09 gennaio 2020

Europa e Mediterraneo d'Italia. L'italiano nelle comunità storiche da Gibilterra a Costantinopoli - 3. L’italiano della Svizzera di lingua italiana

di Laura Baranzini Matteo Casoni

1. L’italiano in Ticino e nel Grigionitaliano

 

L’italiano, com’è noto, è lingua nazionale svizzera accanto a tedesco, francese e romancio. È inoltre lingua ufficiale della Confederazione e dell’unico cantone monolingue italofono (il Cantone Ticino), e del cantone trilingue dei Grigioni (le altre due lingue ufficiali grigionesi sono tedesco e romancio). Oltre al territorio italofono tradizionale – chiamato ‘Svizzera italiana’ (cfr. Bianconi 1989, Morinini 2017), e comprendente l’intero Cantone Ticino e le quattro valli italofone dei Grigioni –, l’italiano è diffuso in tutto il resto della Svizzera (con un numero di parlanti che supera quello dei residenti nella Svizzera italiana), pur non godendo di alcun riconoscimento ufficiale nei comuni o nei cantoni in cui è presente. Secondo i più recenti dati demografici (2017), l’italiano è lingua principale per l’8% circa della popolazione residente in Svizzera; nel Cantone Ticino, la percentuale di italofoni (cioè di chi ha l’italiano e/o il dialetto ticinese come lingua principale) è superiore all’88% (per una rassegna più dettagliata, relativa ai dati 2010-2012, cfr. Pandolfi, Casoni & Bruno 2016; un complemento relativo ai dati raccolti nel 2014 si trova in Janner, Casoni & Bruno 2019).

 

2. Breve panorama storico

 

Le tappe principali della definizione del territorio italofono della Svizzera e dello sviluppo del suo statuto politico coprono un arco temporale che va dal Medioevo al XIX secolo (Bianconi 2001). Appartenuto al ducato di Milano fino alla metà del XV secolo, il territorio che corrisponde all’attuale Cantone Ticino viene poi progressivamente annesso alla Svizzera con lo statuto di baliaggio (territorio suddito). È dal 1803, con l’atto di Mediazione napoleonico, che viene invece sancita la nascita del Ticino quale Cantone svizzero a tutti gli effetti. Nel preambolo della Costituzione cantonale del 1830 si esprime il “compito storico” del popolo ticinese “di interpretare la cultura italiana nella Confederazione elvetica”; solo dal 1997 la Costituzione definisce il Cantone Ticino come “una repubblica democratica di cultura e lingua italiane”; l’italiano – assieme al tedesco e al francese – è promosso a lingua nazionale con la Costituzione federale del 1848, che fonda la Svizzera moderna. Si veda anche Bianconi (2016a) per le tappe essenziali della storia dell’italianizzazione delle regioni alpine e prealpine sotto gli svizzeri: Controriforma cattolica, introduzione della scuola pubblica obbligatoria a inizio Ottocento e eventi diversi e concomitanti tra fine Ottocento e primi del Novecento (come la proclamazione del Regno d’Italia o l’apertura nel 1882 della galleria ferroviaria del Gottardo) che hanno trasformato il ruolo della frontiera politica rafforzandolo anche sul piano identitario e simbolico.

 

3. Le peculiarità dell’ISIt

 

L’italiano della Svizzera italiana (quello cioè del Cantone Ticino e del Grigionitaliano, nel seguito ISIt) può essere considerato non tanto una varietà regionale dell’italiano quanto piuttosto una varietà ‘’statale’’ con un centro di standardizzazione proprio e parzialmente autonomo; la presenza di un altro centro, per quanto piccolo e rudimentale (nei termini di Ammon 1989), permette di attribuire lo statuto di lingua (debolmente) pluricentrica all’italiano (Pandolfi 2009 e 2011, Berruto 2011). Tale condizione va ricondotta principalmente alla presenza di un confine di Stato tra Svizzera e Italia, e all’individuazione di una norma parzialmente autonoma nel territorio tradizionalmente italofono della Svizzera (cfr. §5).

