09 settembre 2019

Il governo del “nuovo umanesimo” e la sfida della qualità del discorso pubblico

di Edoardo Novelli

Il nuovo governo Conte Bis e l’esecutivo che presiede si sono ripromessi di dare vita a una nuova stagione del Paese, che non hanno esitato a definire addirittura un “nuovo umanesimo” caratterizzato, si è letto sui giornali, dalla “fine della stagione dell’odio”. Fra i molti settori che dovrebbero essere investiti dalla nuova fase, oltre all’economia, l’istruzione, la giustizia, la cultura, l’ambiente, un occhio di riguardo dovrebbe essere riservato alla qualità del discorso pubblico e della comunicazione istituzionale.

 

L'arena digitale e i pubblici affettivi

 

Gli ultimi mesi sono stati segnati da un ulteriore decadimento del linguaggio pubblico. Il dibattito politico è stato orientato e segnato da accuse veementi, dall’attacco al piano personale, dal ricorso all’insulto, dalla trasformazione dell’interlocutore in nemico, colpito e dileggiato sul piano personale, per questioni spesso connesse all’aspetto e al genere. L’argomentazione è stata sostituita dalla propaganda, dalle affermazioni apodittiche e pretestuose. Poco importa se non suffragate dai fatti o, anche peggio, palesemente poco credibili, quando non apertamente false.

La lingua della politica e dell’arena pubblica da tempo soffrono un progressivo impoverimento e imbarbarimento. In precedenza la responsabilità è stata addebitata alla televisione, ai fumetti e ai principali strumenti e prodotti della cultura di massa. Oggi sul banco degli accusati siedono la rete e, in particolare, i social network, con lo sminuzzamento dell’argomentazione, il prevalere di forme emotive e l’azzeramento di ogni tempo di riflessione. La bassezza e la poca qualità dello scambio e della discussione che si svolgono in rete, che annoverano fra i protagonisti anche personaggi pubblici e figure istituzionali, è ben nota. Le piattaforme partecipative – è la poco consolante e forse un po’ semplicistica risposta –, sono dotate di specifiche logiche e regole che influiscono sui contenuti e sui formati. Se il parametro di giudizio della comunicazione è ridotto al numero di fan,  follower, condivisioni, che si ottengono, di conseguenza certi toni, linguaggi, stili, funzionano assai meglio di altri. L’arena digitale che sta progressivamente sostituendo quella elettronica, crea bolle autoreferenziali, platee di fan, reinstaura il rapporto uno a molti, mette i moderni opinion leader e capi carismatici in diretto contatto con pubblici affettivi e platee di seguaci ansiosi più di condividere o blastare che di discutere.

 

Il linguaggio manicheo dei governanti contro

 

Vale la pena di riflettere se, al di là delle responsabilità della rete, su tali processi degenerativi non influiscano anche altri fenomeni, connessi alle trasformazione dei protagonisti della vita pubblica e delle loro caratteristiche.

Per quanto differenti per storia, valori e orizzonte ideologico, i due partiti che hanno governato l’Italia dal 1° giugno 2018 al 5 settembre 2019 e che hanno profondamente segnato la vita politica e il dibattito pubblico negli ultimi anni sono accomunati dall’essere entrambe formazioni “antagoniste”, nate da una istanza oppositiva. La Lega, all’epoca ancora Lombarda, è nata contro Roma ladrona, lo Stato centralista, lo Stato nazione, i terroni che portano via il lavoro al Nord. Con la sua trasformazione in Lega di Salvini e l’allargamento dell’orizzonte geografico, i nemici sono diventati gli extracomunitari che portano via il lavoro agli italiani e minacciano la sicurezza, l’Europa, i burocrati di Bruxelles, la Francia e la Germania. Il Movimento Cinquestelle, che non vanta una storia altrettanto lunga, è nato intorno all’opposizione alla casta, contro i poteri forti, le banche, l’establishment e, salvo alcune necessarie revisioni ideologiche, tale è rimasto. Un anelito antagonista che disconosce ogni autorità, esemplarmente rappresentato dallo slogan “uno vale uno” e sintetizzato dal “vaffanculo” primordiale del movimento.

Tanto La Lega, quanto il Movimento Cinquestelle hanno nell’esistenza di un avversario, o meglio di un nemico, un imprescindibile elemento identitario. Un formidabile collante. Noi siamo il contrario dei nostri nemici, se non ci sono loro non ci siamo nemmeno noi. Questo schema interpretativo della realtà, questo modus operandi ha diretti riflessi su un linguaggio che, di conseguenza, non conosce vie di mezzo, mediazioni, che divide fra noi, i buoni, gli “elevati”, termine con il quale si autodefinisce Grillo, e gli altri che, per forza, devono essere in malafede, disonesti, incapaci. In una parola, nemici. Un approccio dogmatico e manicheo che si riflette anche nella proposta politica. Se gli altri non hanno fatto determinate cose o risolto i problemi, non è perché l’azione politica e di governo può soffrire tempi lunghi, mediazioni, sconfitte, o avere differenti priorità, ma perché le forze al potere sono in malafede e non vogliono fare quello che noi, una volta al governo, faremo. L’elenco dei provvedimenti che, vinte le elezioni, sarebbero stati approvati durante il primo Consiglio dei ministri enunciato lungo la campagna elettorale del 2018 da parte tanto del M5S quanto della Lega è da questo punto di vista esemplare. 

