08 luglio 2020

La Repubblica di San Marino

Europa e Mediterraneo d’Italia. L’italiano nelle comunità storiche da Gibilterra a Costantinopoli

 

Si è rivelato irreale il pronostico della morte dei dialetti, con la loro sostituzione da parte dell’italiano. I primi – più precisamente i sistemi linguistici neolatini dell’italoromanzo, cioè le lingue locali d’Italia durante oltre un millennio – mantengono una propria motivazione identitaria, basata su importanti tradizioni culturali (soprattutto non elitarie), nonché una vitalità e una diffusione di certo non marginali. D’altra parte, le varietà regionali della lingua, che sono quelle più comunemente usate (mentre lo standard è ben poco rappresentato nella comunicazione parlata e, talora, nella scrittura), subiscono marcate interferenze dei dialetti, dei quali inoltre molte voci sono entrate stabilmente nella lingua nazionale.

 

Nel viaggio linguistico che compiamo al di fuori dello Stato italiano, la presenza rilevante del dialetto e della varietà locale di lingua, nei loro vari registri, utilizzati anche in enunciati ‘misti’, assume un particolare rilievo nella Repubblica di San Marino (=RSM). Di questa realtà bidimensionale fa parte anche l’italiano (specialmente scritto), dai connotati istituzionali (amministrativi e legislativi), insieme al corpus letterario – qui non esaminato – del dialetto sammarinese, che data dall’Ottocento ai nostri giorni.

 

La Repubblica dell’eremita

 

La Repubblica, un’enclave interna all’Italia tra la Romagna e le Marche, ha un territorio più piccolo del principato di Andorra (anche se quello di Monaco è di gran lunga inferiore), ma è uno Stato sovrano, membro dell’ONU, dell’UNESCO, del Consiglio d’Europa e di vari altri organismi internazionali. La comunità sammarinese si costituisce relativamente tardi (è del 754 il primo documento che nomina un castellum Sancti Marini, in un atto intercorso tra Pipino il Breve re dei Franchi e papa Stefano II), tuttavia la sua forma politica rappresenta la più longeva tra le Repubbliche europee moderne, con un mito di fondazione che avvolge le origini dalmate del tagliapietre Marino, giunto a metà del III secolo a Rimini, prima di ritirarsi come eremita sul Monte Titano.

 

Saldissimo rimane, in questo rapporto tra mito e storia, il sentimento della libertà acquisita dalla Serenissima Repubblica, simbolo duraturo nel tempo delle esigenze e delle aspirazioni della comunità.

 

L’Arengo e la terminologia istituzionale

 

A rispecchiare questa notevolissima singolarità, gli organismi e le delimitazioni territoriali interne della RSM ci consegnano un’altrettanto spiccata specificità terminologica, di uso corrente da parte della popolazione. A parte Arengo, l’assemblea di tutti i capifamiglia la cui ultima convocazione nel 1906 segnò la fine del regime oligarchico (ma la voce è in uso: l’Istanza d’Arengo è la presentazione da parte dei cittadini – con cadenza semestrale – di richieste di interesse pubblico), vi sono, in sintesi: la Reggenza, composta da due capi Stato, cioè i Capitani Reggenti (in carica per soli sei mesi), al cui servizio sono i Donzelli, il Consiglio Grande e Generale, parlamento unicamerale che esercita il potere legislativo, il Congresso di Stato, organo esecutivo formato da dieci Deputati, i ministri oggi chiamati Segretari di Stato; la Guardia di Rocca, corpo militare con funzioni di vigilanza e di polizia, mentre il territorio della RSM conta nove Castelli, ossia comuni retti ciascuno da un Capitano e suddivisi in Curazie (frazioni).

 

Borgo e Città indicano per antonomasia Borgo Maggiore, il più popoloso dei Castelli della Repubblica e il Castello principale, denominato San Marino (gli altri sono Acquaviva, Chiesa Nuova, Domagnano, Faetano, Fiorentino, Montegiardino, Serravalle). Tra i termini della topografia urbana, anch’essi usati nella quotidianità, vi sono Pianello, piazza della Libertà, su cui si affaccia il Palazzo Pubblico, sede del governo; Contrada ‘strada, via’, voce altrove letteraria; Scalette ‘zona dell’abitato centrale caratterizzato dalla presenza di scalinate’ (-Quel mio amico non sta più alle s.).