Le caratteristiche dell’italiano della Svizzera italiana sono presenti a vari livelli linguistici:

 

Lessico, semantica

Quello lessicale è il livello privilegiato (e, di conseguenza, il più studiato – fra gli altri, Lurati 1976, Bianconi 1980, Berruto 1980, Petralli 1990, Pandolfi 2006 e 2010, Moretti 2011) per l’osservazione dei fenomeni di variazione. All’origine delle peculiarità lessicali e semantiche dell’ISIt troviamo quattro fattori: i) il sostrato dialettale (che, in quanto tale, influenza in modo simile tutte le varietà regionali ad esso associate); ii) il contatto con le altre lingue nazionali (che comporta una presenza importante di prestiti non adattati in sostituzione o spesso accanto al termine italiano – oltre a prestiti adattati e calchi – come crevettes ‘gamberetti’ o schlafsack ‘sacco a pelo’); iii) la necessità di esprimere una realtà – tipicamente quella politico-amministrativa – che non corrisponde a quella d’Italia. L’importanza di questi ultimi due fattori permette di caratterizzare l’ISIt come un centro rudimentale parzialmente distinto dallo standard d’Italia (cfr. §5); iv) il mantenimento di ‘arcaismi’: in quanto varietà linguistica periferica e politicamente indipendente dall’area italofona principale di standardizzazione, l’italiano svizzero si presenta come tendenzialmente meno dinamico e più conservativo a livello lessicale, per quanto in sintonia con i principali mutamenti sociolinguistici contemporanei (vedi per esempio il passaggio più tardo dalla dialettofonia all’italofonia, §4).

A livello lessicale, sono detti ‘elvetismi assoluti’ (per la classificazione qui presentata cfr. Petralli 1990) le espressioni che non trovano riscontro nell’italiano standard d’Italia né a livello di significante né di significato; esempi di elvetismi assoluti sono modina (“antenna di segnalazione del perimetro e della volumetria di un edificio da costruire”; per questa e alcune altre definizioni qui proposte, cfr. Pandolfi 2010), moltiplicatore (“coefficiente per il calcolo delle imposte”), franchetto (“moneta da un franco”), o corso di sensibilizzazione (“corso obbligatorio di sensibilizzazione al traffico per il conseguimento della patente di guida”).

Si parla invece di ‘elvetismi semantici’ se un termine è usato in Svizzera con un significato aggiuntivo rispetto a quello condiviso con l’italiano d’Italia, oppure è usato in Svizzera mentre in Italia è stato sostituito da un altro termine per esprimere lo stesso significato. Alcuni elvetismi semantici il “classico” azione (“offerta speciale”), evidente (nell’espressione non è evidente “non è scontato, non è banale”), ghette (“collant”) o spagnolette (“arachidi, noccioline”).

A volte il significato standard è poco diffuso – tanto in Italia quanto in Svizzera – perché settoriale o in disuso; quando il significato condiviso con lo standard d’Italia è quasi assente, ci troviamo alla frontiera con la categoria degli elvetismi lessicali.

Sono infatti ‘elvetismi lessicali’ quelle espressioni diverse per significante ma associate ad uno stesso significato, come mappetta (‘cartellina’), autocollante (‘autoadesivo’), zwieback (pronunciato zibàk, ‘fetta biscottata’), o alcuni marchionimi diventati sostantivi comuni, come natel (‘telefono cellulare’), stabilo boss (o solo stabilo, ‘evidenziatore’) o tipp-ex (‘bianchetto’).

