31 ottobre 2019

Il fascino degli animali parlanti: a proposito di “Brevi lezioni sul linguaggio” di Federico Faloppa

di Silvia Demartini

A coloro che si chiedono e che chiedono (domanda a volte famigerata, per chi la riceve) “Ma che cosa studia un linguista?” potrei ora evitare serenamente di rispondere e, se hanno appena un po’ di tempo e di voglia di leggere, consigliare le Brevi lezioni sul linguaggio (Torino, Bollati Boringhieri, 2019) di Federico Faloppa, professore di Storia della lingua italiana e di Sociolinguistica all’Università di Reading. In realtà, consiglierei il volume anche alle studentesse e agli studenti che studiano linguistica (destinatari spesso evocati dall’autore), a chi insegna o insegnerà, a chi si occupa di età evolutiva, agli antropologi, a chi si prende cura dell’essere umano, al filosofo, a chi ha a che fare con le scienze cosiddette dure o esatte; per farla breve, ai curiosi in generale, anche ai più lontani dalla materia, che sono attratti da quel qualcosa che, ben più di altro, tutti condividiamo, uguale e diverso insieme: il linguaggio umano. E, non da ultimo, lo raccomanderei ai linguisti, perché ciascuno troverà, nella ricchezza dell’opera, qualche aspetto per arricchire la propria conoscenza.

Oggetto di attenzione specifica delle Brevi lezioni sul linguaggio è, fra i molti linguaggi esistenti, proprio il linguaggio umano, cioè «la capacità (e la facoltà) degli esseri umani di comunicare pensieri, esprimere sentimenti e in genere di informare altri esseri umani sulla propria realtà interiore o sulla realtà esterna, per mezzo di un sistema simbolico di segni vocali, gestuali, e – da qualche millennio – anche scritti, ricombinabili quasi ad libitum seguendo una serie di regole» (p. 18). Individuato l’oggetto di studio, l’opera si propone di affrontarlo nella sua complessità, dalle origini all’attualità, collocandolo nel quadro più ampio delle diverse forme di comunicazione animale e considerando le diverse lingue che lo realizzano.

 

Settemila lingue

 

Quest’ampiezza di vedute è un elemento portante del libro, che apre la mente al lettore. Infatti, in quanto animali dotati del pieno possesso di (almeno) una lingua storico-naturale, probabilmente tutti, linguisti e non, riusciremmo a esprimere un’idea sul nostro linguaggio; anzi, forse avremmo più idee, magari una sovrabbondanza di idee e di sensazioni in cui fare ordine. Tuttavia, linguisticamente antropocentrici come siamo (ce lo ricorda l’autore a p. 113), muoveremmo unicamente dal nostro punto di vista per esprimere le nostre concezioni, dimenticando che il linguaggio (appunto: non le lingue!) non è solo umano: questo è un assunto chiave del libro e un indiscutibile elemento di fascino, che ci fa scoprire come la nostra condizione di animali parlanti (in un modo del tutto unico) e, poi, di scriventi sia un privilegio finissimo, frutto di un’evoluzione fisica, cognitiva e sociale complessa e straordinaria, di cui siamo quasi del tutto inconsapevoli, e che ha generato, dicono alcune stime, oltre 7.000 lingue (su questo numero, sul com’è stato calcolato e su quali lingue include è doveroso leggere la lezione Se settemila vi sembran poche: qui basti citare questo dato per molti inaspettato).

 

Su due piedi

 

Il «viaggio nel mondo del linguaggio» (p. 12) delle Brevi lezioni procede per capitoli mai troppo lunghi, e vanta un aspetto d’insieme sorprendente: si snoda come un flusso, evitando le tradizionali partizioni accademiche (linguistica generale, glottologia, storia della lingua, ma anche fonetica, neuroscienze ecc.), e, invece, recuperando l’unitarietà del fenomeno descritto attraverso la sinergia delle diverse prospettive d’indagine. Forse per questo ce ne si sente così compartecipi leggendolo. O forse perché non c’è pagina, neppure la più tecnica, in cui non solo non ci si senta accompagnati da una guida esperta (la voce autoriale), ma in cui non ci si senta coinvolti in prima persona come parlanti o come scriventi. O forse ancora perché il movimento del libro procede senza sforzo fra storia (anche lontanissima nel tempo, dai primi ominidi di milioni di anni fa) e individuo, fra “macro” (le caratteristiche tipologiche delle lingue, le grandi sfide evolutive e le trasformazioni neurobiologiche dell’essere umano) e “micro” (il bambino che acquisisce la lingua materna, la sofisticata anatomia dell’apparato fonatorio di cui l’essere umano è provvisto e che permette realizzazioni fonetiche precluse agli altri animali). Proprio la ricchezza delle parti dedicate agli aspetti fisici della ricezione, della decodifica e della produzione del linguaggio − anche queste raccontate con brio, ma profondamente tecniche e rigorose − gioca una parte fondamentale nel coinvolgimento di chi legge. Non è cosa da poco, ad esempio, venire a sapere che, una volta, in un tempo più che remoto, l’umano si è messo a camminare su due piedi e ciò ha avuto «un impatto enorme e decisivo anche sulla ristrutturazione del canale orofaringeo, […], nonché – qualcuno azzarda – sull’encefalizzazione» (p. 124). Da qui tutto il resto, insomma: tutto quello che siamo e che possiamo fare, anche linguisticamente parlando.