 

La lingua amministrativa e quella delle leggi

 

È stato osservato (Liverani Bertinelli, Carnevali 1998), invece, come – nonostante nella piccola comunità di parlanti l’utente e il produttore della comunicazione istituzionale operino e si muovano a diretto e frequente contatto quotidiano – il linguaggio burocratico-amministrativo si mantenga spesso oscuro e involuto. Le rare eccezioni sono affidate nei testi a tratti sorprendentemente substandard d’italiano, quali il modo indicativo per il congiuntivo, il periodo ipotetico dell’irrealtà espresso con l’imperfetto.

 

Il problema della comprensibiltà della lingua degli atti si è posto qui soltanto a partire dagli anni Novanta, ma l’impiego di frasi ed espressioni latine, ad esempio, non è ancora evitato in ambito giuridico. Le sentenze sono caratterizzate da uno stile arcaizzante, ricco di gerundive, participi presenti o passati assoluti, tecnicismi (a volte insoliti e atipici, come conclusionale in luogo di conclusivo). La struttura dei testi risponde così, di norma, ad una tipologia prevalentemente fissa, conservativa, di rado innovativa. Medesime considerazioni di «commistione di antico e di moderno» (Ibid.) sono applicabili pure al linguaggio tecnico-settoriale delle leggi, dei decreti, delle ordinanze, che mostrano tracce di usi locali, come spacciatore per ‘venditore di valori bollati’.

 

Sulle risorse linguistiche della popolazione sammarinese (circa 30.000 individui, di età media inferiore ai quarant’anni) possediamo dati aggiornati all’inizio del Millennio (a partire da Foresti 1998). Tali risorse, varietà dell’italiano e del dialetto e varietà alternate (con prevalenza dell’uno o dell’altro) sono state esplorate in un campione di parlanti distinti in base alla residenza (ripartita in tre aree), all’occupazione, all’età e al genere. Indagata preliminarmente la lingua materna degli intervistati, l’uso di tali varietà è stato correlato ad una serie di interazioni comunicative tipiche.

 

Bilinguismo sociale

 

Dal quadro che ne risulta, il campione è formato da una netta maggioranza di persone (circa il 70%) cresciute in un ambiente in cui il dialetto, da solo o affiancato dall’italiano, è stato ben presente, rispetto all’italofonia esclusiva di meno di un terzo del campione. Nella Repubblica di San Marino, mentre l’impiego delle varietà linguistiche nel dominio familiare corrisponde esattamente alle percentuali appena indicate, la scelta dell’italiano cresce variabilmente – come è da attendersi – nei contesti comunicativi pubblici (uffici, negozi, ambulatori, luoghi di lavoro), senza mai raggiungere peraltro il valore del 50%, per poi sfiorare nuovamente il 70% quando le domande si riferiscano ai luoghi abituali di ritrovo.

 

Siamo dunque in presenza di un diffuso bilinguismo sociale, senza che sia qui applicabile la nozione classica di diglossia, poiché non si riscontra una rigida distribuzione complementare dei domini d’uso di italiano e dialetto. Pur esistendo ambiti preferenziali di spettanza e/o di maggiore appropriatezza per i due idiomi (formale-ufficiale il primo, informale-confidenziale l’altro), non vi sono classi di situazioni in cui non vengano impiegati di fatto – e non sia normale farlo – entrambe le varietà (nei vari loro registri e compresa la modalità alternata). Tali comportamenti linguistici non sono esposti ad alcuna sanzione sociale, sono cioè accettati all’interno della comunità, dato che non entrano in contrasto con le sue norme condivise.

