11 giugno 2018

Politica nuova, parole vecchie: la lingua gialla, la lingua verde

di Edoardo Novelli*

Dal voto del 4 marzo scorso la politica italiana non ha perso occasione di sorprendere. Dai risultati elettorali sino all’evoluzione finale di una crisi di governo che si è sviluppata in un susseguirsi di colpi di scena e di svolte difficili anche solo da immaginare. Regole istituzionali e consuetudini politiche collaudate sono state sovvertite ed azzerate in nome della novità, di una nuova stagione. Segni tangibili, secondo alcuni degli attuali protagonisti, dell’ingresso in una nascitura Terza Repubblica.

 

L’orologio torna indietro

 

A fronte di tanto “nuovo” c’è però qualcosa che suona particolarmente vecchio. Improvvisamente sono infatti tornate centrali nel discorso e nel dibattito pubblico parole rimaste a lungo escluse, provenienti da epoche passate. È come se improvvisamente l’orologio della politica italiana fosse stato portato indietro e con esso l’agenda del confronto. La campagna elettorale appena conclusa si è snodata fra temi economici – flat tax, reddito di cittadinanza, debito pubblico, pensioni – ed altri inerenti la sicurezza – immigrazione, microdelinquenza, terrorismo. Temi sicuramente non neutrali, in grado di orientare il dibattito elettorale in una ben precisa direzione, ma comunque attuali e legati ad alcune delle principali emergenze del Paese e questioni delle società d’oggi. Nei due mesi trascorsi dal voto alla formazione del governo ed, in particolare, dopo il fallimento del primo incarico affidato a Giuseppe Conte, quell’agenda e le sue parole sono state improvvisamente spazzate via.

 

Senza un vocabolario specifico

 

La nuova maggioranza di governo giallo-verde appare priva di un proprio vocabolario politico specifico ed identitario. Nel caso della Lega, abbandonata l’ideologia della prima ora, quella dell’indipendenza e dell’autonomia della Padania, che era stata sorretta da un lessico e un immaginario originali, comprendenti ampolle magiche, riti celtici, raduni alle sorgenti del Po, elmi ed armature e celodurismo, progressivamente alla sua nazionalizzazione guidata da Salvini ha fatto propri il vocabolario e le parole della destra e dei populismi europei. Il Movimento 5 Stelle, nato originariamente dall’esperienza dei meet-up, forme di partecipazione dal basso che si collocavano nel solco della mobilitazione civica ed ambientalista, a mano a mano che ha allargato il suo consenso sino a superare alle elezioni del 2018 la percentuale del 32%, ha progressivamente perso quelle sue radici identitarie, senza essere in grado di affiancare o sostituire le peraltro poche parole e simboli di un tempo, onestà - onestà, uno vale uno, con nuovi e più adeguati.

 

«Paesi nemici dell’Italia»

 

Il tono assunto dal dibattito pubblico nelle settimane scorse testimonia la presenza di una “questione linguistica”. Da un lato si è assistito al prepotente ritorno di parole quali patria, nazione, identità, italianità, sovranità, proprie della destra estrema ed ancora sventolate con ben poco successo da Fratelli d’Italia nella scorsa campagna elettorale. Dall’altro, alla ricerca di una propria lingua, si sono recuperate espressioni ancora più antiche quali: potenze straniere, paesi nemici dell’Italia, avversario tedesco, forze della reazione, nemici del cambiamento, alto tradimento, e anche popolo, declinato nelle diverse variabili di: nemici del popolo, volontà popolare, avvocato del popolo, ecc. È con questo “nuovo” vocabolario, incentrato su sentimenti antichi e rigide categorie dicotomiche come amici e nemici, fedeli e traditori, popolo ed élite, che sembra provenire direttamente dai secoli scorsi, che si sono affrontati i temi dell’attuale agenda politica: la crisi economica, lo spread, il fallimento del primo incarico a Conte, la lunghezza delle trattative, le scelte del Quirinale. Un repertorio argomentativo semplice ed efficace, anzi efficace in quanto semplice, che ha rivelato la capacità di affermarsi e di diventare egemonico, obbligando tutti, anche coloro ben lontani per cultura e visione politica, a confrontarcisi e a legittimarlo.

 

Caleidoscopio lessicale

 

Come in un caleidoscopio lessicale che casualmente mischiava parole provenienti da altre epoche e fasi politiche, anche fra le forze opposte alla costituenda maggioranza gialloverde si è  infatti tornati a parlare di governo di solidarietà, maggioranza della non sfiducia, fronte democratico repubblicano. Espressione quest’ultima che sembra provenire direttamente dalla guerra civile spagnola della metà degli anni Trenta del secolo scorso o, nel migliore dei casi, dal Referendum Istituzionale del 1946.

La questione assume un valore che va oltre l’aspetto meramente linguistico o l’analisi della comunicazione politica, poiché, come noto, le parole sono espressioni dirette del pensiero e delle idee.

 

Incapacità di comprendere?

 

La novità dell’esperimento politico in corso in Italia, prima nazione ad essere guidata dall’alleanza di due forze che si dichiarano antisistema e rivendicano apertamente il tratto populista, sottolineato anche dal neopresidente del Consiglio nel corso del discorso della fiducia al Senato, è tale da richiedere innanzitutto ai suoi protagonisti un vocabolario adeguato. La mancanza di parole capaci di interpretare la contemporaneità e di rappresentare la novità, lascia supporre l’incapacità di comprenderle e di dare ad esse risposte. L’impressione è così quella di un nuovo che di fronte al presente si rifugia nel passato. Ma, almeno da questo punto di vista, le due forze di governo non sono alleate. Per il Movimento 5 Stelle si pone il problema di dotarsi urgentemente di un proprio moderno vocabolario politico, pena assistere, in silenzio, al prevalere di quello della Lega.

 

* Università degli studi Roma Tre

 

 

Immagine: By Governo Italiano - Presidenza del Consiglio dei Ministri (Note legali) [CC BY 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by/4.0)], via Wikimedia Commons


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