11 dicembre 2018

Per una storia dei linguaggi giovanili in Italia - Il Lungo Sessantotto

di Gianluca Lauta*

Le idee dei beat continuarono a circolare per un ventennio, anche se negli anni Settanta prevalsero gruppi affini, come i freak (o fricchettoni), i figli dei fiori, gli indiani metropolitani, gli hippy e altri. Ancora nel 1980 (nel film Un sacco bello), Carlo Verdone poteva proporre, senza risultare anacronistico, la macchietta esilarante del fricchettone. In Italia, tutti i gruppi di questo tipo entrarono in qualche modo a far parte della grande e variegata famiglia dei sessantottini. A volte si preferisce parlare di un Lungo Sessantotto, includendo in esso tutti i movimenti giovanili che vanno dalla metà degli anni Sessanta fino alla fine degli anni Settanta.

 

Al limite cioè: il sinistrese

 

Quando parlavano, molti sessantottini tendevano a compiacersi di una lingua ostentatamente politicizzata e molto ben riconoscibile, che alcuni chiamavano sarcasticamente sinistrese. Una canzone di  Enzo Maolucci, del 1976, intitolata Al limite cioè, ne costituisce un buon esempio. In essa, l’autore non fa che mettere insieme, con molta autoironia, una sequenza di stereotipi linguistici del Sessantotto; dunque, non solo al limite e cioè, ma anche portare avanti una linea, a livello di gestione, nella misura in cui, mozione di base, a monte, a valle, ecc. Tutto questo armamentario saggistico si mescola tipicamente con un linguaggio basso e colloquiale (cazzo, bestiale, pazzesco, ecc.). Eccone un passaggio: «Voci gergali con barba ed occhiali si sono accorte di me, sono di un serio compagno che adesso non c'è, e dicono: Al limite cioè, portare avanti una linea diversa. Al limite cioè, la strategia di un certo tipo; a livello di gestione dico – cazzo – nella misura in cui si interviene al limite cioè, è pazzesca cioè la mozione di base. Al limite cioè, è bestiale compagni, lo dice anche Lenin. Al vertice e alla base c'è la prassi, Cristo Dio, la problematica del collettivo. Al limite cioè (adesso però ho un'angoscia tremenda). Al limite cioè (sto come quando mi parla mia madre). Ora basta, vado via, che follia le filastrocche del mio '68. Al limite cioè, con queste frasi marcite e bigotte. Al limite cioè, l'idea masturbata è già mossa dai vermi. Ninna nanna cane sciolto, stai tranquillo, a valle la lotta a monte il discorso... Cerco di uscire ma scopro che ora non saprei muovermi più. Dentro la testa un brusio di chiacchiere snob (che noia). Al limite però la resistenza l'ha fatta anche il prete. Al limite però anche il tuo preside fu partigiano. Non hai torto cane sciolto, stranamente in bocca a tutti c'è l'antifascismo. Al limite cioè la lotta dura ci fa un po' paura. Al limite cioè la strategia ha un profumo di morte. Bla bla bla bla bla bla, parole e discorsi rimbalzano intorno, Bla bla bla bla bla bla, e si rincorrono a un certo livello».

È interessante notare che l’esibizione del linguaggio politico e sindacale da parte dei giovani era già molto evidente durante il regime fascista. Basterebbe andarsi a rileggere qualche pagina di uno dei tanti giornali dei GUF (Gruppi Universitari Fascisti) circolanti in quel periodo. Ma forse ancora più utile può essere la testimonianza di Elio Vittorini, Nel Garofano rosso (1933-34), la cui importanza per la conoscenza dei linguaggi giovanili del primo Novecento abbiamo notato nella prima puntata di questa serie. Gli studenti, che sono i protagonisti del Garofano rosso, alla prese con la loro piccola rivoluzione scolastica, usano normalmente forme come occupazione, occupare la scuola, barricarsi, comizio, sciopero totale, sciopero di tutte le scuole, bolscevico, ecc.; così ad esempio: «“Stile bolscevico” dice il Pelagrua. “Ciefferre Occupazione delle fabbriche...”», dove si noterà anche l’impiego compiaciuto, sotto forma di colloquialismo, di una abbreviazione come cfr., tipica del testo scritto argomentativo. E si noti anche movimento usato nell’accezione particolare di ‘agitazione che prelude al cambiamento’, un futuro stereotipo del linguaggio giovanile del Sessantotto: «c’è movimento in città. Sono arrivate edizioni speciali di giornali e s’è fatta folla». A volte Vittorini preferisce descrivere questo linguaggio, anziché rappresentarlo: «Poi riprende a parlare lo Stridulo dai capelli d’olio, ed espone le più complesse istruzioni circa lo sciopero, in linguaggio strettamente tecnico che non m’ha fatto svenire di meraviglia sebbene lui non cercasse altro».

Dunque, una linea, quella dello studente politicamente impegnato e imbevuto di stereotipi del linguaggio burocratico-sindacale che, pur nella varietà e spesso nella incompatibilità delle ideologie, continua ininterrotta dagli anni Trenta a oggi (con un picco, appunto, negli Sessanta-Settanta).

Ma dobbiamo anche dire qualcosa sulla pressione che, più o meno consapevolmente, tutti i giovani stavano esercitando sulla lingua italiana.

 

Il lato positivo di uno stereotipo: i giovani e la promozione del neo-standard

 

In fondo, non ci sarebbe nulla di male negli stereotipi elencati con tanta precisione da Enzo Maolucci. C’è qualcosa di strano, semmai, nella cieca sistematicità con cui essi erano impiegati. Posta questa riserva, si deve anzi notare che i giovani impegnati di allora preferirono spesso la lingua italiana al dialetto e contribuirono in tal modo a rafforzare i moduli del parlato argomentativo.

