09 aprile 2018

Il Sessantotto: lingua e politica, scuola e postverità

Per chi guardi alla storia attraverso le testimonianze che possono venire da una lingua (nella fattispecie, l’italiano) e dai possibili modi d’insegnarla (a cui sono state applicate, rispettivamente molto prima e molto dopo il 1968, le etichette di “educazione linguistica” e di “linguistica educativa”), il Sessantotto non comincia in quell’anno, ma nel gennaio e nel maggio di un anno prima.

Nel gennaio del 1967 Luigi Tenco presenta a Sanremo una canzone dai contenuti ma soprattutto dai modi linguistici fortemente innovativi intitolata Ciao amore ciao, un brano che, nel mondo della pop music italiana, segna uno spartiacque fra il vecchio e il nuovo, accentuato dal fatto che prima della serata conclusiva del Festival Tenco si uccise, colpendo a sangue, come ebbe a dire Salvatore Quasimodo, il sonno dell’italiano medio.

 

Tenco e la lingua della quotidianità

 

In Ciao amore ciao la parola amore non rima, come al solito, con cuore, ma (sia pure per rima interna) con si muore; le immagini che popolano la canzone e le parole che le indicano appartengono al lessico del lavoro e della quotidianità: il grano da crescere, i campi da arare;  guardare ogni giorno se piove o c’è il sole. In più, Tenco si rivolge alla persona amata non con un melodrammatico ti amo o con espressioni equivalenti, ma con la più semplice, e forse la più italiana delle parole: ciao.

La novità fin qui descritta si accentua se teniamo conto del fatto che quella con cui Tenco partecipò a Sanremo era la seconda versione del testo di una canzone dai contenuti fortemente antimilitaristi, che lui in precedenza aveva intitolato Li vidi tornare: «Li vidi passare vicino al mio campo / Ero un ragazzino, stavo lì a giocare. / Erano trecento, eran giovani e forti: andavano al fronte col sole negli occhi / e cantavano, cantavano tutti in coro: “Ciao amore, ciao amore, ciao amore, ciao!”».   

 

Le parole dell’antimilitarismo

 

Il riferimento all’antimilitarismo non meraviglierà nessuno. Il Sessantotto ha molti padri e molte madri, e fra questi ci sono anche gli studenti e le studentesse americane protagonisti, nel corso degli anni Sessanta, delle rivolte contro la partecipazione degli Stati Uniti alla guerra del Vietnam. La contestazione, cominciata nei campus statunitensi come reazione a quella che veniva definita la “sporca guerra” del Vietnam, nel corso del 1968 sbarcò anche a Parigi e in altre grandi città europee. Due novità direttamente o indirettamente connesse con questo movimento furono il femminismo e il pacifismo, la cultura hippy dei figli dei fiori e, soprattutto in Europa, una forte ripresa dell’interesse per le teorie marxiste e psicoanalitiche. Furono oggetto di contestazione la cultura, la scuola e l'università, la famiglia, i valori tradizionali, la società, l'organizzazione del potere: in una parola, anzi in tre parole, l'intero modello di sviluppo occidentale. I termini monorematici (femminismo, pacifismo) o polirematici (figli dei fiori, modello di sviluppo) fin qui citati entrano in circolazione negli anni che hanno per epicentro il Sessantotto. Per la verità, pacifismo e femminismo sono due parole dalla vita più lunga, nate tra la fine dell'Ottocento e i primi del Novecento, ma è in questo periodo che acquistano un significato nuovo e politicamente dirompente.

 

Lingua politicizzata

 

Le novità più vistose del Sessantotto, infatti, riguardano il linguaggio politico. Per la prima volta, i protagonisti della ribalta politica non sono soltanto i politici di professione o i sindacalisti, ma anche i gruppi, i gruppuscoli, i singoli individui che crescono in un ambiente diverso da quello tradizionale. Questo territorio variegato da una parte è fatto di parole che alludono a forme di militanza tradizionali (penso a termini come sit-in, o manifestazione, che è già in circolazione nell’italiano dell'Ottocento; penso all'espressione assemblea di fabbrica, penso a piazza nel senso di ‘popolo’, di ‘individui radunati in una piazza’); dall’altra è fatto di parole che indicano esperienze inedite: penso alla parola  collettivo, un sovietismo; alla comune (un termine nato nel 1871 per indicare la Comune di Parigi, ma che a cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso torna in auge grazie alle comuni maoiste);  penso a occupazione, ad autogestione; penso anche, ahimè, a lotta armata, una voce polirematica che indica, eufemisticamente, il terrorismo.