Le differenze a livello lessicale toccano, come prevedibile, soprattutto le parole piene. Non mancano tuttavia alcuni casi di variazione a livello di parole funzionali; due dei casi più diffusi, e maggiormente accettati nello standard ISIt, sono le locuzioni preposizionali a dipendenza di (‘a seconda di’) e da parte a (‘di fianco, accanto’). A livello di segnali discorsivi caratterizzanti si segnala l’intercalare tipico del parlato bon [boŋ] (che, in Pandolfi 2006, risulta essere il regionalismo svizzero più frequente nel corpus di parlato analizzato).

Ricci (2009) nota come nei giornali ticinesi, rispetto a quelli italiani, compaiano meno tracce dell’oralità. In generale, l’autrice rileva che, all’interno di una varietà di lingua tendente alla standardizzazione, per quanto riguarda le varianti geografiche sono massicciamente presenti gli elvetismi che fanno riferimento alla realtà politica, sociale, giuridica e amministrativa della Svizzera – solitamente con corrispondenza nelle altre lingue nazionali – , mentre sono molto più rari i termini regionali diffusi nella Svizzera italiana come varianti geografiche: in quest’ultimo caso la forma regionale è sempre affiancata dalla forma standard, numericamente dominante. Sono inoltre presenti alcune locuzioni più complesse, che vengono percepite, anche nella lingua scritta controllata, come non devianti dallo standard.

È interessante l’esistenza di espressioni e termini di tipo geografico che disegnano una mappa di riferimento di alcune zone del ‘resto della Svizzera’ pertinenti per la Svizzera italiana: Svizzera romanda ('la Svizzera di lingua francese’), Svizzera interna (‘la Svizzera a nord delle Alpi’), in dentro/in fuori (‘nella Svizzera interna’), oltre Gottardo (sempre la ‘Svizzera interna’), vicina penisola (l’Italia), germanico (‘tedesco’, detto di persona, in opposizione a ‘svizzero tedesco’).

 

Morfosintassi

Meno frequenti sono i tratti morfosintattici peculiari; in alcuni casi essi sono condivisi con le zone limitrofe dell’Italia settentrionale, mentre in altri (in particolare quando il tratto potrebbe essere influenzato dalle altre lingue della Svizzera) sono più probabilmente solo svizzeri. Il fatto che alcuni fenomeni morfosintattici (ma anche lessicali) non si fermino al confine di Stato ma siano presenti in tutta l’area lombarda (o settentrionale) non è tuttavia un motivo per non considerarli caratteristici dell’italiano svizzero, indipendentemente dalla loro eventuale maggiore diffusione.

Di seguito, alcuni esempi di questi fenomeni (per una rassegna più dettagliata, cfr. Moretti 2011):

i) nelle subordinate all’infinito, l’avverbio di predicato (più frequentemente più, ma anche ancora, sempre, veramente, ecc.) può occupare la posizione preverbale invece di quella postverbale (cfr. Cerruti & Pandolfi 2015): Egregi Signori Veterinari, vi scrivo a nome della mia Amica Titty. Venerdì 25 maggio dopo le otto di sera, il suo micio Capu, un Persiano di 9 anni, CHE NON USCIVA, è USCITO, per non più far ritorno a casa (lettera al “Corriere del Ticino” del 12.06.2012, link, consultato il 18.12.2019).

ii) altre costruzioni con avverbio possono riprodurre un ordine dei costituenti vicino a quello del tedesco; un esempio è quello della costruzione con rispettivamente, che può essere collocato tra due elementi di una coppia con un significato più povero del tipo e, o: Per i biglietti (Print@Home-Tickets) e i buoni (Print@Home-Buoni) stampati a casa, così come per i biglietti mobili, il cliente deve – per quanto possibile – assicurarsi, che i biglietti rispettivamente i buoni siano protetti contro l’uso improprio (es. fotocopiare, modificare, stampare da non autorizzati (link).

