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Alter lego: sull'italiano di Jhumpa Lahiri

di Luigi Spagnolo*

 
Una lingua non è un mezzo di comunicazione facilmente intercambiabile. Traduttori e interpreti ne sono ben consapevoli: il noto motto paronomastico, Tradurre è tradire, denuncia l’impossibilità di scindere del tutto il concetto (res) dalla parola (verbum), a dispetto dei consigli di Catone il Censore (Rem tene, verba sequentur). Bastino un paio di esempi, tra i più comuni.

Le frasi «Ti amo» e «Ti voglio bene» corrispondono entrambe all’inglese «I love you», ma la distinzione ha un grande valore, come dimostra il titolo di un saggio del britannico Andrew Marshall, psicoterapeuta di coppia: I love you but I’m not in love with you.

 

«Five years ago the occasional couple would present themselves at my therapy office after one partner had confessed: ‘I love you, but I’m not in love with you.’ To start off, I was surprised. The phrase seemed to belong to a character in a smart New York sitcom. Yet real people were using it to describe something profound that was happening to their relationship. But how could someone love but not be in love?»

[Cinque anni fa una coppia si presentò nel mio studio di terapeuta dopo che un partner aveva confessato: «Ti voglio bene ma non ti amo». Sulle prime fui sorpreso. La frase pareva appartenere a un personaggio di un’arguta sitcom newyorkese. Eppure persone reali la stavano impiegando per descrivere qualcosa di profondo che stava accadendo alla loro relazione. Ma come potrebbe uno voler bene senza amare?]

 

Lo stupore espresso nella quarta di copertina diventa ridicolo se traduciamo il titolo in italiano (come nell’edizione del 2007, per l’editore milanese Corbaccio: Ti voglio bene ma non ti amo più), perdendo ogni sfumatura ossimorica. Dovremmo, al limite, tradurre «Ti amo ma non sono innamorato di te», che però in italiano sembra una distinzione sofistica.

Altro caso. Nel settembre del 1791 la scrittrice Olympe de Gouges pubblica la Déclaration des droits de la femme et de la citoyenne, come polemica integrazione della Déclaration des droits de l’homme et du citoyen (26 agosto 1789). Per il giusnaturalismo della Rivoluzione francese l’esclusione della donna era un fatto anche linguistico. Potremmo dire che, nel passaggio dal latino alle lingue romanze, la perdita di vir (‘essere umano di sesso maschile’, come nel greco ἀνήρ) ha rafforzato concettualmente il dominio dell’uomo sulla donna (non così il romeno, che distingue tra bărbat, continuazione del latino barbatus, e l’universalistico om).

 
Scambi di golfini, scambi di lingue
 

Leggendo il racconto, tanto preciso quanto appassionato, del modo in cui l’autrice Jhumpa Lahiri (premio Pulitzer 2000 per la narrativa) si è progressivamente avvicinata all’italiano fino a poterlo impiegare nella scrittura creativa (In altre parole, Milano, Guanda, 2015, pp. 156), anche il lettore italofono non può fare a meno di riscoprire il valore delle parole gustandole come se appartenessero a una lingua straniera. Si consideri il finale della breve novella Lo scambio, la prima scritta da Lahiri in italiano, con una traduttrice come protagonista (scelta non casuale), una donna «che voleva essere un’altra persona» e che, durante un’allegorica prova di abiti in un salotto di moda, crede di aver perso il proprio golfino nero, o meglio di averlo scambiato con un altro, salvo poi ritrovarlo quasi identico il mattino seguente, al risveglio:

 

«Eppure questo golfino non sembrava più lo stesso, non quello che aveva cercato. Quando lo vide, non provava più nessun ribrezzo. Anzi, quando lo indossò, lo preferì. Non voleva ritrovare quello perso, non le mancava. Ora, quando lo indossava, era un’altra anche lei».  