 

Don Milani e la «lettera sovversiva»

 

Detto, sia pur rapidamente, di quel che accadde nel gennaio del 1967, passo a ricordare che, nel maggio di quello stesso anno, fu pubblicato un libro destinato a diventare uno dei testi sacri del Sessantotto e un caposaldo di quell’educazione linguistica democratica che avrebbe trovato nel grande e compianto Tullio De Mauro il suo più autorevole ispiratore: la Lettera a una professoressa («lettera sovversiva», l’ha recentemente definita Vanessa Roghi in un bel libro che ha proprio questo titolo) scritta da don Lorenzo Milani e dai ragazzi che frequentavano la sua scuola a Barbiana. La prima parte della Lettera s’intitola La scuola dell’obbligo non può bocciare. Vi leggo, quasi in apertura:  

 

Le lingue le creano i poveri e poi seguitano a rinnovarle all'infinito. I ricchi le cristallizzano per poter sfottere chi non parla come loro. O per bocciarlo. Voi dite che Pierino del dottore scrive bene. Per forza, parla come voi. Appartiene alla ditta. Invece la lingua che parla e scrive Gianni è quella del suo babbo. Quando Gianni era piccino chiamava la radio lalla. E il babbo serio: - Non si dice lalla, si dice aradio. Ora, se è possibile, è bene che Gianni impari a dire anche radio. La vostra lingua potrebbe fargli comodo. Ma intanto non potete cacciarlo dalla scuola. Tutti i cittadini sono uguali senza distinzione di lingua. L'ha detto la Costituzione pensando a lui.

 

«Non potete cacciarlo via»: un modo poco scientifico ma molto efficace – insomma, alla don Milani – di evocare l’attuale concetto di inclusione, su cui una parte della nostra scuola e della nostra università predica e razzola male, un’altra parte predica bene e razzola male, un’altra parte ancora – negli anni «del ritorno alla bocciatura, della farsa dei crediti formativi, della selezione che non è più di classe ma è altrettanto spietata fra vincenti e perdenti» – fa quello che può nel tentativo di contenere una «dispersione scolastica che non può essere guardata come fisiologica ma deve essere studiata a fondo come una gigantesca ingiustizia» (Roghi 2018: XVI).

 

Predicare e razzolare male, oggi

 

Perché il riferimento a chi predica e razzola male non resti generico, gli darò due nomi e cognomi: Ennio Quirino Visconti e Andrea D’Oria. A questi due personaggi storici sono intitolati due storici licei, il primo romano, il secondo genovese, i cui dirigenti hanno consentito che nei rispettivi rapporti di autovalutazione (una sorta di autodescrizione che ogni scuola italiana è tenuta a rendere pubblica e disponibile in rete, per doverosa trasparenza) vi fosse una presentazione che, oltre ad essere in palese contrasto col primo e col terzo comma dell’articolo 34 della nostra Costituzione (quello evocato nella lettera sovversiva della scuola di Barbiana: «La scuola è aperta a tutti»; «I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi»), si presenta come una specie di annuncio pubblicitario volto ad attirare  «i rampolli di famiglie altolocate» (Coccoli 2018).

            Ecco quel che si legge nei rapporti di autovalutazione del Visconti (a) e del D’Oria (b) relativi all’anno scolastico 2016-’17 (l’interpunzione scorretta del secondo è nell’originale), che non richiedono commenti:  

            (a) L'essere il Liceo classico più antico di Roma conferisce alla scuola fama e prestigio consolidato, confermato dalla politica scolastica che ha da sempre cercato di coniugare l'antica tradizione con l'innovazione didattica. Molti personaggi illustri sono stati alunni del liceo. Le famiglie che scelgono il liceo sono di estrazione medio-alto borghese, per lo più residenti in centro, ma anche provenienti da quartieri diversi, richiamati dalla fama del liceo. Tutti, tranne un paio, gli studenti sono di nazionalità italiana e nessuno è diversamente abile. La percentuale di alunni svantaggiati per condizione familiare è pressoché inesistente, mentre si riscontra un leggero incremento dei casi di DSA [= disturbi specifici dell’apprendimento]. Tutto ciò favorisce il processo di apprendimento, limitando gli interventi di inclusione a casi di DSA, trasferimento in entrata o all'insorgere di BES [= bisogni educativi speciali].

