07 marzo 2019

Il Museo della lingua italiana: lavori in corso

di Rosarita Digregorio

“Siamo pronti per un Museo della Lingua Italiana?”: un titolo interrogativo che si è rivelato subito potente innesco di un fervido dibattito per una serata d’eccezione alla Dante Alighieri, come l’ha definita lo stesso padrone di casa, Alessandro Masi – quella del 13 febbraio scorso – proprio a Palazzo Firenze a Roma. Animatori di un tavolo davvero illustre, oltre a Masi, Luca Serianni, Claudio Marazzini, Lucilla Pizzoli, Giuseppe Antonelli, in veste di autori, e Michele Cortelazzo, presidente dell’ASLI, e Marco Mancini, glottologo dell’Accademia dei Lincei, in veste di interlocutori.

 

Dove suonava il "sì" nel 2003

 

Nel 2003 la mostra dedicata all’italiano, Dove il sì suona, ideata e promossa dalla Società Dante Alighieri, dalla Cassa di Risparmio di Firenze, dal Ministero per i Beni e la Attività Culturali e da Firenze Musei con il contributo di Accademia della Crusca, Fondazione Ugo Bordoni e Direzione RAI Teche e RAI Educational e curata proprio da Luca Serianni, Lucilla Pizzoli, Giuseppe Antonelli, Matteo Motolese e Stefano Telve, partita tra lo scetticismo degli stessi sponsor (“e cosa appendiamo?” si domandavano di fronte alla proposta di dedicare un’esposizione a un bene astratto come la lingua) fu invece inaugurata per il suo altissimo valore culturale e civile dall’allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi nella prestigiosa sede degli Uffizi e riscosse un enorme successo di pubblico, un gradimento quasi inatteso, rilevato ampiamente anche dalla stampa. Un successo duraturo, attestato in seguito dalle innumerevoli richieste di repliche all’estero, fino a Mosca, e dalle successive, ininterrotte riflessioni volte a sistematizzare l’idea di un museo permanente della lingua italiana, sul modello di tante esperienze simili dedicate ad altre lingue. Elaborazioni confluite, per strade diverse, nei tre libri proposti all’attenzione del pubblico durante l’incontro alla Dante: L’italiano è meraviglioso di Claudio Marazzini (Rizzoli, 2018), Storia illustrata della lingua italiana (Carocci, 2017) di Luca Serianni e Lucilla Pizzoli, Il museo della lingua italiana (Mondadori, 2018) di Giuseppe Antonelli.

 

L’amore degli italiani per la lingua

 

L’interesse per la lingua, che sembrava relegato a una ristretta cerchia di specialisti e di persone colte, si è dimostrato insospettabilmente pervasivo e coinvolgente, come ha ricordato Lucilla Pizzoli a proposito della vasta eco mediatica e social suscitata proprio recentemente delle risposte della Crusca sull’uso transitivo dei verbi intransitivi, esci il cane, siedi il bambino. E come non ripensare anche al grande clamore sollevato dall’attenzione riservata, sempre da parte della Crusca, a petaloso, di cui, come notato da Marazzini, l’Accademia conserva il testo recante la prima attestazione, reperto che a pieno titolo potrebbe far parte di un museo dell’italiano. Insomma, casi eclatanti che dimostrano che la lingua italiana è viva non solo nei suoi sviluppi sintattici e lessicali, ma anche nella coscienza stessa degli italiani che si sono riscoperti affascinati e stimolati dalle vicende della loro lingua. Dunque tutti concordi i relatori sul fatto che l’istituzione di un museo sia non solo un omaggio dovuto alla straordinaria ricchezza di un patrimonio linguistico e culturale ultramillenario, ma anche un investimento a beneficio di questa affezione pubblica diffusa e socializzata.

 

Come "musealizzare" la lingua?

 

Il progetto, tuttavia, reca in sé diverse sfide, ideali e pratiche. La prima risiede, come ben espresso da Mancini, nel termine stesso di museo, almeno per come tradizionalmente inteso: è “musealizzabile” un bene apparentemente immateriale e in continuo movimento come la lingua? Come ovviare al fatto che molti dei reperti fisici che rappresentano proprio la componente materiale, ovvero la scrittura, quali manoscritti, codici, incunaboli, prime edizioni, sono parte integrante di patrimoni inalienabili di biblioteche storiche, che dunque possono essere prestati per mostre a tempo, ma non certo sradicati per sempre dalle loro attuali collocazioni?

 

Prima risorsa: le tecnologie multimediali

 

La risposta mette in campo almeno tre soluzioni: in primo luogo il sicuro ricorso, del resto in linea con i più innovativi sviluppi della museologia, alle tecnologie multimediali, digitali e virtuali, che renderebbero la ricostruzione visuale dell’italiano immersiva, esperienziale, dinamica. Un’interattività – come sottolineato da Antonelli – estremamente funzionale anche alle finalità di una didattica attrattiva per il giovanissimo pubblico delle scuole medie inferiori e superiori che probabilmente costituirebbe lo zoccolo duro delle visite giornaliere. Non dovrebbero poi mancare – ha proposto Cortelazzo – forme ludiche, giochi di parole, esercizi e test che sfidino le competenze dei visitatori e magari li mettano in gara tra di loro, facendoli diventare, da spettatori passivi, protagonisti attivi della visita. Grande spazio avrà il sonoro: immaginare, come fa Mancini, un tentativo di ricostruzione del proto-italiano, o, come consiglia sempre Cortelazzo, un jukebox della poesia italiana in diffusione costante in sale dedicate, docce sonore o altri espedienti tecnici all’avanguardia, per godere – secondo l’ipotesi di Antonelli – della voce dei grandi scrittori italiani contemporanei estraibili dalle Teche RAI, del parlato radiofonico che ha svolto un ruolo decisivo nella diffusione di uno standard riconosciuto in ogni strato sociale, o di spezzoni di film che attestino il radicale mutamento del doppiaggio cinematografico o delle canzoni che hanno inondato l’immaginario collettivo di espressioni e stilemi.

