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15 maggio 2018

L’inglese: un intruso in cucina?

di Stefano Ondelli

Una tradizione francesizzante

 

Come la moda, la cucina è uno dei settori del vivere sociale in cui la Francia risulta storicamente dominante (anche se c’è chi ne dà il merito a Caterina de’ Medici). Anche in Italia è dunque ovvio che la lingua della gastronomia abbia sempre visto una forte presenza di francesismi, come confermano gli studiosi dell’evoluzione di questa varietà linguistica. Per es. Fusco (1998: 290) rileva la «tendenza francesizzante, che inizia nella seconda metà del Seicento e che raggiunge nel Settecento il suo acme» per proseguire non solo nell’Ottocento, ma anche nel Novecento, dopo che il ricettario di Pellegrino Artusi aveva offerto un modello anche linguisticamente autoctono e il purismo fascista aveva cercato di opporsi ai francesismi.

 

Tuttavia gli ultimi sviluppi delineano una situazione diversa in cui la globalizzazione, anche gastronomica, favorisce l’ingresso di prestiti non adattati dai menù giapponesi e arabi, accanto a una certa percentuale di anglismi. Quest’ultima presenza può rappresentare una sorpresa: se da un lato pare ovvio che l’avanzare della cucina “etnica” renda famigliari ricette e ingredienti provenienti dal Medio e Lontano Oriente o dall’America Latina, dall’altro ci potremmo chiedere perché abbia tanto successo l’inglese, che non è mai stata associato a tradizioni culinarie di grande pregio. Eppure, è proprio il rinnovato successo di un francesismo (chef) a farci riflettere: come rivela Ngram Viewer, dopo l’anno 2000 la parola chef è ritornata alla frequenza che aveva nell’italiano negli anni ’30 del ‘900, quando la lingua franca era il francese. Che la trasmissione TV (di origine britannica) Masterchef c’entri qualcosa?  

 

Frequenza di chef nella lingua italiana scritta 1900-2008.

Fonte: https://books.google.com/ngrams

Un nuovo studio: l’inglese domina incontrastato

 

Per avere un’immagine più aggiornata, con la mia collaboratrice Angelica Resca ho raccolto 423 testi pubblicati online tra il 2012 e il 2016 su testate generaliste (come Il Corriere della Sera o La Repubblica) o specializzate (come Giallozafferano o Sale e pepe) e blog e siti che si occupano di gastronomia. I testi erano indirizzati al pubblico generico ma anche a specialisti, e trattavano diversi argomenti (benessere, nuovi ingredienti, vino e bevande alcoliche); erano inclusi reportage a fini più o meno dichiaratamente pubblicitari, ricette e recensioni di ristoranti. Alla fine, il corpus aveva un indice di ricchezza lessicale (10,7%) paragonabile a quello degli articoli di giornale generici, il che significa che gli articoli che trattano di cucina parlano più o meno degli stessi argomenti ma usano parole sempre diverse.

 

La ricerca dei forestierismi non adattati (sulla base del Dizionario moderno delle parole straniere nella lingua italiana) ha evidenziato un’incidenza pari al 2,21% del corpus, cioè circa la metà rispetto agli articoli che trattano di moda, ma almeno il quadruplo nel confronto con articoli di giornale generici. Ma quali lingue sono maggiormente presenti? Sorprendentemente, gli anglicismi risultano circa tre volte più numerosi dei francesismi (3.484 occorrenze contro 1.121), e distanziano di molto tutte le altre lingue legate alla cucina etnica: spagnolo (276), portoghese (142), turco (107) arabo (75) e giapponese (161); i ristoratori cinesi, invece, tendono a tradurre i loro menù e contribuiscono poco al lessico italiano. 

 

Ma parliamo veramente di cucina?

 

A questo punto è chiaro non solo che il lessico enogastronomico italiano è fortemente permeato di parole straniere, ma anche (ed è una novità) che ormai l’inglese ha sopravanzato il francese come lingua di prestigio. Resta da vedere a che cosa si riferiscano effettivamente gli anglicismi contenuti nei testi considerati. Ho dunque distinto i forestierismi in due campi semantici: “cucina” se si riferiscono a cibi, bevande, utensili, preparazioni, metodi di cottura e tutto quanto riguarda il mondo della gastronomia, e “altro” se invece riguardano altri settori. Il risultato è stato ancora una volta sorprendente.