             (b) Il contesto socio-economico e culturale complessivamente di medio-alto livello e l'assenza di gruppi di studenti con caratteristiche particolari dal punto di vista della provenienza culturale (come, ad esempio nomadi o studenti provenienti da zone particolarmente svantaggiate) costituiscono un background favorevole alla collaborazione ed al dialogo fra scuola e famiglia, nonché all'analisi, con apporti reciproci, delle specifiche esigenze formative, nell'ottica di una didattica davvero personalizzata. Il contributo economico delle famiglie sostiene adeguatamente l'ampliamento dell'offerta formativa.

 

Post-Sessantotto, postverità e bufale

 

«I tempi stanno cambiando», cantava Bob Dylan quattro anni prima del 1968. Cinquant’anni dopo, a chi scrive sembrano cambiati in peggio, anche dal punto di vista dello scambio linguistico: basti pensare, nel merito, alla volgarità violenta di una parte della comunicazione politica (quella che Giuseppe Antonelli ha ben definito – antifrasticamente, rispetto al titolo del celebre trattato dantesco -  «volgare eloquenza»); basti pensare alla diffusione immediata e reticolare delle ormai dilaganti false verità.

Può fare qualcosa quella parte di persone che, così nella scuola come nell’università e nella società, cerca di fare quello che può? Credo, spero di sì. Oggi più di ieri, l’attenzione ai testi e alla corretta interpretazione dei loro significati, la ricerca delle fonti che tutte le storie propongono – siano essere storia della lingua, della scienza, della filosofia o della pedagogia – possono aiutare noi insegnanti e gli studenti che lavorano con noi a smascherare quella forma particolare di menzogna, improvvisata o sapientemente organizzata, stupida  o maligna, imbecille o criminale che nel linguaggio corrente indichiamo come fake-news, in italiano colloquiale indichiamo come bufale e che i sociologi e i filosofi indicano col desolante neologismo postverità, calco dell’altrettanto desolante composto inglese post-truth (cfr. Palermo 2017: 116-118). Chissà se, in chi ha coniato il termine, la scelta del prefisso non sia stata determinata, oltre che dal riferimento obbligato al latino, anche dal fatto che questa falsa verità è veicolata e attraversata dai post. Trascorso da gran tempo anche il post-Sessantotto, il lavoro da fare resta moltissimo. Auguri a chi cerca comunque di farlo.

 

 

 

 

 

Riferimenti bibliografici

 

Giuseppe Antonelli, Volgare eloquenza. Come le parole hanno paralizzato la politica, Roma-Bari, Laterza, 2017.

 

Donatella Coccoli, Il liceo che si vanta di non avere studenti poveri o stranieri: un fallimento culturale, in «Left», 8 febbraio 2018, disponibile in rete all’indirizzo: https://left.it/2018/02/08/il-liceo-che-si-vanta-di-non-avere-studenti-poveri-o-stranieri-un-fallimento-culturale/

 

C. “D’Oria”, Rapporto di Autovalutazione. Periodo di riferimento: 2016-17, disponibile in rete all’indirizzo: http://cercalatuascuola.istruzione.it/cercalatuascuola/istituti/GEPC01000P/lc-doria/valutazione/documenti/

 

G. S. “Ennio Quirino Visconti”, Rapporto di Autovalutazione. Periodo di riferimento: 2016-17, disponibile in rete all’indirizzo: http://cercalatuascuola.istruzione.it/cercalatuascuola/istituti/RMPC080007/lgs-ennio-quirino-visconti/valutazione/documenti/

 

Massimo Palermo, Italiano scritto 2.0, Roma, Carocci, 2017.

 

Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, Firenze, Libreria Editrice Fiorentina, 1967.

 

Vanessa Roghi, La lettera sovversiva. Da don Milani a De Mauro, il potere delle parole, Roma-Bari, Laterza, 2017.

 

 

 

Immagine: Di Hennercrusius (Opera propria) [GFDL (http://www.gnu.org/copyleft/fdl.html) o CC BY 3.0


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