iii) le reggenze preposizionali dei verbi possono prevedere alternative che non fanno parte dell’italiano standard; come nel caso della sovraestensione della preposizione da per di (per influsso del dialetto che dispone unicamente della forma da), come nel post online Tu manco sai dov'è la resega... voi tifosi da serie B ch alla resega andate solo se entrate gratis (Tioblog 04.02.2007, non più online), oppure in altri casi di compresenza di reggenze diverse (aver bisogno qualcosa, essere capace a, …);

iv) una caratteristica pansettentrionale, ma più produttiva nella Svizzera italiana, è lo sfruttamento delle preposizioni per la formazione di verbi sintagmatici (sempre su modello dialettale, ciò che comporta nella maggior parte dei casi una loro marcatezza diafasica, più o meno accentuata), dai semplici casi di rafforzamento (salire su, andare dentro) ai numerosi verbi in cui il significato non è (in parte o del tutto) composizionale (mettere/scrivere giù ‘prendere nota’, (farsi) prendere viavenire sorpreso, scoperto’, tirarsi insieme ‘darsi un contegno, rimettersi in carreggiata’, o il termine burocratico-politico chinarsi su ‘affrontare con attenzione una problematica o una tematica’);

v) il sintagma nominale (o pronominale) è spesso rinforzato da una particella deittica, in particolare quando introdotto dal dimostrativo (quel libro lì, questa qua). Lo stesso fenomeno, con il deittico posposto, si ritrova con gli avverbi di luogo (su lì, giù là);

vi) se l’articolo davanti ai nomi propri di persona femminili è diffuso in diverse aree geografiche, la sistematicità della sua presenza, così come l’estensione anche ai nomi maschili, sono tratti caratteristici dell’ISIt (Boh, che io sappia siamo solo io e la linda coaudiuvate dal Boris... altro non so!, da un guestbook carnevalesco 2006, non più online]

vii) con le varianti affettive dei nomi di parentela non preceduti dal possessivo (con funzione di appellativi) l’italiano settentrionale prevede sistematicamente la presenza dell’articolo: dillo alla mamma/al papà/alla nonna/allo zio, e non dillo a mamma/a papà/a nonna/a zio (per i casi in cui compare il possessivo l’alternanza tra la forma con o senza articolo risponde a dinamiche parzialmente diverse; cfr. Serianni 2000);

viii) alcuni sostantivi sono categorizzati secondo un genere grammaticale diverso da quello previsto nello standard d’Italia: il meteo vs la meteo (cfr. Bianconi 2016b) o il metrò vs la metro (in entrambi i casi per probabile influsso del francese);

ix) da dimostrare con dati quantitativi è la possibile maggiore tendenza all’uso delle abbreviazioni, per esempio nel gergo giovanile in ambito scolastico oppure relativamente ai toponimi: ita, mate, tede, fra, geo, ginna, filo, bio, … (per ‘italiano’, ‘matematica’, ‘tedesco’, ‘francese’, ‘geografia’, ‘ginnastica’, ‘filosofia’, ‘biologia’) o Belli, Giubi, Sambe (‘Bellinzona’, ‘Giubiasco’, ‘San Bernardino’).

 

Fonetica/fonologia

L’aspetto fonetico è uno dei più caratterizzanti (o meglio uno di quelli ritenuti più caratterizzanti a livello stereotipico; cfr. Poggi Salani 2010, Antonini & Moretti 2000) nel riconoscimento delle varietà regionali, dal contorno intonativo di enunciato fino alla resa fonetica specifica di alcuni fonemi singoli.

 

Sono tratti più genericamente settentrionali (o condivisi con altre varietà regionali):

i) il sistema fonologico di alternanza tra [s] e [z], che prevede sistematicamente la variante sonora in tutti i contesti intervocalici;

ii) la realizzazione affricata ([ts]) della sorda [s] in alcune parole come penso, insalata o consigliere (pr. [’pentso], [intsa’lata], [kontsi’ʎere]). In altri casi la differenza rispetto allo standard si verifica nella direzione opposta, con realizzazione sonora dell’affricata sorda, come in pranzo [ˈpranʣo] o Lorenzo [lo’renʣo] (cf. Moretti 2011);

iii) la tendenza allo scempiamento delle consonanti doppie (sesanta per ‘sessanta’);

iv) il grado di apertura delle vocali e e o;

v) la presenza importante di allofoni liberi di /r/ diversi dalla realizzazione standard.

