21 maggio 2018

Da ciclofattorino a flat tax: dieci neologismi per il Vocabolario Treccani.it

Se n’è andato da poco Tom Wolfe, lo scrittore e giornalista che, pur se non coniò di persona, quanto meno contribuì in modo decisivo a diffondere la locuzione radical chic, affilata arma da taglio lessicale per fare a fettine la sinistra snob e salottiera. Anche senza aggettivi di contorno, spregiativi o denotativi, la sinistra attuale, più o meno di centro-sinistra, più o meno di sinistra-sinistra, in Italia, stenta a far sentire la sua voce nei luoghi in cui conta, per usare un manganellismo, clangorare (almeno secondo le stime dei politici stessi e dei loro consiglieri), cioè nei salotti pop dell’era iper e multimediale, a partire da quelli televisivi, in cui i cerimonieri della chiacchiera officiano i vari Rosato, Marcucci, Orlando, Fratoianni in qualità di bastian contrari sconfitti e perciò orgogliosi. Peccato che la concorrenza sul terreno del non-ci-sto sia molto agguerrita: esperti funamboli, i leader del Movimento 5 Stelle, Luigi Di Maio, e della Lega, Matteo Salvini, alle prese con il cubo di Rubik dell’accordo di governo, sono stati capaci di dire, sciorinando le loro ragioni, non soltanto il contrario di quanto detto dagli altri, ma anche di quanto detto da loro stessi pochi anni, mesi, settimane, giorni, ore prima. L’avvicinamento (superficiale?, profondo?) tra 5 Stelle e Lega senz’altro ha promosso l’uso di parole nuove e altre ne ha rimesse in circolo, imprimendo impronte semantiche inusitate.

 

Il giallo di Giotto, il biondo di D’Annunzio

 

Possiamo trastullarci a scommettere se giallo-verde varcherà la soglia dei neologismi veri e propri, ma, intanto, è innegabile che per la prima volta l’orizzonte politico italiano sfoggia un simile abbinamento di colori, il giallo delle stelle grilline e il verde padano della Lega: «Ai grillini basterebbe la Lega per fare un governo giallo-verde che avrebbe 32 seggi di maggioranza alla Camera (348 su 316 necessari) e solo 9 al Senato (170 su 161)», ha scritto Alessio Sgherza in Repubblica.it il 6 marzo scorso, appena svuotate le urne. Il cromonimo composto evoca gonfaloni di contrade in palii cittadini (Borgo San Lazzaro ad Asti, per esempio) o sciarpe di squadre di calcio (Brasile, Camerun); soltanto un nostalgico potrebbe rispolverare il verdebiondo di dannunziana memoria. Lo farebbe in modo improvvido, tra l’altro, perché – come ricorda Riccardo Falcinelli nel suo Cromorama. Come il colore ha cambiato il nostro sguardo (Einaudi, 2017) – «Secondo una tradizione che inizia nel XII secolo, il giallo è sinonimo di falsità, di inganno e di menzogna, poiché è sentito come una degenerazione delle qualità luminose e morali dell’oro» (p. 395). Per questo, scrive Falcinelli, Giotto, nella cappella degli Scrovegni, dipinge di giallo il mantello di Giuda che abbraccia Gesù. Il quale comunque indossa una tunica rossa e non verde. In ogni caso c’è chi, come il sociologo Domenico De Masi, interpreta lo sconcerto dell’elettore di sinistra nel Movimento 5 Stelle che «sperava in una democratizzazione dei 5 stelle, non in una destrizzazione» (Il manifesto, 11 maggio 2018): paroletta, questa destrizzazione, formata correttamente, di immediata comprensibilità e già comparsa qua e là negli ultimi dieci anni di cronache politiche, ma da un paio d’anni più presente e pimpante.

