21 gennaio 2010

Beniamino Placido, la parola aguzza

di Silverio Novelli

Vogliamo leggere qualche bella riga, scritta da un meridionale illustre, che sembra ingiusto tentare di appiccicare alla “meridionalità” di Beniamino Placido (Rionero in Vulture 1929 – Cambridge 2010), intellettuale, scrittore, critico e autore televisivo, professore di Letteratura americana, attore (una particina, per celia, in un film di Nanni Moretti)? Leggiamola, anche perché dal contrasto capita che scocchino scintille di verità. Ecco che cosa scrive Luigi Pirandello, nella novella Il professor Terremoto: «Sono così tremendamente dialettici questi nostri bravi confratelli meridionali. Affondano nel loro spasimo, a scavarlo fino in fondo, la saettella di trapano del loro raziocinio, e fru e fru e fru, non la smettono più. Non per una fredda esercitazione mentale, ma anzi al contrario; per acquistare, più profonda e intera, la coscienza del loro dolore».

Pensando a Placido, «un talento naturale, nutrito di studio, di saperi assimilati con la leggerezza che pochi secchioni enciclopedici hanno saputo raggiungere», Enzo Golino, collega giornalista che lo ebbe per amico, ricorda la capacità di sferzare i più frequenti e radicati luoghi comuni, «magari ridicolizzati con l’occhiata liquida marpiona obliqua che solo certi meridionali colti e ironici sanno scoccare» (Addio Beniamino Placido, maestro della leggerezza, in «La Repubblica», 7/1/2010 ). Insomma, di questo colto, ironico, entusiasta e appassionato operatore dello sguardo e lavoratore della penna, che si diverte a tenere per otto anni una rubrica quotidiana di osservazione sulla televisione; che partecipa con fervore alla progettazione di un paio di edizioni del Salone del libro di Torino; che idea una trasmissione per la televisione tesa a ribaltare le idee ricevute sui mostri sacri delle patrie virtù e sulle più vaghe e accoglienti parolone del dibattito politico-culturale italico e, anzi, si installa perfino in studio, giocando a fare il conservatore, accanto a un Montanelli rompiscatole per contratto e vocazione (http://www.youtube.com/watch; http://www.youtube.com/); che “cazzeggia” elegantemente a recitare la parte del critico teatrale nel film Io sono un autarchico di Nanni Moretti: di lui, del Beniamino Placido dal viso asimmetrico nel quale svirgolano sopracciglia alte sugli occhialoni da intellettuale ebraico di Manhattan, sembra difficile poter dire che la “meridionalità” sia stata dolenza ctonia o rifugio in un dissimulato senso di superiorità, marca di stirpe etnica e culturale ingiustamente irrisa dalla storia.
 
Il fru fru con ritmo e stile
 
Bisogna però riconoscere che il fru fru di cui scrive Pirandello, forse non di trapano, ma di carezzevole e insieme affilata forbice, era tra i modi culturalmente nativi più tipici della parola e della scrittura di una persona che sapeva bene come usare la lingua italiana per dare corpo ed efficacia ai propri «pensieri aguzzi e arguti lanciati con finta noncuranza» (Golino). Sempre Golino, in felice sintesi, indica le caratteristiche dello stile di Placido: «Uno stile abilmente mediatico che giocava a costruire digressioni e continuità, fratture e compattezze per meglio calibrare la rapidità del testo e farsi seguire dal lettore». Uno stile che dà vita a un periodare mosso e armonioso, capace però di rapprendersi all’improvviso nelle nervature ritmiche di rapide frasi monoproposizionali in successione, tese a sollecitare anche emotivamente l’attenzione del lettore; perché Placido, anticipando, con misura, il giornalismo “impressivo” di Ilvo Diamanti (http://www.treccani.it/lingua_italiana/articoli/scritto_e_parlato/Diamanti.html), sa che il giornale moderno ha bisogno di una lettura motivata, che soltanto una esperta e studiata scrittura fatta di cambi di andatura e aumenti programmati di tensione può ambire a catturare. Soltanto se c’è classe, però, espertezza e studio non si vedono e tutto sembra scorrere naturale come acqua di fonte. Ecco un esempio (miei i corsivi):
 
Eccolo lì, quel tipo di intellettuale convenzionale, che ubbidisce al più sciocco dei riflessi condizionati. I suoi nonni parlano male del cinema, e lui parla male della televisione. Negli stessi termini. Attribuendole gli stessi difetti. Che vanno puntualmente dalla violenza, attraverso la dannosità fisica, la superficialità culturale, fino alla scemenza
(dal saggio La televisione col cagnolino, 1993).
 
