19 ottobre 2018

Per una storia dei linguaggi giovanili in Italia - Le origini

Quando ha avuto inizio il linguaggio dei giovani? Qualcuno risponde che un inizio non c’è perché un lessico dei giovani esiste da sempre. Ed è un’indicazione che va presa molto sul serio, a giudicare dall’esempio che si legge nel Teeteto di Platone, nel noto passo (146a) in cui Socrate sfida i suoi allievi a fornire una definizione di Scienza: «Che ne dite voi? E chi di voi parlerà per primo? E chi sbaglia e chi via via sbaglierà si metterà a sedere, asino, come dicono i ragazzi che giocano a palla». Dunque asino (ὄνος), usato in questo senso particolare (‘perdente in un gioco con la palla’) era un’espressione usata dai ragazzi (παῖδες) ateniesi e potremmo assumerla come la più antica forma giovanile di cui ci sia giunta una notizia esplicita.

Anche un altro grande tema legato al linguaggio giovanile, quello del ricambio generazionale, appartiene alla fisiologia di ogni gruppo sociale. Dai Poetae novi alle tante correnti otto-novecentesche, quanti saranno stati i linguaggi artistici percepiti dai contemporanei come “giovanili”?

 

Uno Studenten-Lexikon nella Germania di fine Settecento

 

Si potrebbe però anche sostenere che i linguaggi giovanili cominciarono ad assumere i significati sociali che gli si attribuiscono oggi, solo a partire dall’era moderna. La loro nascita va ricollegata alla crisi del principio d’autorità. La relativizzazione dei valori ereditati dal mondo classico ebbe conseguenze anche su un piano molto pratico: si aprì di fatto un conflitto permanente tra le generazioni; linguaggi, idee, canoni di una data generazione potevano – e anzi dovevano – essere ridiscussi, rielaborati e anche rifiutati da quella successiva.

Sull’onda delle mode illuministiche e romantiche, in Germania si formò ben presto un lessico studentesco con un forte tratto antiborghese. Queste forme giovanili furono immediatamente catalogate da Christian Wilhelm Kindleben in un glossarietto del 1781, intitolato Studenten-Lexikon; potremmo ricordare, tra i molti vocaboli contenuti nel testo, una delle parole d’ordine degli studenti tedeschi dell’epoca: Philister ‘filisteo’ che – spiega l’autore – «significa, nella lingua degli studenti, tutto quanto non è studente [alles, was nicht Student ist]. In particolare sono chiamati così i borghesi presso la cui casa abitano studenti. Filistei noleggiatori di cavalli. Non appena lo studente lascia l’università e aspira a un impiego diventa immediatamente anche filisteo».

 

L'Ottocento: l'Italia dialettofona in ritardo

 

Fenomeni simili a quello tedesco si registrano anche in altre parti d’Europa, ma non nell’Italia dialettofona dell’Ottocento. Il lessico giovanile si contrappone in modo giocoso o polemico a una lingua borghese, che deve risultare compiuta in ogni suo registro e disinvoltamente maneggiata dalla comunità dei parlanti. In Italia queste condizioni maturarono solo nel Novecento. Le poche forme che pure devono essere esistite furono in gran parte oscurate dalle rigide convenzioni della lingua letteraria.

Un esempio: nel 1839 lo scrittore Giuseppe Torelli pubblicò il romanzo Ettore Santo. Racconto autobiografico, un documento molto realistico della sua vita in collegio, scritto però in un modo piuttosto convenzionale. L’autore attesta una sola espressione giovanile: «Le avrai già detto che sei innamorato cotto della sua persona» (Giuseppe Torelli, Ettore Santo. Racconto autobiografico, a cura di Giorgio Petrocchi, Firenze, Le Monnier, 1947, p. 219 [Riproduzione del volume Paesaggi e profili, Firenze, Le Monnier, 1861; prima edizione 1839, con il sottotitolo, Ricordi di un galantuomo come gli altri]). Più attenti, come è ovvio, i lessicografi. Nel Vocabolario dell’uso toscano (1863), Pietro Fanfani registra vari esempi di parlato giovanile: «a Colle dicon balena, i ragazzi per ischerzo, vedendo passare una bestia secca» (s.v. balena), «fare un buco, poi lo dicono i ragazzi quando lasciano la scuola, o come anche si dice, la salano» (s.v. buco), «cuccare in alcuni luoghi vuol dire Acchiappare nel significato proprio. E lo dicono i ragazzi, quando fanno ad acchiapparsi» (s.v. cuccare), «Lecchino lo dicono i ragazzi per quell’atto di dispregio che si fa mettendosi un dito in bocca, e poi a quel mo’ bagnato di saliva battendolo sul viso di un altro. Es.: se tu non esci di costì ti do un lecchino, buacciuòlo» (s.v. lecchino), «Per ischerno, o disprezzo, si dicono i ragazzi tra loro, quando l’uno fa cosa che all’altro dispiaccia, bellino pa. Questi sono tutti modi dell’uso pistoiese» (s.v. pa), «rimettersi con uno o una dicono i giovani quando fanno la pace dopo essersi lasciati» (s.v. rimettere) e così via. Come a volte annota lo stesso Fanfani, si trattava di espressioni di circolazione locale; non ci lasceremo sfuggire, tuttavia, il verbo cuccare, uno degli emblemi dei linguaggi giovanili del secondo Novecento, qui indicato per la prima volta come tipico dei giovani (sia pure limitatamente a un certo gioco).