 

Il testo ruota intorno all’indefinito altro. E all’alterità linguistica si aggiunge quella psicologica, perché si smette di tradurre quando si comincia a pensare nella lingua di arrivo, ma a quel punto si è radicalmente cambiati, anche se non lo si nota dall’esterno. In altre parole non indica soltanto la diversità del significante, ma (almeno nella rivalutazione semantica del titolo) l’espressione stereotipata vale ‘con animo diverso’.

 
Lontana dall'idioma materno
 

A differenza degli scrittori italiani bilingui (la cosiddetta ‘letteratura della migrazione’, formula giustamente criticata da Daniela Brogi), Jhumpa Lahiri, di genitori bengalesi, nata a Londra ma già a due anni trasferitasi negli Stati Uniti, a Rhode Island, tanto plasmata dalla lingua e dalla cultura angloamericana da non aver mai imparato a leggere e scrivere nel suo idioma materno (pur popolando le sue narrazioni di personaggi bengalesi e pur avendo una madre che scrive poesie in bengalese), ha scelto l’italiano da cittadina americana, affrontando un lungo percorso di apprendimento che l’ha spinta a trasferirsi nella nostra capitale per calarsi completamente, senza reti (o meglio, per mantenere la metafora del nuoto cara alla scrittrice, senza salvagente), nella realtà linguistica di un Paese che l’aveva per la prima volta conquistata a ventisette anni, durante una settimana trascorsa a Firenze, in compagnia della sorella, a studiare dal vero l’architettura del Rinascimento («la Cappella Pazzi di Brunelleschi, la Biblioteca mediceo-laurenziana di Michelangelo»).

 
Italiano, mistero di suoni e di accenti
 

Dunque la scelta di Lahiri, se in astratto può ricordare quella di uno scrittore come Pound, di fatto non muove da un interesse per la letteratura italiana, bensì da un moto simpatetico verso una lingua ascoltata nel suo concreto mistero di suoni e di accenti:

 

«Alla fine della settimana […] torno in America. Porto con me delle cartoline, dei regalini, per ricordare il viaggio. Eppure il ricordo più chiaro, più vivo, è qualcosa di immateriale. Quando penso all’Italia, sento di nuovo certe parole, certe frasi. Sento la loro mancanza. Questa mancanza mi spinge, pian piano, a imparare la lingua. Mi sento sia incalzata dal desiderio sia esitante, timida. Chiedo all’italiano, con una lieve impazienza: permesso?»        

 

Il desiderio (nel senso della mancanza che acuisce la brama, giusta l’etimologia del verbo de-siderare ‘perdere di vista le stelle’) è un motore potente: Lahiri, nel corso degli anni, vivendo negli Stati Uniti, in quello che lei stessa definisce «esilio» o «stato di separazione», ha cambiato tre insegnanti di italiano e ha letto con interesse narratori e poeti del Novecento (Moravia, Pavese, Saba, Quasimodo). Così ha riscoperto il piacere infantile della lettura, ovvero l’assimilazione di parole e stilemi che vanno ad appesantire il «bagaglio lessicale». Brutta e trita metafora, questa, che per fortuna l’autrice disdegna, preferendo Il raccolto delle parole (ottavo capitolo), con un’immagine leggiadra e quasi fiabesca:    

 

«Descriverei il processo così: ogni giorno entro in un bosco con un cestino in mano. Trovo le parole tutt’attorno: sugli alberi, nei cespugli, per terra (in realtà: per la strada, durante le conversazioni, mentre leggo). Ne raccolgo quante più possibile. Ma non bastano, ho un appetito insaziabile».

 
Recitativo intenso
 

Nondimeno questa sorta di bulimia linguistica non comporta, nella scrittura, alcuna ridondanza: lo stile di Lahiri è chiaro e conciso, aggettivi e sostantivi sono scelti con cura. A livello di interpunzione e di sintassi, la scomparsa del punto e virgola e dei due punti è compensata da un recitativo molto intenso, in cui si cerca di afferrare qualcosa di inafferrabile, correggendo sempre il tiro. Così descrive la stesura di un diario privato, a Roma, d’estate:

 

«Scrivo in un italiano bruttissimo, scorretto, imbarazzante. Senza controllo, senza dizionario, soltanto d’istinto. Vado a tentoni, come un bambino, come una semianalfabeta. Mi vergogno di scrivere così. Non capisco questo impulso misterioso che sbuca dal nulla. Non riesco a smettere.