 

Il prestigio del dialetto

 

Se si tiene conto anche di altri dati analitici ricavati dalle inchieste sul campo, il dialetto è conosciuto – quanto alla capacità di decodificarlo e comprenderlo – pressoché dalla totalità della popolazione, la quale ne offre una valutazione solidamente positiva. Secondo l’opinione dei sammarinesi, il dialetto possiede piena validità comunicativa, al pari dell’italiano, rispetto al quale non viene percepito come ‘inferiore’ (neppure nelle strutture che lo costituiscono), né come causa di svantaggio sociale, se non quando rappresenti l’unica possibilità comunicativa (al riguardo, si evidenziano alcuni luoghi comuni, quali il presunto condizionamento negativo da esso esercitato sulla lingua).

 

È lo stesso fondatore della dialettologia italiana, Graziadio Isaia Ascoli, a definire nel 1876 l’appartenenza del dialetto della Repubblica di San Marino a una sezione particolare degli idiomi gallo-italici (cui si inscrivono quelli piemontesi, i lombardi, i liguri, gli emiliani e i romagnoli), la sezione ‘metauro-pisaurina’ («il pieno tipo gallo-italico si continua anche per il pendio meridionale del bacino del fiume Foglia e per la valle del Metauro»).

 

Verso Rimini, verso il Montefeltro

 

Il carattere individuato dallo studioso come distintivo è la palatale sorda e sonora  c  e  g  rispetto alla corrispondente  z  (sorda e sonora) delle parlate romagnole. Una contrapposizione che ritroviamo nel sammarinese, che – come tutte le lingue – si differenzia a seconda della generazione dei parlanti, del loro stato sociale, delle situazioni d’uso e, appunto, in base alla provenienza (micro)geografica: a Borgo e in Città si dice fèlcia ‘falce’, chelc’ ‘calcio’, gir ‘giro’, G’van ‘Giovanni’, mentre nel territorio nord-orientale, si ha fèlza, chèlz, zir, Zvan (negli ultimi due esempi l’affricata è sonora), forme attestate a Serravalle, una località che mostra esiti diversi anche nel vocalismo in confronto ai due Castelli centrali, per esempio in mòila ‘mela’ vs. mèla, sovri ‘sughero’ vs. sugher, oimi ‘olmo’ vs. olme, marchè ‘mercato’ vs. merchèd, San Maròin vs. San Marèin. A queste e ad altre differenze fonetiche fanno da sfondo rilevanti vicende storiche e socio-economiche, relative all’assetto del territorio della piccola Repubblica: da una parte Serravalle, aperto ai traffici con la pianura e il riminese, dall’altra l’area gravitante sul Montefeltro, importante per i legami di appartenenza molto antichi alla sua diocesi e per la costante amicizia con i duchi di Urbino.

 

Ancora nel consonantismo occorre sottolineare la presenza nel sammarinese di un suono peculiare, il fricativo sonoro in posizione intervocalica (in pèZ ‘pace’, piaZùd ‘piaciuto’), simile alla  di ‘agile’ nella pronuncia toscana, finora attribuito soltanto ad una zona esterna a San Marino, comprendente a sud-ovest Sant’Agata Feltria, Pennabilli, Macerata Feltria. Si tratta di un’attestazione originale che dimostra come l’analisi dei caratteri fonetico-fonologici del sammarinese, unitamente a quelli morfologico-sintattici (quasi del tutto inesplorati) e lessico-semantici (manca ancora un dizionario) sia da compiere.

 

Toponomastica

 

Il territorio della RSM è davvero prossimo a quel «punto strategico delle comunicazioni e, si può dire, della storia d’Italia, nel quale chi percorre il tracciato della via Flaminia raggiunge il mare o, inversamente, chi venga dal nord […] è indotto a lasciare la costa e ad addentrarsi nei monti» (Devoto 1951: pp.52-53). Della fase cronologica pre-romana e della duplice gravitazione del territorio sammarinese, caratteristica costante per tanti aspetti della sua vicenda storica, vi sono le precise documentazioni sul piano linguistico fornite dalla toponomastica.

