13 febbraio 2020

Un treno di parole verso gli Europei di calcio 2020 - 4. «Sono pienamente d’accordo a metà col mister»: calciatori e allenatori davanti ai microfoni

Il calcio è uno splendido intreccio di estro, talento, divertimento, emozioni, tecnica, coinvolgimento, tattica e perché no, poesia. Pasolini lo definì addirittura «L’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo». E di poetico, effettivamente, è stato detto di tutto, soprattutto da parte di scrittori e giornalisti, persone in grado, per talento e formazione, di padroneggiare la lingua in modo accorto e consapevole.

Che cosa succede, invece, quando a parlare sono uomini di calcio, abituati ad esprimersi più coi gesti che con le parole? Calciatori e allenatori sono spesso tenuti ad affrontare interviste e conferenze stampa, durante le quali molto spesso palesano quanto sia difficile, per loro, “non parlare con i piedi”. Alcune di queste interviste sono divenute leggendarie, e alcuni svarioni sono entrati a loro modo nella storia del calcio, soprattutto grazie a trasmissioni televisive come Mai dire gol e Quelli che il calcio... che hanno sempre fatto dell’ironia la propria cifra. Eccone dunque alcuni esempi, ovviamente, senza pretese di completezza.

 

Un fisico da bronzo di Rialto

 

Stagione 1990-1991, 16a giornata di andata. Irma D’Alessandro intervista il difensore del Lecce Luigi Garzya, poco prima dell’incontro contro la Sampdoria. Alla domanda della giornalista Mediaset se sia o meno d’accordo con il suo allenatore Carletto Mazzone, che giudica quella partita decisiva per il prosieguo della stagione, Garzya risponde serissimo «Sono pienamente d’accordo a metà col mister»: questa straordinaria contraddizione in termini non sfuggì alla Gialappa’s band, che subito la ripropose nella rubrica “Le interviste possibili” e la riutilizzò l’anno successivo nella sigla d’apertura di Mai dire gol (link).

In quegli anni, “Spillo” Altobelli, campione del mondo nel 1982 e icona interista, fu invece l’artefice di un capolavoro pletorico rimasto agli annali: «Per la mia carriera devo ringraziare i miei genitori, ma in particolare mia madre e mio padre» (Inter 2004, p. 100).

Nell’Inter giocava anche Totò Schillaci, eroe delle “notti magiche” di Italia 90, che davanti ai microfoni dichiarò di non avere un fisico «da bronzo di Rialto» (Id., p. 84), e in un’altra circostanza tenne a precisare che «il calcio si gioca con le palle a terra» (Id., p. 86), dimostrando, evidentemente, una certa familiarità con le metafore che riguardano il corpo.

Più vicino ai giorni nostri, l’immortale Francesco Totti ha sempre dimostrato una certa ironia, talvolta a dire il vero involontaria, anche quando si trattava di rispondere alle domande dei giornalisti. Di certo il “Pupone” non potrà mai essere considerato un esempio di eleganza linguistica, ma alle volte non è facile distinguere la verità dalla leggenda (metropolitana) quando si parla delle sue gaffes; secondo alcuni autorevoli giornali (tra cui il Corriere della sera) e molti siti internet, ad esempio, a un giornalista che gli aveva appena augurato “Carpe diem”, lo storico Capitano della Roma avrebbe risposto: «Nun parlate inglese che non capisco!» (link; con leggere differenze la frase è riportata anche da Stracca 2003 e Cazzullo 2006). L’aneddoto, però, assomiglia tanto a una delle barzellette su Totti, che egli stesso raccolse e pubblicò in un libro nel 2003, data prima della quale non è dato trovare testimonianze dell’episodio:

 

I giornalisti: «Allora Francesco, cosa puoi dirci del campionato?».

E lui: «Ma... nun so... vedremo le decisioni der mister... comunque carpe diem!».

Si alza e fa per andarsene, ma i giornalisti lo fermano: «Scusa?!».

E lui: «Eh, carpe diem e nun me chiede’ che vo’ dì pecché l’inglese nun lo ciancico bene!»

(Totti 2003, p. 26)

 

In molti casi, gli svarioni dei calciatori palesano l’imbarazzo di parlare davanti ai microfoni, ma c’è anche chi ostenta una sicurezza al limite della protervia: è il caso, ad esempio, di Zlatan Ibrahimovic, che di recente ha dichiarato: «Mi chiedete con chi mi troverò bene come con Nocerino nella stagione 2011-12. Ma guardate che è Nocerino che si è trovato bene con me. Ho fatto tutto io». E a quanti avevano espresso perplessità sulla scelta del Milan di affidarsi a un attaccante un po’ “attempato” (38 anni), ha replicato dicendo: «Non gioco come quando avevo 28 anni. Sarebbe impossibile. Si cambia. Uno che sa giocare sa cosa deve fare. Invece di correre puoi tirare da 40 metri. La sfida è contro me stesso» (link). Nulla, in realtà, rispetto allo storico «Cazzo guardi?» con cui qualche anno fa, durante un’intervista dopo un Milan Lecce vinto 2 a 0, apostrofò la giornalista Vera Spadini di Sky (link).

