10 maggio 2018

È nella cornice il cuore del meme

La parola meme costituisce un caso particolare per la linguistica perché è un neologismo di cui conosciamo autore e data di nascita. Nel 1976 Richard Dawkins pubblica Il gene egoista, una reinterpretazione dell’evoluzionismo darwiniano, considerata oggi un classico della divulgazione scientifica. Verso la fine del libro, lo scienziato dedica un capitolo alla «sfida formidabile costituita dal dover spiegare la cultura» (Dawkins 2016, p. 205). Ipotizza quindi che, così come nella biologia tutto si costruisce a partire dal gene la cui caratteristica è replicarsi, sempre uguale ma in complessi sempre diversi, anche nella cultura deve esistere una dinamica analoga. Dawkins chiama meme il cugino culturale del gene, ispirandosi alla parola greca mimeme ‘imitazione’, e accorciandola per creare assonanza. Il meme non è un oggetto ma una cornice interpretativa dell’intera produzione culturale umana: «Esempi di meme sono melodie, idee, frasi, mode, modi di modellare vasi o costruire archi» (ivi, p. 206). Dall’intuizione di Dawkins ha preso le mosse una scienza, la memetica, che si è rivelata tanto ambiziosa quanto vaga. Partiti per risolvere la sfida formidabile costituita dal dover spiegare la cultura, come se nessuno ci avesse provato prima (Dawkins non ha mai nascosto il suo disprezzo nei confronti delle scienze umane), i pionieri della memetica si sono ritrovati a fare i conti con un’ovvietà che si arresta in una tautologia: la cultura si diffonde tra gli individui sovradeterminandoli, le idee che sopravvivono sono quelle più adatte a sopravvivere e così via. Poiché queste affermazioni erano già alla base delle scienze sociali, tanto da esserne le premesse metodologiche, alcuni studiosi che pure avevano preso parte all’impresa sono arrivati a considerare la memetica una scienza mai nata per davvero (Steve Pinker).

 

L’equivoco terminologico

 

Ciò che chiamiamo invece internet meme o meme di internet non è un’interpretazione globale della cultura umana ma una classe di oggetti virtuali che sono, per così dire, apparsi durante gli anni duemila. Mutuano il nome dall’idea di Dawkins perché la loro natura profonda è di “replicarsi sempre uguali ma in composti sempre diversi”. Per afferrare la specificità dei meme rispetto agli altri contenuti virtuali occorre distinguerli da un altro tipo di oggetti con i quali vengono spesso confusi. Ancora oggi, cercando meme sulla Wikipedia italiana si viene reindirizzati alla pagina “Fenomeno di internet” che recita: «Un fenomeno di Internet (chiamato anche in inglese Internet meme, "meme di Internet") è un'idea, stile o azione che si propaga attraverso Internet, spesso per imitazione, diventando improvvisamente celebre». Con queste parole l’enciclopedia libera definisce accuratamente una categoria di oggetti – anch’essa chiamata con gergo biologico – di cui il meme fa parte ma dalla quale diparte in modo significativo: il contenuto virale. Il meme è, in una certa misura, un contenuto virale, ma la sua caratteristica fondamentale ne sovverte le dinamiche di diffusione. Il contenuto virale non è prerogativa di internet giacché sono virali anche i tormentoni musicali o i modi di dire orali ma, ciò che lo definisce indipendentemente dal media che usa è il suo diffondersi molto rapidamente e sempre uguale a se stesso. D’altro canto il meme è quel genere paradossale di contenuto virale che si diffonde molto rapidamente ma “in composti sempre diversi”: il meme, ad ogni sua iterazione, invita a essere reinventato.