È come se scrivessi con la mano sinistra, la mia mano debole, quella con cui non devo scrivere. Sembra una trasgressione, una ribellione, una stupidaggine».

 

Il lettore non può fare a meno di condividere con Lahiri l’imbarazzo di scrivere in una lingua su cui grava una tradizione letteraria fin troppo onerosa. Meglio allora scrivere con la sinistra, la mano del cuore, senza essere mancini: un apparente difetto che rende liberi. E, soprattutto, un senso di sollievo rispetto alle gabbie di una lingua (l’inglese) irrigidita da standard editoriali:

 

«Scrivendo in italiano, penso di fuggire sia i miei fallimenti nei confronti dell’inglese sia il mio successo. L’italiano mi offre un percorso letterario ben diverso. In quanto scrittrice, posso smantellarmi, posso ricostruirmi».

 
Autoanalisi metalinguistica
 

Quanti scrittori affermati hanno l’umiltà di mettersi in discussione con tale franchezza? Ma non si tratta di falsa modestia: Lahiri ha bisogno di sfidare e capire sé stessa, in un percorso di autoanalisi che, almeno in questo libro, coincide con la riflessione metalinguistica e metanarrativa. Ed è proprio la metafora (strumento universale di ogni lingua) il filo rosso che collega i due piani: il lago da attraversare (la distanza interlinguistica), il colpo di fulmine, la raccolta di fiori e frutti, la clausura (l’italiano come rifugio), il dialogo veneziano tra i ponti e i canali (le frasi in italiano come piccoli tentativi di superare l’inglese), il neonato e l’adolescente peloso (la nuova lingua e la vecchia), la metamorfosi di Dafne (la corteccia dell’italiano), l’impalcatura (i sussidi esterni necessari per l’autrice anglofona).

 
Una sintassi più articolata
 

Penombra, seconda novella e ultimo capitolo, mette in scena l’irriducibile alterità: l’uomo, il marito, il compagno di una vita. Quasi idealizzato, nella sua fedeltà assoluta, nel suo rimuginare a notte fonda su un sogno in cui la moglie guidava una macchina priva di carrozzeria e lui le gridava di fermarsi. Tuttavia, al di là del dato scopertamente autobiografico (Jhumpa Lahiri si è trasferita a Roma con tutta la famiglia, i due figli e il marito, giornalista guatemalteco), si ravvisa, rispetto al precedente Lo scambio, la capacità di esprimere le emozioni senza il filtro dell’allegoria, anzi interpretando simboli onirici attraverso un italiano più disteso. Non sarà un caso se nell’ultimo capoverso compaiono sia i due punti sia il punto e virgola, nonché una sintassi più articolata, quasi ad annunciare fecondi sviluppi:  

 

«Ora si rende conto del senso più profondo del sogno: lo stupore di aver trascorso una vita accanto alla stessa persona. Senza fermarsi, senza ostacoli, nonostante le ombre sempre a un lato, il pericolo. Ora vede quel primo viaggio, il loro principio, in penombra; preferisce la lucida verità del sogno. Solo che all’epoca, qualunque sogno fosse, l’avrebbe condiviso con lei».

 

Se noi italiani riuscissimo a riscoprire ogni giorno la nostra lingua con l’udito di uno straniero, forse impareremmo ad amarla di più, e potremmo anche apprezzare le tante lingue parlate nelle nostre metropoli, un tesoro che solo il razzismo (senso di inferiorità mascherato da sciovinismo) impedisce di vedere.

 

 
 

*Luigi Spagnolo è ricercatore di Linguistica italiana all’Università per Stranieri di Siena, ateneo che ha conferito a Jhumpa Lahiri, lo scorso 21 aprile, la laurea honoris causa in Lingua e cultura italiana per l’insegnamento agli stranieri.

 
 
 

 


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