 

Ore 10: tassa piatta

 

Lega e 5 Stelle hanno discusso dei punti qualificanti del proprio programma. Alla fine degli anni Novanta del Novecento risalgono le prime attestazioni del reddito di cittadinanza patrocinato dai grillini. Lo stesso può dirsi del cavallo di battaglia della Lega, la flat tax ‘sistema fiscale non progressivo basato su un’aliquota fissa; in particolare, imposta ad aliquota fissa’, poco o punto presente nei dizionari della lingua dell’uso. Nelle cronache di questo periodo, flat tax è accompagnato o sostituito dal calco tassa piatta (piatto traduce flat con spigliatezza da first level beginners; meglio sarebbe stato uniforme). L’istituto, teorizzato e nato Oltreoceano, è proprio delle politiche liberiste; il reddito di cittadinanza, viceversa, di quelle stataliste (a rischio di assistenzialismo). Metterle insieme sembra un ossimoro politico, qui il giallo e il verde non fanno proprio amalgama. Ho descritto sommariamente uno dei tanti complicati diverticoli nella gestazione del contratto di governo, vale a dire dell’accordo che formazioni politiche di diverso orientamento sottoscrivono sulla base di punti programmatici condivisi, come premessa vincolante di un’alleanza di governo. La locuzione, rilanciata dal duo Di Maio-Salvini, non è nuova nel politichese. In origine si è riferita alla politica interna francese, a partire dalla fine degli anni Sessanta, cioè al tramonto dell’era (e della vita) di De Gaulle, quando si aprirono varchi alla ricerca di accordi inediti tra i partiti transalpini. In Italia, si parlò verso la fine degli anni Ottanta di un possibile contratto di governo tra il socialista Craxi e il democristiano De Mita, che si detestavano cordialmente. Ne parlò qualche anno fa Enrico Letta, ancora sereno, poco prima di essere impallinato da Renzi. Mai con la stessa intensità se ne è parlato come in questi giorni, tra Lega e 5 Stelle. Per dare forza e dignità all’idea del contratto di governo, si è sfoderata la locuzione contratto alla tedesca («Il capo politico 5 stelle, più seriamente, ha spiegato ai neoeletti pentastellati che l'obiettivo è quello di un contratto alla tedesca da scrivere con le altre forze politiche»; Simona Zappulla, Agi.it, 5 aprile 2018), richiamando il senso del patto che in Germania ha portato alla Grosse Koalition tra CDU e SPD. L’alternativa al governo politico giallo-verde è già stata individuata nella non nuova formula del governo di tregua. Sottratto all’incandescenza delle contrapposizioni tra le forze politiche, si può descrivere come «un Governo amministrativo che si presenta in Parlamento per assolvere a dei doveri e per adempiere agli obblighi costituzionali, per un Governo di tal fatta che chiede voti al Parlamento, nessun voto è “determinante”» (Mario Costa, Corriere d’informazione, 9-10 aprile 1960).

 

L’economia dei lavoretti

 

Fluidità, incertezza, precarietà dominano in questo spezzone di lessico politico, che dà voce a spinte differenti, difficili da ricondurre a sintesi. Nel mondo, la stessa precarietà, lo stesso senso del conflitto mascherato covano sotto la brace della gig economy (alla buona: l’economia dei lavoretti), che Uber, e in seguito altri ancor più possenti giganti dell’impresa multinazionale, hanno dipinto come il paradiso del nuovo mondo lavorativo: «lavora quando vuoi, per quanto tempo vuoi», recita lo slogan di Amazon. Ma a portare i pacchi al cliente per due dollari o euro l’ora in bicicletta non sono sorridenti individui che amano integrare lo stipendio col “lavoretto” una tantum, ma quantità crescenti di persone costrette a un lavoro a chiamata temporaneo, precario, poco garantito, massacrante e senza futuro. Li chiamiamo rider, con un anglismo un po’ farlocco, perché in inglese rider è un vocabolo generico che indica chi va a cavallo, in moto o in bici; meglio allora  ciclofattorino («La prima assemblea nazionale dei riders, i 'ciclofattorini' che lavorano per le piattaforme digitali di consegna del cibo a domicilio, ha richiamato a Bologna un centinaio di persone, soprattutto giovani, provenienti da tutta Italia»; ansa.it, 15 aprile 2018). Meglio sotto il solo  profilo linguistico, of course.

 

Silverio Novelli

 

Immagine: Domenico di Michelino, 1465 (Public domain), da Wikimedia Commons


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