 

Un deficiente di turno

 

Ma se i calciatori hanno regalato negli anni perle indimenticabili di saggezza, i numeri uno della panchina non sono stati da meno. Gli allenatori, si sa, sono spesso gli unici a fare le spese di un fallimento e non è un caso che spesso riversino il proprio nervosismo davanti ai microfoni.

15 dicembre del 2005, Grecia, conferenza stampa dell’allenatore del Panathinaikos Alberto Malesani. Il tecnico, punzecchiato da alcuni giornalisti dopo un pareggio casalingo, si sfoga in italiano davanti alle telecamere:

 

Perché deve esserci sempre un resp... un deficiente di turno qua, che paga per tutti, cazo? Dodici anni, ventiquattro allenatori: e cazo, sarà mica sempre l’allenatore qua che deve pagare. Sempre l’allenatore? E i tifosi diano una mano alla squadra oggi invece di contestarla, che sono giovani [i calciatori, ndr], abbiamo fatto una squadra... diano una mano! Abbiano i coglioni di dare una mano alla squadra! Io son là ventiquattro ore al giorno, io! [batte rabbiosamente primo un dito poi il pugno contro il tavolo] Ventiquattro ore al giorno sono là, io! Tutti i giorni, cazo! Non è possibile una roba del genere... vergognatevi, cazo! [pausa] E sono arrabbiato no perché ho pareggiato, sono arrabbiato perché è uno schifo [batte la mano sul tavolo] ’sta roba qua! Io non ho mai visto una roba del genere! Ma come dove siamo, cazo? Cos’è diventato il calcio? ’Na giungla, cazo? [pausa]

 

Malesani continuò a parlare con tono alterato per altri due minuti, durante i quali riuscì a ripetere altre 13 volte cazo!, poi crollò avvilito sulla sedia, mentre l’interprete iniziò a riportare le sue parole in greco: non si sa se in modo letterale o meno. L’allenatore veronese, del resto, non era nuovo a certe sfuriate, né le avrebbe evitate in futuro: sarebbe pertanto impossibile tentarne un elenco. Basterà qui ricordare una conferenza stampa del 1° dicembre 2011, quando da allenatore del Genoa, dopo aver esordito dicendo «Quelli che scrivono cazzate non ci sono oggi, vero?», negò l’accusa di essere «mollo» (‘molle’) riuscendo a pronunciare come uno scioglilingua quella parola 32 volte in poco più di tre minuti, prima di uscire dalla sala salutando tutti con le parole «Vi saluta il mollo».

 

Non dire gatto

 

E come non ricordare a questo proposito il decano degli allenatori, l’uomo delle citazioni indimenticabili, il mitico Giovanni Trapattoni? Il Trap ha incantato con le sue parole intere generazioni un po’ in tutte le lingue. In una celebre conferenza stampa risalente al marzo 1998, l’allora allenatore del Bayern Monaco fece una lunga invettiva, tutta in tedesco, contro la sua squadra; a un certo punto si interruppe, guardò i giornalisti e gridò più volte «Strunz!», in riferimento a un suo giocatore accusato di scarso impegno: quell’intercalare, tuttavia, unito alla foga del tecnico, suonò alle orecchie degli italiani assai ilare, per via di una certa assonanza che non è il caso di approfondire:

 

Struuunz! Strunz ist zwei Jahre hier, hat gespielt zehn Spiele, ist immer verletzt. Was erlauben Strunz?!

(«Struuunz! Strunz è qui da due anni, ha giocato dieci partite ed è sempre infortunato. Cosa permettiamo Strunz?!»; link, anche per la trascrizione in tedesco).

 

Il repertorio delle frasi trapattoniane, del resto, è davvero ricchissimo e vario, come si può intuire dal seguente elenco, tratto dalla pagina di Wikiquote a lui dedicata, e alla quale si rimanda per ulteriori approfondimenti:

 

Abbiamo ritrovato il nostro filo elettrico conduttore.

Bisogna costruire mattoni per essere solidi come il cemento armato.

C’è maggior carne al fuoco al nostro arco, anche se l’arco lancia le frecce.

I giocatori sono liberi di fare quello che dico io.

La palla non è sempre tonda, a volte c’è dentro il coniglio.

Non mettiamo il carro davanti ai buoi, ma lasciamo i buoi dietro al carro.

Tutti girano l’acqua e la raccolgono dalla stessa parte.

 

Fino al celeberrimo Non dire gatto, se non ce l’hai nel sacco, proverbio declinato anche in inglese («Don’t say you have the cat in the sack when you don’t have the cat in the sack») quando il Trap allenava la nazionale irlandese e che non a caso finì per dare il titolo alla sua autobiografia (Non dire gatto, Milano, Rizzoli, 2015).