 

Seconda risorsa: le copie anastatiche

 

Il secondo tipo di soluzione espositiva consiste, là dove sia indispensabile il ricorso alla fonti scritte, nell’impiego di copie anastatiche: da Masi a Serianni, tutti confermano che la qualità e la pregevolezza di questi artefatti hanno raggiunto livelli altissimi e consentirebbero di vedere copie praticamente perfette di testimonianze fondamentali della storia dell’italiano scritto.

 

Terza risorsa: "correlativi oggettivi" segnaparole

 

Ultimo, ma non meno decisivo risvolto museale sarà una ben ponderata scelta di quelli che Antonelli definisce ‘correlativi oggettivi’, ovvero oggetti concreti che abbiano funzione rappresentativa di fatti linguistici: così, per esempio, nasce l’idea di legare il nostro monosillabo più importante, , al ciclomotore prodotto dalla Piaggio dal 1978 al 2001 e amato da diverse generazioni di italiani che, grazie alla sua leggerezza, si muovevano liberi e ottimisti per le strade del Paese. Il ricorso ai correlativi oggettivi, ha osservato per altro Antonelli, rende il progetto assai appetibile ai grandi marchi dell’industria italiana, fa in qualche modo supporre che la sua concreta realizzazione sia “ad alto tasso di sponsorizzazione”.

 

Tre piani, tre epoche

 

L’impianto generale dovrà conciliare diacronia e sincronia: in un’ipotetica disposizione su tre piani, ancora secondo Antonelli, si dipaneranno antico, moderno e contemporaneo, declinati al loro interno in sale tematiche in cui il polo alto della letteratura convivrà fianco a fianco – come nella realtà è di fatto avvenuto e ancora avviene – con il polo basso del bagaglio popolare, fino alle fronde estreme del turpiloquio che pure è parte integrante dell’espressione linguistica di un popolo. Capitolo fondamentale rivestirà, come già nella mostra Dove il sì suona, il continuo interscambio con le altre lingue: italiano lingua donante e ricevente, com’è giusto che sia per una lingua che è sempre stata al centro di fitte trame interculturali. Non è trascurabile, infine, che musealizzazione significhi selezione ed esclusione: una necessaria semplificazione, una sorta di linearità per certi versi inconciliabile con la complessità del linguaggio umano e dei suoi tortuosi percorsi, se è vero che la lingua, per dirla con Wittgenstein, è una città, e anzi, come ha argutamente appuntato Mancini citando Pagliaro, addirittura una bidonville che poco rassomiglia a una sequenza di edifici ordinati. Per questo, una dolorosa rinuncia, almeno all’inizio, riguarderà probabilmente la magmatica sfera dei dialetti.

 

Capitali e capoluoghi del museo

 

Nella seconda parte dell’incontro, la riflessione si è spostata dai contenuti dell’impianto ideale ai nodi della realizzazione concreta. Primo fra tutti quello dell’ubicazione: la storia policentrica e polifonica della nostra lingua potrebbe suggerire una parte fissa e una parte diffusa. La sezione stabile dovrebbe essere ancorata, per ovvie ragioni, a Firenze o a Roma, senza escludere dalla valutazione, come rilanciato da Serianni, anche Milano, dove alcuni ritengono, a partire da un celebre saggio di Nora Galli de’ Paratesi del 1985, si parli l’italiano migliore, il più vicino al neostandard, in virtù di ragioni sociolinguistiche ma anche per il consonantismo scevro, a differenza di quello romano e fiorentino, d’influenze dialettali. La sezione mobile del museo potrebbe prevedere itinerari cittadini diffusi, percorsi attraverso luoghi e strade, ancora inesplorati eppure assai significativi: Pietro Bembo visse per lunghi anni a Roma, a via delle Coppelle, nel palazzo dove ha attualmente sede la Fondazione Sturzo, senza che una targa ricordi un passaggio così rilevante.

 

Regia pubblica

 

Da ultimo è stato avviato un ragionamento circa la titolarità dell’intera operazione: sarà in capo al pubblico o al privato? Sicuramente sarà da prevedere l’interazione di diversi soggetti: i Beni Culturali, Istruzione, Ricerca e Università, la Crusca, i Lincei e la Dante stesse, ma anche la RAI con il suo incommensurabile bagaglio audiovisivo e gli Affari Esteri, vista la non secondaria portata propulsiva della lingua e della cultura italiana che un tale progetto avrebbe fuori dai confini nazionali. Se una regia pubblica è certamente fondamentale, come ha concluso Serianni, forme di sponsorizzazione saranno, in un periodo di contrazione delle risorse pubbliche per i beni culturali, inevitabili, ma forse addirittura auspicabili per il potenziale creativo che offrirebbero: una rete di sponsor, per esempio, consentirebbe di allestire un intero capitolo dedicato alla gastronomia, la componente regionale che forse più di tutte ha conquistato ogni calle del Bel Paese e il mondo intero.

 

 

 

 

 

Immagine: Roma, palazzo Firenze ai Prefetti, cortile (sede della Società Dante Alighieri)

 

Crediti immagine: Lalupa [CC BY-SA 3.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)]

 

 


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