 

Grazie alla loro alta tendenza conservativa, i nomi di luogo si mantengono infatti inalterati attraverso lunghissimi periodi di tempo, nonostante il succedersi di profonde trasformazioni etniche e culturali. In particolare i toponimi relativi ad elementi geografici naturali, nei quali la motivazione dell’etimo è più stabile, non cambiando di norma l’aspetto fisico che ne è all’origine. La denominazione del torrente Ausa, il quale passa per Serravalle con direzione nord-est e il toponimo Génga (e Gengone, attestato in vari nomi di luogo, per es. in via del G.), attestati fin dal medioevo nei documenti d’archivio, sono riconducibili a basi pre-latine (Aebischer 1962, Gasca Queirazza t Alii 1990) e costituiscono la testimonianza più meridionale di un idronimo diffuso in Emilia, Veneto, Friuli e nei territori germanici, il secondo l’attestazione più settentrionale di un nome di luogo ricorrente nel centro della penisola e nelle Marche.

 

Sempre sulla base dei nomi di luogo, abbiamo la prova che la colonizzazione romana si espanse nell’entroterra riminese sia nella piana e nella zona precollinare (attualmente attraversata dalla superstrada che conduce a San Marino), fino alle emergenze collinari di Faetano e Domagnano (si noti che a quest’area si riferiscono – e si limitano – i ritrovamenti archeologici), sia anche nella regione montagnosa sud-occidentale della RSM, sulla sponda sinistra del torrente San Marino: il toponimo prediale Busignano dimostra la coltivazione antichissima del territorio, ben oltre – appunto – la sua parte più bassa e fertile.

 

Snodo tra Nord e Centro

 

Agli aspetti finora considerati che depongono a favore di una duplice polarizzazione della RSM, aggiungiamo ora le voci dell’italiano regionale della Repubblica (=IRS), che si ritrovano in area veneta (patina ‘lucido da scarpe’, cocale ‘babbeo’, zavariare ‘andar fuori di sé’, pasticciata), in area toscana (babbo ‘papà’, balla ‘sacco di iuta’, canareccia ‘grondaia’, schiantello ‘racimolo’, spranghina ‘filo di ferro’, sgrigna ‘ridarella’; anche in antico: bufare ‘nevicare’, forare ‘pungere’, giovane ‘scapolo’, inchiavare ‘chiudere a chiave’, agrestarsi ‘cambiare d’umore’, ploia ‘persona noiosa’ , scocciolato ‘sconquassato’, sbiavito ‘scolorito’); infine ad Ancona (badurlarsi ‘gingillarsi’, batecco ‘bastoncino’, ‘persona magra’, babuscia ‘mento sporgente’, tridello ‘pezzetto’, lecca ‘fango’) e nell’Italia mediana (pacca ‘pezzo’, ‘metà’, capare ‘scegliere’, zinale e parananza ‘grembiule’, ràgano ‘ramarro’, telaragno ‘ragnatela’).

 

I termini sono stati raccolti tramite il metodo dell’ascolto di conversazioni spontanee e colloquiali, in ambienti familiari e pubblici, lungi dunque – come nelle interviste – dall’essere autocensurati o, all’opposto, enfatizzati come ostentata scelta stilistica, ben oltre l’uso normale dell’IRS da parte dei parlanti. Si tenga inoltre presente che i materiali lessicali in questione sono di elevata, pur se variabile, ricorrenza nella collettività sammarinese.     

 

Numerose sono le voci comuni con la vicina Romagna, soprattutto con Rimini (plecca ‘fango’, rugolone ‘ruzzolone’, sfruffolare ‘nevicare leggermente’, vontare ‘traboccare’, fruzzo ‘fastidio’, gnorgna ‘cosa noiosa’, ‘tristezza’, topa ‘talpa’, brugola ‘crosta conseguente a una ferita’, ecc.), in minor misura con Ravenna (forcella ‘forfecchia’, barbetto ‘mento’ e altre) e con l’emiliana Bologna (concio ‘crocchia’, venire ‘costare’, rimanere ‘essere, trovarsi’), mentre di area settentrionale si annovera soltanto birro ‘montone’ e stralocchio ‘strabico’.