 

Con zero titoli

 

Chiudiamo con un altro leader indiscusso della panchina (ma anche dei tabloid internazionali), José Mourinho. Figura carismatica ed eclettica, il portoghese si è sempre espresso senza veli, e soprattutto con molta modestia, definendosi lo Special one degli allenatori quando era il Chelsea, per poi precisare ai tempi dell’Inter: «Non sono affatto speciale. Sono solo un grande allenatore di calcio. Punto» (link). D’altra parte, appena giunto a Milano Mourinho volle subito dimostrare di aver raggiunto un’ottima padronanza della lingua locale, replicando a un reporter con le parole «io non sono un pirla». Tuttavia, è nella conferenza stampa del 3 marzo 2009, dopo una gara pareggiata 3 a 3 contro la Roma, che il tecnico diede il meglio di sé, criticando l’arbitraggio ma soprattutto l’atteggiamento ipocrita di molti giornalisti con un discorso che fece epoca e che creò un modo di dire entrato stabilmente nel vocabolario del calcio, zero titoli:

 

A me non mi piace prostituzione intellettuale, non mi piace, mi piace onestà intellettuale. [...] Mi sembra che in questo momento, negli ultimi giorni... grandissima manipolazione intellettuale, ma grandissima, grandissima, grandissima manipolazione intellettuale, grandissimo lavoro organizzato di cambiare, di manipolare l’opinione pubblica... e questo secondo me è un lavoro fantastico di un mondo che non è il mio. [...] Negli ultimi due giorni non si è parlato di una Roma con grandissimi giocatori, con tanti giocatori che io volevo avere con me, e che finirà la stagione con zero titoli. Non si è parlato di un Milan che finirà la stagione con zero titoli [...]. Non si è parlato di una Giuve [Juve] che ha vinto tanti punti, ma tanti punti, con errori arbitrali [...] (link)

 

In sostanza, gli uomini di calcio si esprimono sicuramente meglio sul terreno di gioco, ma se non fossero chiamati a rispondere anche alle domande dei giornalisti, a quanta bellezza dovrebbero rinunciare gli appassionati? Le loro parole sono istintive e veloci, proprio come possono essere le scelte durante una partita, e appartengono a quel vocabolario specialistico identificativo del sottocodice calcistico che gli addetti ai lavori masticano ogni giorno, dalla colazione alla cena.

E dunque, benché talvolta imperfetti davanti ai microfoni, allenatori e calciatori continuano a incantare e far sognare i tifosi, spesso nel campo, talvolta anche al di fuori.

 

Bibliografia

Cazzullo 2006 = Aldo Cazzullo, Totti, ritorno con brivido e un nuovo look, in Corriere della sera, 13 giugno, p. 46.

D’Ammando 2009 = «Icaro volava, ma Icaro era un pirla, orco zio!». Summa delle frasi più belle del Trap, in gazzetta.it, 23 marzo (cfr. http://altrimondi.gazzetta.it/2009/03/icaro-volava-ma-icaro-era-un-p.html).

Inter 2004 = Le piu belle barzellette sull’Inter, Milano, Sonzogno.

Marcellini 2006 = Susanna Marcellini, Il calcio a modo mio. Come sopravvivere alla più importante delle cose inutili, Cagliari, La Riflessione.

Stracca 2003 = Roberto Stracca, Abbonamenti, meno 15 mila. Ma Totti finisce sul «Times», in Corriere della sera, 10 agosto 2003, p. 43.

Totti 2003 = Francesco Totti, Tutte le barzellette su Totti (raccolte da me), Milano, Mondadori.

 

Postilla bibliografica

Altri divertenti strafalcioni di calciatori, allenatori e altri personaggi (più o meno) famosi si possono leggere nel volume di Flavio Andreini (et alii) Non ho un fisico da bronzo di Rialto (Milano, Baldini Castoldi Dalai, 2003), titolo ispirato, ovviamente, alla dichiarazione di Totò Schillaci citata nel nostro testo. Il ruolo degli stereotipi di genere nella televisione italiana, dal cliché della coppia calciatore-velina a quello dell’allenatore, si occupa invece Calcio e tv. Stereotipi di genere e prospettive educative di Valeria Napolitano (Franco Angeli edizioni, Milano, 2014). Nei meandri più oscuri e turpi del mondo del calcio degli ultimi trent’anni si muovono infine i due volumi di Oliviero Beha e Andrea Di Caro Indagine sul calcio (Rizzoli, Segrate, 2006) e Il calcio alla sbarra (Rizzoli, Segrate, 2011).

 

Il ciclo Un treno di parole verso gli Europei di calcio 2020 è curato da Rocco Luigi Nichil

 

Pasolini e il campo di gioco. Appunti su calcio, lingua e letteratura (link) di Rocco Luigi Nichil

Il calcio alla radio (link) di Marcello Aprile

Passato, presente e futuro delle telecronache del calcio (link) di Annibale Gagliani

 

Immagine: Chelsea 2 Spurs 0 Capital One Cup winners 2015

 

Crediti immagine: @cfcunofficial (Chelsea Debs) London [CC BY-SA (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0)]


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