Si noti l’identità strutturale dei primi due periodi, lineari e piani nella progressione, divisi in due proposizioni, di cui la seconda è a basso grado di subordinazione (relativa: che ubbidisce…) o addirittura coordinata alla principale (e lui parla…). La scorrevolezza del dettato coonesta l’irrecusabilità oggettiva della logica e della ragione (secondo procedimento da polemista illuminista), che in realtà sono soggettivissime, poiché l’autore sta presentando le proprie considerazioni e non una legge della fisica o un teorema matematico. Insomma, due periodi così e ci sembra ovvio concordare con l’autore, senza che ci sia stata imposta o richiesta un’esplicita adesione. Poi, a un tratto, il pensiero si scolpisce, l’ictus ritmico precipita su due frasi brevissime, la prima nominale (un complemento di modo), la seconda imperniata su un gerundio modale compresso come un ablativo assoluto (vedi le frasi in corsivo). Ed è appunto sul modo, cioè sulla modalità, con cui si manifesta lo “sciocco riflesso condizionato” dell’intellettuale “convenzionale” che Placido intende fermare e sollecitare l’attenzione-tensione del lettore. Lo fa in questo modo, giocando sulla sintassi e sul ritmo. La ripresa finale avviene ancora in arsi, esponendo in punta di frase un pronome relativo, che mantiene e contiene l’energia martellata dalle microfrasi precedenti, per poi rilasciarla più lentamente nel delta nominale quadripartito e in ironico anticlimax (violenza, dannosità, superficialità, scemenza).
 
Il passo dell’aforisma
 
C’è una naturale predilezione epigrammatica, talvolta aforistica, in molti passaggi interni agli articoli di Placido, che ravviva di un’arguzia lampeggiante e sorniona, acuta e beffarda, le chiuse paradossali, spiazzanti, di ragionamenti imbastiti su impalcature retoriche classiche, come le terne proposizionali, che vengono messe su non altro che per essere distrutte dalla conflagrazione improvvisa del fulmicotone. Ecco un’esplosione in tre tempi:
 
Non siamo mica tanto sicuri di esistere davvero, di esistere pienamente, di esistere in modo soddisfacente. Aspettiamo con ansia qualcuno che ce lo confermi. Il telefonino in questo ci aiuta.
 
Con questo sguardo sorridente ma non rassicurante, Placido si mise davanti al televisore. «Ci ha insegnato ad avere con la tv un rapporto inquieto e sensibile, applicando al piccolo schermo una critica “creativa”, fatta di invenzioni, divagazioni, ironia» (Aldo Grasso, nella sua garzantina Televisione). Quando la tv cominciò a portare in scena i primi casi “umani”, i primi drammi sensazionali che potevano occorrere al man in the street, Placido prese a sedersi davanti al diabolico (per l’intellettuale “convenzionale”) apparecchio, cioè «la finestra da cui […] si affacciò e raccontò con ispirata leggerezza quello che vedeva, senza il pregiudizio superstizioso e codino di chi temeva la tv come grande corruttrice» (Gianluca Nicoletti, Sapeva vedere le passioni del quotidiano, in «La Stampa», 7/1/2010 ). È stato un bene che Placido non abbia più potuto scrivere sulla televisione italiana dell’ultimo decennio, sostiene Nicoletti. Nel senso che il talento di «visionario» di Placido non avrebbe avuto alcun modo e nessuna ragione di applicarsi a una televisione trasformatasi «da mezzo a fine», «luogo fisico da abitare», poiché «chi la guarda non vuole lezioni di vita, ma cerca un permesso di soggiorno» nelle isole, negli appartamenti, nelle fattorie, negli studi trasformati in condomìni rissosi.
 

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