 

La cultura alimentare

 

Una rapida scorsa ai termini pertinenti alla cultura alimentare dimostra la molteplicità delle tradizioni in questo ambito, una ricchezza che la RSM condivide del resto con l’Italia: bustrengo ‘dolce di pane o riso o farina di polenta, con latte, uova, zucchero, uva sultanina’, caciatello ‘dolce a base di uova e latte, simile al crème caramel’, pasticciata ‘piatto di carne di manzo marinata nell’aceto e, con lardo e aglio, cotta nel vino’, spianata ‘focaccia salata di pasta di pane, condita con olio, sale grosso e rosmarino’, fiocchetti ‘dolcetti di pasta sfoglia, fritti, tipici del periodo carnevalesco’, cascione ‘piada o sfoglia ripiena di erbe cotte o di pomodoro e mozzarella’, pugno ‘tipo di pane di piccolo formato’, compasto ‘impasto, specialmente della piada e della sfoglia’, dibe ‘erba spontanea usata per condire’ e così via.  

 

Voci tipiche, da arrivata a sdrosare

 

Non è possibile evidenziare i campi semantici in cui rientrano le voci che possiamo definire tipiche dell’IRS, al pari di quelle più sopra richiamate:

oltre ‘avanti’ (-Vieni oltre), nebbia ‘insieme di piccoli fiori bianchi utilizzato nelle composizioni floreali’, pastina ‘pastiglia, compressa’, cerata ‘impiastro a base di albume usato tradizionalmente per le distorsioni’, bernarda ‘grande quantità’ (è la misura di capacità’ documentata – in latino, come altre voci tuttora vitali – negli Statuti trecenteschi), acqua stretta ‘precipitazione di pioggia mista a neve’, ballo ‘grande quantità’, arrivata ‘arrivo’, dulo ‘rumore fastidioso’, ‘lamento’, cornuccio ‘pezzetto di pane’, bulirone ‘confusione’, fatturone ‘persona egocentrica’, lessa ‘botta’, paciarina ‘poltiglia fangosa che si forma dopo una nevicata’, parluzzo ‘breve riposo pomeridiano’, piscialetto ‘gioco di carte nel quale perde chi rimane con l’asso di bastoni’, quilare ‘fare, in senso indeterminato’, ragnata ‘litigata’, imparluzzirsi ‘appisolarsi’, morganti ‘mocci del naso’, gorgascura ‘dimora fantastica degli sciocchi’, lombardone ‘stoccafisso’, ingenghito ‘duro’, ‘rigido, immobile’, barburana ‘vento di tramontana’, bilini ‘giocattoli minuti’, ‘cianfrusaglie’, bòccioli ‘bollicine prodotte dalla saliva o dal muco nasale’, baciaccolo ‘oggetto inutile’, stloncia ‘pezzo di legna da ardere’, sbiontare ‘scottare’, scarpegni pl.erba spontanea’, scanfigno ‘odore sgradevole’, slonza ‘fiacca, svogliatezza’, sghitoli pl.‘solletico’, sipulino ‘abitante di Rimini’, sdrosare ‘irritare’, squadrare ‘soddisfare completamente’.

 

Infine, alcune locuzioni ed espressioni che risentono anch’esse, fortemente, del dialetto, una realtà fondamentale del repertorio linguistico della popolazione:

essere splucco ‘essere al verde’,  giocare a muffa ‘g. a rincorrersi’, venire un matto ‘spazientirsi’, avere, fare, cavare le maligne ‘avere, fare, togliere il malocchio’, fare assume significati diversi, determinati dal complemento (f. le mosse ‘le smorfie’, f. puffi marinare la scuola’, ‘sottrarsi ad un impegno’, f. tela ‘scappare’, ecc.), prendere la fuga ‘p. la rincorsa’, finire, andare nei vecchioni ‘all’ospizio’, stare su ‘alzarsi’, là cima ‘là sopra’.

 

E così chi giunge a percorrere le strade dell’antico borgo e dei Castelli, spinto dalla curiosità di conoscere i luoghi della storia e del mito dell’antica Repubblica, entra in contatto con una comunità che racchiude nelle varietà delle proprie lingue, tanto presenti e peculiari, una parte rilevante della sua eredità immateriale.