 

Più caratteristici della Svizzera italiana sono invece:

i) la desonorizzazione di alcune consonanti finali (per es. [nɔrt] per nord);

ii) la maggiore aderenza fonetica alla forma originale delle parole straniere, in particolare per quanto riguarda i prestiti dal tedesco e dal francese, come in foehn (pr. ISIt [’fø:n] vs. pronuncia italiano standard [’fɔn]) o dépliant ([depli’jã] vs [‘deplian(t)]) ma anche dall’inglese, per es. con i marchionimi Colgate ([col’geit] [col’gate]);

iii) la pronuncia palatale di [n]+[j] e di [l]+[j], come in niente ([ˈɲeŋte]) o junior ([‘ʤuɲor]), lievito ([‘ʎevito]) o olio ([‘ɔʎo]);

iv) la riduzione di [v] intervocalica: dove può venir pronunciato come [‘dowe], e lavoro come [laˈworo];

v) la tendenza (in progressiva diminuzione) a leggere le lettere che formano una sigla secondo l’alfabeto tedesco, che si tratti di acronimi in tedesco o no (PTT letto ‘PeTeTe’, FFS ‘EffEffEss’, BMW ‘BeEmVe’);

vi) è curiosa la conservazione del toponimo Friborgo (per la città e il cantone svizzeri di Freiburg/Fribourg, ma non per la città tedesca di Freiburg) accanto allo standard italiano Friburgo. La sua forte diffusione sembra peraltro confermata dai dati raccolti in Ricci 2009, dove si segnala come in un corpus giornalistico ticinese la forma svizzera prevalga su quella italiana in un corpus giornalistico ticinese, in controtendenza rispetto alle altre forme regionali prese in considerazione.

 

Pragmatica

Altri casi di variazione possono invece essere classificati come più propriamente pragmatici o, meglio ancora, come segnali linguistici delle pratiche socioculturali del gruppo di locutori. Per questo livello di analisi vale, ancora più che per gli altri, la necessità di classificare i fenomeni osservati come tendenze (con ciò che questo comporta in termini di marcatezza) e non come usi esclusivi e sistematici in opposizione all’uso d’Italia. Anche per questo motivo, per la descrizione di ognuno di essi servirebbero in realtà dati quantitativi di frequenza a supporto. La comprensione di questi fenomeni, inoltre, non può prescindere dall’integrazione nell’analisi di dati sugli atteggiamenti dei locutori nei confronti di queste forme, ricavabili per esempio dall’osservazione del dibattito pubblico al riguardo, oppure dal livello di marcatezza percepito o, ancora, dalla diffusione consapevole della forma non flessa, ecc.

 

Eccone di seguito alcuni esempi:

i) la preferenza dell’ISIt per le forme femminili dei nomi di funzione o di professione, anche nei casi di formazione più recente del termine (la ministra, la magistrata, ecc.) (cfr. Pescia 2010, 2011); indicazioni esplicite in tal senso sono contenute già dal 2003 nelle Istruzioni della Cancelleria federale per la redazione dei testi ufficiali in italiano così come nella Guida al pari trattamento linguistico di donna e uomo nei testi ufficiali della Confederazione del 2012 (in Italia si assiste a una maggiore frammentazione delle indicazioni a livello di realtà politiche più piccole – comuni o regioni ma, più recentemente, anche all’interno del MIUR – mentre a livello nazionale diverse raccomandazioni e direttive non hanno portato all’adozione ufficiale di linee guida condivise (link);