 

Uno strano Soggetto

 

È evidente che l’autore non si sottrae a nessuna sfida difficile per sé e per i suoi destinatari, anzi, le inanella una a una in pagine che, però, assumono una consistenza leggera e agile, come spesso lasciano intuire i titoli: Umano, troppo umano (che introduce alla scoperta delle peculiarità del linguaggio umano, quali produttività e arbitrarietà, che lo distinguono da altri linguaggi e anche dall’imitazione di esso che può essere insegnata ad alcuni animali come scimmie o pappagalli); Il soggetto dove lo metto (che spiega, con ricchezza di esempi non banali, la complessa questione sintattica dell’ordine degli elementi della frase nelle diverse lingue: infatti, il tipo dell’italiano, SVO, non è il più diffuso, ma è preceduto dal quello SOV, proprio del 45% delle lingue, mentre è seguito da altri ordinamenti anche decisamente minoritari, come il raro VOS, proprio solo del 3% delle lingue); Gli alberi della sintassi (e qualche loro frutto) (in cui è spiegata la rappresentazione sintattica attraverso i diagrammi ad albero, utili per «grattare la superficie e visualizzare la vera struttura gerarchica di una frase», p. 93); Il pianeta delle scimmie (in cui si inizia a esplorare la nascita del linguaggio umano, per arrivare, nel capitolo successivo, a percorrere ipotesi più accreditate, fra cui anche quella che individua nel contatto vocale madre-figlio la funzionalità primaria da cui ha originato il nostro linguaggio); Viaggio intorno al suono (un autentico «viaggio nell’apparato fonatorio», p. 126, fatto di aria, di respiro, di vibrazioni, di molecole in movimento); Sua maestà il cervello (che affronta la struttura e il funzionamento del nostro organo più complesso e potente, imperfetto e raffinato nello stesso tempo, in cui prendono forma anche le lingue “possibili” grazie all’attivazione di una dotazione naturale); Corpo a corpo (perché anche gesti, sguardi e… tocchi appartengono alla complessità della comunicazione umana). Sta proprio ai capitoli su questo tema il compito di chiudere il volume, che apre con i capitoli dedicati agli studi sulle lingue e sul loro funzionamento come codici per avventurarsi solo successivamente negli aspetti più propriamente umani, e animali in senso lato, del linguaggio.

 

Spiegare, un impegno etico

 

Il libro affronta, insomma, gli aspetti cruciali del linguaggio umano dalle sue origini remote a oggi, senza trascurare riferimenti puntuali (anche bibliografici) alle teorie elaborate da chi ne ha studiato le caratteristiche e il funzionamento. A tal proposito, non compaiono solo nomi notissimi come quelli di Ferdinand De Saussure o di Noam Chomsky, ma anche quelli di linguisti non troppo conosciuti, e di esperti − di oggi e di ieri – di altri ambiti del sapere, i cui studi si rivelano fondamentali per scavare a fondo nell’essenza del linguaggio (come, ad esempio, Telmo Pievani, scienziato esperto di teoria dell’evoluzione). Il tutto reso sempre comprensibile: semplice no, accessibile sì, ed è questo uno dei punti di forza principali di un’opera in cui si realizza la celebre raccomandazione latina “Rem tene, verba sequentur” (“Sii padrone dei contenuti: le parole seguiranno”), svelando, senza mai farla pesare (com’è nello stile dell’autore), tutta la competenza di chi scrive. Il “non farla pesare” non significa scivolare nella banalizzazione a tutti i costi né, tantomeno, nella faciloneria o nell’ammiccamento: significa spiegare nel senso più genuino del termine, che è il fine più nobile della diffusione del sapere. E questo non è che il versante operativo di una precisa scelta autoriale: quella di parlare agli umani; sì, proprio all’essenza dell’essere umano, oltre che ai lettori e alle lettrici. È un impegno non soltanto squisitamente scientifico, ma etico, che l’autore sostiene e che risulta evidente alla lettura del volume. Passione scientifica e spinta etica, dunque, alla quale l’autore non è certamente nuovo (come mostrano in altro modo altri suoi studi): perché amare il suo linguaggio, malgrado l’uso che talvolta ne fa, significa amare l’essere umano. E perché, forse, se l’essere umano conoscesse un po’ meglio il suo linguaggio potrebbe farne anche un uso migliore e più accorto.

 

La forma linguistica della nostra storia

 

Al libro, negli ultimi tempi, è stata dedicata notevole attenzione da parte non solo di linguisti, ma di esperti provenienti da vari ambiti di studio: e l’attenzione è più che giusta e meritata, oltre che per le qualità prima sottolineate, perché è un’opera profondamente originale in un panorama saggistico-divulgativo che spesso tende ad appiattirsi su schemi ripetuti. In breve, potremmo dire che è l’opera di un linguista che − riprendendo il celebre motto latino che da Terenzio è arrivato a Jakobson − davvero pensa che nulla di ciò che riguarda la lingua gli sia estraneo. Se proprio a causa della risonanza che sta avendo si ha il timore di non riuscire ad aggiungere qualcosa di significativo intorno al volume, il volume stesso sollecita, per contro, la voglia di parlarne; è quindi ora di chiudere con un invito che può suonare scontato, ma che in questo caso proprio non lo è: le Brevi lezioni sul linguaggio vanno lette perché sono precise, profonde e incuriosiscono chi legge soddisfacendone sia il desiderio di sapere, sia quello, sacrosanto, di leggere un bel libro (duplice obiettivo che non è poco e non è per tutti gli autori); ma vanno lette anche per una ragione di più vasta portata: sentirsi non solo più umani (e già questo non sarebbe poco, oggi), ma anche più consapevoli di appartenere a un sistema più vasto, in cui noi e gli altri animali e il tempo che passa siamo profondamente legati in una storia che riguarda tutti, e che prende anche forma linguistica.

 

Immagine: La costruzione della Torre di Babele

 

Crediti immagine: Ludovico Pozzoserrato [Public domain]

 


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