 

L’apertura alla creatività orientata

 

Abbiamo il meme quando gli oggetti virali si diffondono in un contesto che consente agli individui di non essere semplici fruitori del contenuto ma anche (ri)creatori, ovverosia nel cosiddetto internet 2.0 abitato dai prosumer, utenti che sono insieme produttori e consumatori. E questo non accade per caso. Il meme non è come una canzone, come il tormentone musicale che annoveravamo tra i contenuti virali, di cui la cover o il remix ha le stesse possibilità di darsi e di non darsi. È ben visibile, nella semiotica interna della maggior parte dei meme, l’apertura a una creatività orientata. Una creatività orientata perché possiamo intendere la forma egemone del meme come una cornice per battute, un dispositivo umoristico che fa da schema base per ogni successiva produzione. Difatti la struttura classica di un meme è composita: c’è una parte invariabile, chiamata template o format e una parte variabile, la battuta ogni volta diversa che completa le premesse del template. Prendiamo un esempio molto famoso, tra i meme di maggiore successo del 2017: il template noto come Expanding Brain. Il funzionamento è facilmente intuibile, infatti a destra abbiamo la parte invariabile, template o la cornice per battute; a sinistra la parte variabile dove inserire la singola battuta. La prima è una colonna di pseudolastre di cervelli che rappresentano vari livelli di intelligenza messi in ordine crescente – un cervello minuscolo in un cranio vuoto, un cervello normale, un cervello che si illumina, per finire con illustrazioni dal sapore new age di bodhisattva fatti di luce che meditano nel cuore dell’universo –. Ogni immagine ha accanto uno spazio in cui l’autore del meme associa un oggetto a un certo livello di intelligenza producendo così una classifica. Gli oggetti, le idee, le persone che possono essere catturati e messi in ordine da questo template sono innumerevoli e di ogni specie: romanzi, film, ideologie politiche, modi di dire, colleghi di lavoro.

 

La principale enciclopedia memetica di internet

 

Ho chiamato indifferentemente meme o template l’Expanding Brain perché questi due termini arrivano a coincidere nella definizione filosofica del meme. Se infatti con meme possiamo riferirci al singolo contenuto che viene condiviso, a questa immagine qui che mette in ordine, diciamo, le ideologie politiche associandole a delle pseudolastre di cervelli, l’Expanding Brain non si esaurisce certo all’interno di questa rappresentazione e non sarebbe neppure un meme qualora lo facesse: sarebbe un semplice fotomontaggio. Come dimostra Knowyourmeme.com che cataloga i meme a partire dal template ed è la principale enciclopedia memetica di internet, è nella cornice il cuore del meme, ciò che lo rende davvero tale: una forma aperta rispetto alla quale ogni attualizzazione risulta sempre parziale, una forma che si riproduce sempre uguale ma in composti sempre diversi.

 

Quando è un atto linguistico

 

Attorno a quest’idea di base, lo scherzo infinito dei meme ha subito molte evoluzioni, allontanandosi dalla linearità sopra esposta. Ci sono meme consapevoli di essere meme, meme che giocano con la storia dei loro usi, meme che sovvertono le indicazioni della cornice, meme che mischiano diverse cornici, più o meno compatibili, e meme che degenerano nel puro non-sense. In tutti questi casi, la prassi memetica rimane distinta dalla semplice diffusione virale: se il viral viene condiviso per l’informazione che porta, ha cioè il senso in sé; il meme è un atto linguistico, un frammento da declinare, il cui senso è sempre dialettico e mai dato una volta per tutte.

 

 

 

Biblio-sitografia

Dawkins 2016 = Richard D., Il gene egoista, Mondadori, Milano (citato due vv. nell’articolo)

S. Blackmore, La macchina dei memi, Instar libri, Torino, 2002

R. Brodie, Virus of the Mind: The New Science of the Meme, Hay House, Carlsbad, California, Stati Uniti, 2001

R. Dawkins, Postmodernism disrobed, in «Nature», 9 July 1998, vol. 394, pp. 141-143

4Chan

Know Your Meme

Reddit

TPM, The Philosophers Meme


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