ii) la maggiore frequenza d’uso delle forme “lei” e “voi” nella comunicazione commerciale e istituzionale (rispetto al “tu”, preferito nella comunicazione in Italia);

iii) l’uso molto limitato dei titoli accademici, onorifici, o di funzione (dottore, onorevole, avvocato, …); a partire dal 2000 (dopo una prima proposta in tal senso rifiutata nel 1969) i deputati del parlamento cantonale ticinese (Gran Consiglio) hanno rinunciato ufficialmente all’uso del termine “onorevole” (anche se “L'uso di questo titolo onorifico ha carattere informale e consuetudinario, non essendo codificato in leggi o regolamenti. Ne troviamo riscontro, oltre che in Italia e in Ticino, nei costumi parlamentari inglesi che, come noto, risalgono a prima della Rivoluzione francese”, come si ricorda nella mozione intesa ad abolire l’uso del termine nella città di Lugano sulla scia del Cantone e di molti altri comuni ticinesi); ciò nonostante, le Istruzioni della Cancelleria federale per la redazione dei testi ufficiali in italiano del 2003 consigliano esplicitamente l’uso del titolo onorifico per tutte le cariche esecutive  e legislative cantonali e federali.

 

Testualità

Le caratteristiche a livello testuale sono certamente meno studiate e documentate rispetto al lessico o agli aspetti fonologici, ma possiamo citare qui la notevole eccezione rappresentata dagli studi coordinati da Angela Ferrari (Ferrari 2009a,b, Ricci 2009, Mandelli 2009, Lala 2009, Cignetti 2009, Roggia 2009, De Cesare 2009, 2016) su vari aspetti linguistici (tra cui anche quelli testuali, appunto) relativi alla lingua dei quotidiani ticinesi in prospettiva contrastiva con quelli italiani. Si tratta di un’indagine che si concentra su un genere testuale specifico, ma può essere pertinente riportare qualche sommario risultato in questa sede tenuto conto del possibile ruolo di auctoritas svolto dall’italiano giornalistico che contribuisce alla codificazione di una norma linguistica diversa da quella d’Italia. Segnaliamo quindi alcuni dei tratti testuali che, secondo gli autori, sembrano significativamente differire da una varietà nazionale all’altra: a livello generale, viene constatata una minore tendenza dell’italiano giornalistico ISIt alla scrittura brillante, espressiva e connotata stilisticamente; la lingua dei giornali ticinesi è per esempio meno incline al contatto con i tratti dell’oralità o – in altra direzione – con quelli della complessità letteraria. La scrittura più neutra si riscontra in particolar modo nella minor tendenza alla frammentazione e alla complessità sintattiche ottenute tramite inserzioni, incisi o apposizioni; i periodi risultano quindi complessivamente più brevi e lineari, meno dinamici a livello di gerarchizzazione dei contenuti, e con funzioni più monotone della sintassi e della punteggiatura (mantenendo in particolare delle modalità più tradizionali).

 

4. La dialettofonia

 

I dialetti del Canton Ticino appartengono al gruppo lombardo e sono parlati da circa un terzo della popolazione residente. Negli ultimi trent’anni si è osservato una trasformazione del repertorio comunitario ticinese da una situazione di diglossia 'classica' a una situazione di dilalia (Berruto 1987: 70), in cui l'italiano copre l'intera gamma delle funzioni comunicative ed è presente in tutti i domini d'uso. Il dialetto svolge una funzione ridotta (e in via di riduzione) pur mantenendo uno spazio ancora relativamente importante in famiglia e, in misura minore, sul posto di lavoro.

Da una situazione di forte dialettalità ("tanto forte da non avere che pochi paralleli nella situazione d'Italia", Moretti 1999: 57), tra gli anni Settanta e gli anni Novanta si è passati a un numero di parlanti nettamente inferiore (-26.3 punti percentuali nell'arco di 14 anni; cfr. Moretti & Casoni 2016); questa tendenza è tutt’ora in corso, pur con qualche segnale di rallentamento. La situazione attuale è del tutto analoga a quella relativa alle regioni italiane confinanti (Lombardia e Piemonte, cf. Istat 2015) con un tasso di dialettofoni che si attesta attorno al 30%.