 

Forestierismi dell’enogastronomia e di altri settori: lingue principali

Come si vede, l’inglese resta dominante in entrambi i casi, ma è l’unica lingua che viene utilizzata soprattutto per parlare di cose che non riguardano direttamente la cucina. Infatti, se analizziamo le polirematiche (cioè le espressioni composte da più parole), molti anglicismi si riferiscono all’economia (made in Italy, best seller, fair trade, low cost, start up), ai social media (social network, on line,) e altri settori delle società (baby sitter) o della tecnologia (step by step). In generale, tra le parole inglesi che invece riguardano la gastronomia, non sono poi così frequenti gli ingredienti (curry, ketchup e kiwi), i piatti (hamburger, sandwich) e gli utensili da cucina (freezer, mixer), almeno nel confronto con i francesismi, che invece continuano a dominare nella descrizione della preparazione delle pietanze (brisé, flambé, fumé, glacé, gratin e gratiné, julienne, sauté, sablé ecc.) e negli ingredienti e piatti tipici: l’affettato di Aveyron, i vini di Bordeaux, la bourguignonne, il formaggio Brie, il vino Chablis e ci fermiamo, naturalmente, allo Champagne.

 

Emergono due eccezioni: le bevande alcoliche, soprattutto i cocktail (apricot brandy, barley wine, bloody Mary, tequila sunrise) e la pasticceria (per es. riscontriamo molti composti con cake: mini cheesecake, cake design, rainbow cake, raindrop cake, upside down cake). Per il resto, a parte qualche riferimento ai più recenti sviluppi salutistici (gluten free) ed etici (cruelty free), l’inglese è utilizzato soprattutto per descrivere, più che i vari cibi, tutte le innovazioni socioeconomiche che ruotano attorno al cibo in generale, come dimostrano gli svariati composti con la parola food: fast food, junk food, comfort food, street food, super food, food blogger, food delivery, food lovers, food porn, food truck.  

 

La solita domanda: ma perché?

 

Ancora una volta, possiamo chiederci quale sia la ragione del successo dell’inglese anche in settori non tradizionalmente dominati dalla cultura angloamericana. E la risposta resta immutata: l’inglese (che comunque ci ha fatto conoscere pietanze esotiche come il chutney o il curry) sarà anche meno necessario del francese per descrivere gli aspetti propriamente tecnici dell’arte culinaria, ma oggi è indubbiamente la lingua più glamour soprattutto per parlare di tutte le attività sociali, economiche e culturali legate alla produzione e al consumo di cibi e bevande.

 

Insomma, andare a scuola o in ufficio con il lunch box è più elegante che portarsi dietro il cestino del pranzo o, se siamo a Milano, la schiscetta; assaporiamo il finger food con ospiti più distinti di quando facciamo un semplice spuntino in piedi; lo street food ci fa pensare a un evento internazionale, mentre le bancarelle di sagre e fiere sono adatte solo a un contesto paesano. Poi magari il cibo è pessimo, ma pazienza!

 

Stefano Ondelli

(Università degli studi di Trieste)

 

Letture consigliate

 

De Mauro T. e Mancini M. (2001) Dizionario moderno delle parole straniere nella lingua italiana, Garzanti, Milano.

Di Candia A. (2009) “La lingua della gastronomia tra esotismo e recupero della tradizone” in Robustelli C. e Frosini G. (a cura di), Storia della lingua e storia della cucina. Parole e cibo. Due linguaggi per la storia della società italiana. Atti del VI convegno dell’Associazione per la Storia della Lingua Italiana (Modena, 20-22 settembre 2007), Franco Cesati Editore, Firenze, pp. 661-669.

Frosini G. (2009) “L’italiano in tavola”, in Trifone P. (a cura di), Lingua e identità. Una storia sociale dell’italiano, Carocci, Roma, pp. 79-103 (1a ed. 2006).

Fusco F. (1998) “Francesismi nella gastronomia”, in Morresi R. (a cura di), Le lingue speciali. Atti del convegno di studi. Università di Macerata 17-19 ottobre 1994, Il Calamo, Roma, pp. 285-296.

Ondelli S. (2017). “Dal crème caramel al cupcake: l’invasione degli anglicismi in cucina, al ristorante e al bar”, in Italiano LinguaDue, anno 9/2, p. 373-383.


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