 

Bibliografia

Avvertenza. Per le pubblicazioni di interesse sammarinese qui non riportate, si veda la bibliografia contenuta in Foresti 1998. I dati relativi alla qualificazione areale dell'IRS sono ricavati dal Vocabolario della lingua italiana di N. Zingarelli, dal Grande dizionario della lingua italiana di S. Battaglia, dal Dizionario etimologico italiano di C. Battisti e G. Alessio e da numerose tesi laurea, biennali e triennali, di cui l'autore è stato relatore durante il suo insegnamento di Sociolinguistica all'Università di Bologna.

 

Aebischer P. 1962 Essai sur l’histoire de Saint-Marin des origines a l’an mille, Repubblica di San Marino.

Ascoli G.I. 1876 ‘Ricordi bibliografici. Saggi aretini’, in Archivio Glottologico Italiano 2 : 443-453.

Bernardy A.A. 1904 ‘Frammenti sanmarinesi del secolo XV’, in Archivio Storico Italiano : 3-22.

Bonelli R. 1986 Gli organi dei poteri pubblici nell’ordinamento della Repubblica di San Marino, RSM, ATE Editore.

Brizi O. 1856 Alcuni usi e costumi sammarinesi descritti dal Cavaliere O.B., Arezzo, A. Bellotti.

Buscarini C. 1969-70 e 1977-78 ‘Bibliografia dei testi dialettali sammarinesi’, in Annuario del Liceo-Ginnasio governativo 12 : 178-188 ; 13 : 194-196.

Crocioni G. 1947 Bibliografia delle tradizioni popolari di San Marino, RSM, Arti Grafiche Della Balda.

D’Achille P. 2006 L’italiano contemporaneo, Bologna, Il Mulino.

De Mauro 1976 Storia linguistica del’Italia unita, Bari, Laterza.

Devoto G. 1951 Gli antichi italici, Firenze, Vallecchi.

Foresti F. 1988 ‘Italienisch Areallinguistik V. Emilia-Romagna’, in Lexicon der Romanistischen Linguistik, B.IV, Tübingen, Niemeyer : 569-593.

Foresti F. 1998 Quella nostra sancta libertà. Lingue storia e società nella Repubblica di San Marino, RSM, AIEP Editore.

Gasca Queirazza G. et Alii 1990 Dizionario di toponomastica, Torino, UTET.

Liverani Bertinelli F., Carnevali Carla 1998 ‘Usi istituzionali dell’italiano in atti legislativi ed amministrativi della Repubblica di San Marino’, in Atti del XXIX Congresso della Società di Linguistica Italiana, Roma, Bulzoni: 449-470.

Rohlfs G. 1966 Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti, I Fonetica, Torino, Einaudi, in part. i paragrafi 213, 214.

Sobrero A.A. (a c.di) 1993 Introduzione all’italiano contemporaneo. La variazione e gli usi, Bari, Laterza.

Sobrero A.A., Miglietta A. 2006 Introduzione alla linguistica italiana, Roma-Bari, Laterza.

 

Le puntate del ciclo Europa e Mediterraneo d'Italia. L'italiano nelle comunità storiche da Gibilterra a Costantinopoli, a cura di Fiorenzo Toso.

 

Introduzione: Le lingue d'Italia fuori d'Italia, di Fiorenzo Toso

1. Il monegasco del principato di Monaco, di Fiorenzo Toso

2. Le lingue d’Italia a Nizza e nel Nizzardo, di Fiorenzo Toso

3. L’italiano della Svizzera di lingua italiana, di Laura Baranzini e Matteo Casoni

4. L’italiano nel Cantone dei Grigioni: una duplice minoranza linguistica, di Maria Chiara Janner e Vincenzo Todisco

5. L’italiano in Slovenia, di Anna Rinaldin

6. L’italiano in Istria e Dalmazia, di Anna Rinaldin

7. Italiano lingua di cultura nei Balcani occidentali, di Anna Rinaldin

8. Italiani in Romania. Breve storia, di Elena Pîrvu

 

Immagine: La fortezza di Città di San Marino vista dal lato della torre Guaita sul Monte Titano (Appennino tosco-romagnolo), Italia Centrale. Patrimonio dell'umanità UNESCO

 

Crediti immagine: Max_Ryazanov / CC BY-SA (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)

 

 

 

 

 


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