 

5. Italiano lingua pluricentrica?

 

Negli ultimi anni, e in particolare a partire dai lavori di Berruto (2011), Pandolfi (2011, 2016), Hajek (2012) Moretti & Pandolfi (2019), è stata avanzata la proposta di considerare l’italiano una lingua pluricentrica, alla stregua di altre lingue plurinazionali come il francese o l’inglese (Clyne 1992), seppur sottolineando la notevole asimmetria tra i due centri – quello svizzero e quello italiano.

A sostenere questa visione dell’italiano sono diversi fattori, da considerare nel loro insieme e nella loro interazione, ovvero:

i) l’esistenza di un confine di Stato (con un ruolo politico e identitario forte a partire dagli ultimi decenni del XIX secolo, cfr. Bianconi 2016a: 420), che fa dell’italiano una lingua ufficiale e tradizionale di due entità politico-amministrative nazionali ben distinte;

ii) la permanenza plurisecolare dell’italofonia nel territorio svizzero di lingua italiana, il quale presenta un percorso linguistico parallelo a quello delle regioni d’Italia dalla dialettofonia alle varietà di italiano;

iii) la presenza di tratti linguistici peculiari, che lo distinguono dall’italiano standard e dagli altri italiani regionali, non solamente per le consuete variazioni diatopiche osservabili in generale per l’italiano, bensì anche a causa di

iv) una realtà politico-amministrativa distinta, nonché uno stretto contatto con altre lingue (non “straniere” bensì nazionali) secondo modalità diverse, che comportano una variazione ulteriore di una parte del lessico e delle strutture linguistiche;

v) una caratterizzazione di quest’ultimo ambito di variazione come appartenente alla lingua alta, formale e controllata (e quindi migliore candidato ad assumere un ruolo nella definizione della norma linguistica; ‘model speakers and authors’ nell’accezione di Ammon 2017:23), che la distingue in modo marcato dalla variazione diatopica regionale – caratteristica degli italiani “regionali” di tutta l’italofonia – che coinvolge invece quasi unicamente la lingua parlata, diafasicamente (e, in parte, diastraticamente) connotata;

vi) un atteggiamento dei locutori verso la loro varietà di italiano che non è del tutto assimilabile a quello dei locutori italiani, e che si traduce con una maggiore accettazione (derivante a volte da una minore consapevolezza) dei tratti “devianti” dallo standard.

L’esistenza di un centro parzialmente autonomo di emanazione della norma linguistica può quindi legittimamente essere postulata, ricordando in particolare come l’italofonia della Svizzera italiana non sia in nessun modo da considerare come un’emanazione o un prodotto di “esportazione” al di fuori dai suoi confini di una ipotetica ‘italofonia originaria’, ma come vada invece correttamente rappresentata come un’italofonia tradizionale in territorio svizzero; con le altre regioni italofone (in territorio italiano) essa condivide una parte importante di tradizioni culturali e la maggior parte del repertorio linguistico, ma, rispetto a queste altre regioni, presenta aspetti di autonomia culturali e sociali più marcati.

 

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Le puntate del ciclo Europa e Mediterraneo d'Italia. L'italiano nelle comunità storiche da Gibilterra a Costantinopoli (a cura di Fiorenzo Toso)

 

Introduzione: Le lingue d'Italia fuori d'Italia, di Fiorenzo Toso (link)

1. Il monegasco del Principato di Monaco di Fiorenzo Toso (link)

2. Le lingue d’Italia a Nizza e nel Nizzardo di Fiorenzo Toso (link)

 

Immagine: Cantone Ticino – Veduta

 

Crediti immagine: Uwelino [CC BY-SA (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)]

 

 


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