabolario di base – stimato in circa 7 mila parole – si impara in maniera naturale, il lessico di uso più raro richiede un’attenzione particolare e la volontà di capire e interrogarsi sull’effettivo significato. Inoltre l’italiano, come molte altre lingue, permette di formare nuove parole derivandole da altre: ecco che da un nome si può ricavare un verbo, da un verbo un aggettivo o viceversa, secondo meccanismi solo in parte prevedibili. 

 

Una conoscenza lessicale limitata

 

Durante il percorso scolastico, la competenza lessicale degli studenti si incrementa progressivamente; eppure non è raro incappare in studenti universitari che rimangono spiazzati di fronte a termini desueti o anche solamente meno frequenti o che mostrano incertezze nella derivazione di parole anche d’uso comune. Nella mia esperienza di insegnamento nei Laboratori di italiano scritto attivati presso le Università di Venezia e di Trento, indirizzati agli studenti della Facoltà di Lettere, ho potuto rilevare una conoscenza lessicale limitata, che si evidenzia soprattutto in relazione al lessico astratto, estraneo per sua natura al linguaggio della comunicazione quotidiana; dalle loro esercitazioni trarrò qualche dato per le osservazioni successive (contrassegnando con l’asterisco le forme non accettabili).

 

Astratto e concreto

 

Innanzitutto è necessaria una precisazione in merito alla distinzione tra termini astratti e concreti; si tratta infatti di una classificazione relativamente recente, ma che nella pratica didattica scolastica ha avuto a partire dall’Ottocento un ruolo importante nella trattazione dei nomi. Tradizionalmente si considerano nomi concreti quelli che possono essere percepiti da uno dei cinque sensi, astratti quelli che si riferiscono a concetti. Tale distinzione può essere una pratica utile per allenare all’attività di classificazione, ma poco per quanto riguarda l’apprendimento della lingua, considerando che l’astrattezza o la concretezza non hanno ricadute di tipo morfologico o sintattico. Inoltre tale classificazione, se funziona con esempi ad hoc, per cui non è difficile classificare come nomi "concreti" parole come casa, tavolo, fuoco e "astratti" parole del tipo libertà, illusione, bontà, coraggio, in altri casi non è possibile attribuire a un dato nome questa o quella classe (partenza, dolore); talvolta, addirittura, l’attribuzione può dipendere dal contesto e dall’uso denotativo e connotativo di un termine (Il gelo ha fatto morire il limone. / Avvertì il gelo attorno a sé).

Indubbiamente, però, il canale di acquisizione principale del lessico astratto non è la comunicazione quotidiana e questo è un aspetto rilevante da tenere in considerazione.

 

Confusi dalla varietà morfologica

 

I meccanismi che permettono il passaggio di una parola da una categoria lessicale a un’altra si basano soprattutto sulla suffissazione: tali procedimenti, però, non sono né univoci né necessariamente trasparenti, ovvero non sempre permettono al parlante di individuare correttamente le parti di cui si compone una parola e, di conseguenza, il suo significato. In particolare gli studenti sembrano confusi dalla varietà morfologica: scambiano l’aggettivo letterale con letterario, faticano a distinguere la differenza tra avversità da avversione, dimostrano soprattutto incertezze nella scelta del suffisso, per cui nei loro scritti ci si imbatte spesso in forme errate come *anticipamento, *compilamento, *invertimento e, dall’altra, *isolazione, *insediazione, *spezzettazione (trovato come sinonimo di frammentazione); in qualche caso, compaiono parole inesistenti: da rivoluzionario coniano rivoluzionarietà, da alfabetizzato deducono l’esistenza di *analfabetizzato; da sgrammaticato, *grammaticato.

Scegliere il suffisso corretto non è sempre facile; talvolta, l’errore è dovuto a una sua errata identificazione (considerando facente parte del suffisso ciò che invece fa parte della base). È il caso dell’inesistente prefisso -ietà, per cui alcuni studenti (ma non solo loro) considerano corretti i sostantivi *interdisciplinarietà (che nemmeno il correttore ortografico rileva più come errato, noto ora), *complementarietà o *elementarietà. Tale suffisso, che è caratteristico dei sostantivi astratti derivati da un aggettivo, cambia a seconda dell’uscita della parola base: -ità caratterizza tutte le formazioni moderne e attuali, ad esclusione di quelle in cui la base esce in -i, dove il suffisso prende la forma -età (non -ietà), per cui da ordinario deriva ordinarietà; in antiche unioni con basi terminanti in l, r e n compare invece la forma -tà (umiltà, libertà, bontà).

Inoltre, parole simili possono derivare da esiti diversi di una stessa base, per cui coesistono forme differenti. È il caso dell’aggettivo ampio, ossia “di grande dimensione”, derivato da ămplu(m) e sfociato in ampio e amplio; dall’altra, ampliamento, derivato da ampliare, ossia “rendere più grande”, originato dal comparativo ămplius. Pochi studenti riconoscono come errata la forma *ampiamento.

 

Asse, una questione di genere

 

Sul piano grammaticale, si notano difficoltà anche nei casi di alternanza di genere e di significato: asse, termine ad alta disponibilità in entrambe le accezioni, maschile e femminile, da gran parte degli studenti non viene riconosciuto come di genere maschile nel significato figurato di “linea ideale di collegamento”, e di conseguenza viene accettata la forma *assi narrative; altrettanto accade con cerchio/cerchia, per cui viene considerata corretta una frase come *Il dialetto è parlato da un cerchio ristretto di persone.

Dal punto di vista semantico, la parola non sempre è nota nelle sue diverse accezioni; una parola comune come scarto, inserita in un contesto col significato di differenza, viene tendenzialmente considerata errata e sostituita con differenza, distanza, stacco, divario. In altri casi non vengono riconosciute come esistenti forme peraltro correnti: invitando a correggere le sole forme errate, molti studenti sostituiscono il sostantivo plurale mentitori con bugiardi o, addirittura, con l’aggettivo menzogneri.

 

Difficoltà con i registri

 

Numerose sono le criticità che emergono in relazione al registro linguistico. In una ricerca di Iprase di qualche anno fa, denominata “La lingua per il fare”, finalizzata a studiare le competenze linguistiche funzionali degli studenti trentini dell’ultimo anno della scuola superiore e dell’Università, a un campione di circa 500 studenti è stato sottoposto, tra gli altri, un item che chiedeva di riformulare, semplificandolo, un brevissimo testo burocratico che conteneva le tre espressioni seguenti: deliberata, diniego, proporre appello. L’analisi delle risposte ha evidenziato particolari criticità nella sostituzione del termine diniego con rifiuto o con perifrasi di significato analogo; il problema, però, non consisteva tanto nella mancata conoscenza del significato della parola, quanto nel trovare un sinonimo adeguato anche dal punto di vista testuale: numerose sono state le sostituzioni con negazione, opposizione, respinta.

 

Nota bibliografica

P. D’Achille, L’italiano contemporaneo, Bologna, Il Mulino, 2003.

M. Dardano, La formazione delle parole nell’italiano di oggi, Roma, Bulzoni, 1978.

T. De Mauro, Grande dizionario italiano dell’uso, Torino, Utet, 1999-2003.

E. Ježek, Lessico, Bologna, Il Mulino, 2005.

L. Serianni, Grammatica italiana, Torino, Utet, 1989.

 

 

 

Immagine: Insula dulcamara

 

Crediti immagine: Paul Klee [Public domain]

 

 


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