 

Il Novecento: i linguaggi giovanili tra le due guerre

 

Per trovare tracce più consistenti del linguaggio giovanile in Italia, occorre attendere il periodo fra le due guerre. In quegli anni, il linguaggio goliardico e studentesco si diffuse e acquistò maggiore visibilità anche grazie al diffondersi della scolarizzazione. Gadda, per esempio, nell’Adalgisa (Le Monnier, 1944; ma i testi contenuti nel volume risalgono agli anni precedenti), impiegò la forma fagiolo glossandola così: «Fagiolo (phaseolus) è lo studente di second’anno nelle nostre Università e Istituti di pari grado. L’epiteto è seguito da vari appellativi di stoltizia, (p. es. insulsus), nei diplomi di immatricolazione rilasciati dai “magnifici laureandi” alle “matricole”, notoriamente affette dall’attributo di “fetenti” o “merdose”». Un contributo notevole alla conoscenza del linguaggio studentesco del tempo fu dato da Elio Vittorini nel romanzo Il Garofano rosso (prima redazione 1933-34). Gli studenti di Vittorini attingono, ad esempio, alla cultura scolastica («andavamo all’assalto dell’Istituto Tecnico perché quei lacedemoni dell’Istituto non erano mai buoni di resistere al richiamo della campana»), al linguaggio dei film western («andare al Matto Grosso significa andare a picchiarsi ed è un posto tutto chiuso da steccati che abbiamo alla darsena vecchia») o usano espressioni gergali dal significato non sempre chiaro; il liceo scientifico, per qualche ragione, è chiamato liceo secco («“Aspetta, lasciali andare avanti. Non siamo del Liceo secco noi”. Suonava strano il vecchio gergo del mondo scolaro sulle sue labbra adulte»).

 

Il linguaggio “snob giovanile”

 

Ma il fatto più rilevante è un altro. In questo periodo prese forma un nuovo tipo di linguaggio che potremmo definire “snob giovanile”. Il linguaggio snob, nato in realtà tra gli adulti, era impiegato dall’altissima borghesia industriale delle grandi città. Consisteva in una deformazione esibita dell’italiano colloquiale e si componeva di parole inventate, di parole già esistenti ma distorte, di un lessico internazionale da café society, di abbreviazioni ostentate, di metafore marinaresche o altrimenti ricercate. Il linguaggio snob giovanile degli anni Trenta e Quaranta si presentò inizialmente come una esagerazione comica del linguaggio snob degli adulti (come la deformazione di una deformazione, potremmo dire). Furono, dunque, prevalentemente i giovani dell’alta società a farne uso. Nel romanzo già citato, Vittorini ne fornì numerosi esempi, come bonaccia ‘riposo’ («a quell’ora il bel mondo della spiaggia è in bonaccia»), battuta ‘giorno’ («Cinque, sei battute (leggi giorni) ancora di spasimo e vedrai che pioverà»); fair girl ‘prostituta’ («la pensione è invasa da 18 Fair girls»), zampare ‘camminare’ («sentirle zampare coi loro piedi nudi nella stanza accanto») e così via. Altri esempi ci sono offerti da Ercole Patti (nel bozzetto Le sedicenni del 1940): «“Quel Giorgio – esclamavano – quel Giorgio mi piace un pozzo! Mi verrà a prendere oggi alle cinque”», «“Oggi mi sento racchia, racchissima” confidavano esprimendosi nel linguaggio del Marc’Aurelio e del Bertoldo che rappresentava la loro ultima conquista», «“La genitrice è astutissima” dicevano sovente parlando della madre. Oppure: “Mi fa un baffo” e frasi del genere», «“Quel ragazzo – confidavano certe – è cotto. Mi fa una corte disperata. Ma io non posso amare più dopo il mio famoso amore di quest’inverno”» (traggo tutti gli esempi dal volume di Ercole Patti, Quartieri alti, Roma, 1940, pp. 144-145).

Il linguaggio snob giovanile mescolava in un modo caratteristico gli usi scherzosi con gli usi denotativi della lingua ed ebbe un certo effetto su tutti i linguaggi giovanili dei decenni successivi. C’è però almeno un suo tratto che è destinato a dileguarsi rapidamente: questo linguaggio costituiva uno status symbol; non ambiva tanto a differenziare i giovani dagli adulti; differenziava piuttosto alcuni giovani da altri giovani, di condizione più umile. La gioventù del dopoguerra individuò invece il suo antagonista nel borghese adulto e si fondò, in conclusione, su un sistema di valori completamente diverso da quello dei giovani snob. Ne discuteremo in un’altra puntata.

La bibliografia è ricavabile dai miei volumi: I ragazzi di via Montenapoleone. I linguaggi giovanili degli anni Cinquanta nei romanzi e nei reportages di Renzo Barbieri, Milano, Franco Angeli, 2006; Il primo Garofano rosso di Elio Vittorini. Con un apparato delle varianti, Firenze, Cesati, 2013.

 

 

 

Immagine: By Alexis Brown alexisrbrown (https://unsplash.com/photos/-Xv7k95vOFA) [CC0], via Wikimedia Commons

 


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