Inoltre, i giovani del Sessantotto usarono decine di nuovi colloquialismi geograficamente trasversali, che entravano direttamente in italiano senza esser passati prima attraverso il filtro dei dialetti. Alle espressioni come bestiale, pazzesco, cazzo, usate da Maolucci, si potrebbero aggiungere forte!, fico!, wow!, bleah!, boh! e tante altre esclamazioni e interiezioni inizialmente giovanili e poi assimilate dalla lingua italiana tout court.

Per comprendere il livello di compenetrazione tra parlato dei giovani e lingua comune si deve anche considerare un dato demografico: tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta l’età media degli italiani era di circa 31 anni (oggi, se si desidera un termine di raffronto, l’età media è di circa 46 anni) e dunque si trattava di una popolazione complessivamente giovane.

E dunque: è vero che l’italiano neo-standard si è irradiato, come sempre si dice, nella prima metà del Novecento dalla borghesia istruita delle grandi città; ma si deve anche considerare che un suo straordinario propulsore (un suo grande veicolo pubblicitario, potremmo dire) fu proprio il parlato giovanile degli anni Sessanta e Settanta.

 

Il gergo: dieci parole giovanili degli anni Sessanta-Settanta

 

La parte più polposa del parlato dei giovani risiede senza dubbio nei suoi gerghi. Tutti sono curiosi di vedere i mostriciattoli che i ragazzi di ogni epoca hanno saputo creare; e anche noi non prenderemo congedo dai giovani degli anni Sessanta e Settanta senza aver fatto un breve giro nel loro zoo lessicale. Prima, però, una puntualizzazione: i gerghi giovanili sono esposti a potenti forze centrifughe; questo significa che ogni sottogruppo ha un suo gergo e questo gergo può variare per città (oltre a quelli delle metropoli, sono stati studiati i linguaggi giovanili, di Catania, di Pescara, di Reggio Calabria e di tanti altri centri urbani), per interesse (musica, informatica, sport, ecc.), per generazione (ogni tre o quattro anni si manifestano segnali, sia pure modesti, di rinnovamento lessicale). Se la forza centrifuga fosse l’unica in gioco, non sarebbe neppure possibile parlare di un singolo gergo giovanile. In realtà, esiste anche una forza opposta e cioè centripeta: ogni gruppo mette in comune con gli altri una piccola parte del suo bagaglio lessicale; si forma così qualcosa di simile a una koinè giovanile, un gergo che – in un modo o nell’altro – appartiene a tutti i giovani. È quanto avvenne anche negli anni Sessanta e Settanta: goliardi, snob (o aspiranti snob), beat, rockettari, fricchettoni, comizianti cronici formarono nell’immaginario degli adulti un unico mondo giovanile e un unico linguaggio giovanile. Esistono dunque certe forme gergali che si possono considerare proprie di tutta un’epoca. Ne vedremo ora una decina.

 

Dieci parole per un’epoca

ciospo ‘brutto, sgradevole, sgraziato o anche vecchio’ (soprattutto settentrionale).

giusto aggettivo che indica un generico apprezzamento (un tipo giusto, una ragazza giusta, cioè persone a posto, che meritano stima). Si diffonde negli anni Settanta, per poi diventare un cult del lessico giovanile degli anni Ottanta (troppo giusto!).

intappo ‘abbigliamento elegante’. Documentato almeno dagli anni Cinquanta.

lumare ‘guardare con insistenza (spesso con desiderio)’. È un’antica voce gergale recuperata dai giovani degli anni Sessanta.

madama ‘polizia’. Dal gergo della malavita. Ha probabilmente due centri di diffusione: Roma e Torino. Per una coincidenza, due storiche sedi centrali della polizia si trovarono, in entrambe le città, in Palazzo Madama (il palazzo romano è oggi la sede del Senato).

nisba ‘niente (anche come risposta negativa)’. La forma appartiene al gergo militare austriaco e divenne un giovanilismo italiano degli anni Cinquanta e Sessanta.

matusa ‘adulto o anziano’. Forma breve per Matusalemme. Di grande successo negli anni Sessanta, appare molto indebolito già negli anni Settanta.

pomiciare ‘lascarsi andare a effusioni erotiche’. È una forma che ha un lungo elenco di sinonimi (limonare, paccare, fare petting, ecc.). Attestata dagli anni Cinquanta.

spina ‘l’ultimo arrivato (e dunque il più imbranato, l’ultima ruota del carro)’. Dal gergo di caserma: in tempo di leva obbligatoria, spine e spinacce erano le reclute. Documentato almeno dagli anni Sessanta.

spinello ‘sigaretta con marijuana o hashish’. È la forma prediletta negli anni Sessanta (anche spino), pian piano soppiantata da canna nei decenni successivi.

 

Si chiude così la grande epoca dei linguaggi giovanili. Sia chiaro: i giovani non smetteranno d’inventare parole o di creare sistemi di comunicazione alternativi. Con gli anni Settanta, termina però la funzione novecentesca di questi linguaggi, si esaurisce quel tormentato e intenso rapporto di competizione e di collaborazione dell’italiano dei giovani con l’italiano borghese. Non così presto, però: i teatrali anni Ottanta non ci priveranno di un ultimo colpo di scena. Vedremo.

 

*Università degli studi di Cassino e del Lazio meridionale

 

Le precedenti puntate:

Per una storia dei linguaggi giovanili in Italia – Le origini

Per una storia dei linguaggi giovanili in Italia - Dal dopoguerra al Sessantotto

 

Immagine: By Alexis Brown alexisrbrown (https://unsplash.com/photos/-Xv7k95vOFA) [CC0], via Wikimedia Commons

 


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