 

Post-ideologia, mani libere e onestà

 

Un'altra causa alla base degli attuali registri della comunicazione politica e del discorso pubblico è da ricercarsi nell’ingresso nella cosiddetta fase post-ideologica, rivendicata da molti partiti. M5S in primis, al punto da poter passare, senza eccessivi traumi né momenti di discussione della linea politica, da una alleanza con un partito di estrema desta ad un governo con Pd e Leu.

Il riconoscere l’esistenza di ideologie che orientavano l’agire e l’operato dei soggetti politici fornisce delle ragioni e delle motivazioni al loro operato. Detto sinteticamente: politiche a favore di una patrimoniale sui redditi più elevati, della scuola pubblica, della tutela dell’ambiente sono di sinistra; politiche che introducono una flat tax, sgravi alle scuole private, contro lo ius soli, sono di destra. Il riconoscimento di una origine ideologica fornisce una logica e comprensibile, ancorché non condivisibile, motivazione alle posizioni e alle scelte politiche. Entrati nella nuova fase post-ideologica, è normale sentire politici e ministri dichiarare che agiranno e prenderanno i provvedimenti “giusti per il Paese”, quelli “positivi per gli Italiani”, quelli di cui “il Paese ha bisogno”.  Salvo volutamente ignorare che l’azione politica richiede sempre e forzatamente delle scelte di parte che vanno a favore di alcuni e a discapito di altri. Tolta così la motivazione ideologica alla base dell’agire politico quale metro rimane per valutarne l’azione? L’onestà, la correttezza, la moralità. E chi agisce in maniera contraria alle nostre idee è dunque animato da interessi personali, un corrotto, un incapace, un servo dei poteri forti, un nemico dell’Italia e degli italiani. Da attaccare e colpire prima sul piano morale e personale che su quello politico.

 

La politica dei selfie, dal governo Conte al Conte bis

 

A fianco del tema della correttezza e della civiltà del discorso pubblico esistono altri due criteri strettamente connessi al valore e all’importanza della comunicazione politica: quelli dell’utilità e della necessità. Oggi la parola politica è estremamente inflazionata e di conseguenza debole e povera. Sedotti dall’estrema facilità di utilizzo delle piattaforme partecipative e dalla permeabilità della nuova arena digitale, molti politici e rappresentanti delle istituzioni scambiano la quantità di messaggi che trasmettono e la quantità di reactions che ottengono per indici della loro centralità politica e della loro popolarità. Il selfie fatto in vacanza, la foto del piatto di spaghetti, il commento sul tramonto, l’immagine del proprio studio, la copertina dell’ultimo libro letto, la foto con la fidanzata. Un flusso comunicativo inutile che, se alimenta i follower, annichilisce l’importanza della comunicazione e l’autorevolezza dei suoi autori. Il selfie “della squadra piena di voglia di fare per gli italiani” con l’immagine dei neo-ministri sorridenti del governo Conte bis, postato da Dario Franceschini poco prima del giuramento al Quirinale, dimostra la trasversalità politica raggiunta da queste pratiche comunicative emotive e affettive. Una fotografia tecnicamente brutta e sgrammaticata, come peraltro la maggior parte dei selfie, che mostra i neo-ministri accalcati e sorridenti al pari di un gruppo di studenti in gita scolastica o turisti in visita ad un qualche monumento. Postata da Franceschini non solo sul suo account Twitter, privato come può essere l’account di un esponente politico, ma anche su quello ufficiale del Pd. Un tweet che non comunica nulla, se non l’allegria dei soggetti ritratti, stato d’animo politicamente e istituzionalmente poco rilevante, fors’anche irritante, ed esteticamente non appropriata a figure istituzionali che necessiterebbero diversi codici formali e visivi. Una comunicazione che non rafforza ma degrada.

Riuscire ad affermare nuovi modelli e differenti stili nella comunicazione politica e nel livello del dibattito pubblico, segnando sia con la prassi sia con eventuali provvedimenti uno stacco con la stagione “della bava alla bocca” e della politica del “ciao amici”, sarebbe, per il "governo dell’umanesimo" un clamoroso risultato politico.

 

Immagine: Palazzo Chigi

 

Crediti immagine: jimmyweee [CC BY 2.0 (https://creativecommons.org/licenses/by/2.0)]

 

 


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