15 ottobre 2018

Un lettore scrive: "La parola “sindaca” non esiste, perché voi dite di sì?" Per Treccani risponde Cecilia Robustelli

di Cecilia Robustelli

L'email del lettore

 

Contrariamente a quanto da voi affermato, non esiste il termine "sindaca" perché non è affatto vero che ogni termine in italiano possa avere la desinenza in -o oppure in -a a seconda del genere. La desinenza di un termine deriva per lo più da quella dell'accusativo del termine latino di origine. Qualora il termine latino fosse un aggettivo della I classe, allora le desinenze sono diverse per maschile e femminile. Ma, qualora l'etimologia non fosse quella, la desinenza può anche essere unica. Idem se il vocabolo latino era un sostantivo: in quel caso si terrà conto della desinenza dell'accusativo. Esempio: "ministro" deriva da "minister, tri", II declinazione, dunque non esisteva la versione femminile "ministra" (mentre esiste "minestra" perché si richiama ai sostantivi latini della I declinazione). Non esiste "sindaca" perché deriva da un sostantivo e non da un aggettivo. Può invece esistere "cancelliera" o "avvocata" (questo, chissà perché, mai usato) perché derivano da aggettivi sostantivati della I classe ("Cancellarius, a, um", "advocatus, a, um"). Ma siamo soliti definire "soprano" una cantante donna, anche se il termine "soprana" potrebbe esistere. Per i termini derivati poi da altre lingue, non è questione di genere per le desinenze: "giornalista" è maschile o femminile, come anche "barista" eccetera. Sarebbe opportuno chiarire queste cose: anche la grammatica ha i suoi diritti, che non dipendono dal politically correct.

 

La risposta di Cecilia Robustelli

 

Il genere grammaticale dei nomi che indicano o si riferiscono a esseri umani

In italiano e in molte altre lingue i sostantivi sono caratterizzati sul piano grammaticale dalla “flessione”, cioè da un cambiamento della loro forma, per quanto riguarda il genere (maschile e femminile, es. ragazzo/ragazza) e il numero (singolare e plurale, es ragazzo/ragazzi, ragazza/ragazze). Il genere dei sostantivi è motivato quando essi indicano o si riferiscono a esseri umani (e in molti casi anche quando si riferiscono ad animali, es. gatto/gatta): in questo caso il genere grammaticale corrisponde al sesso, quindi i sostantivi sono maschili se hanno un referente maschile, sono femminili se hanno un referente femminile.

Questa regola vale per tutti i sostantivi che indicano o si riferiscono a esseri umani, a prescindere dal loro significato. Si noti che negli ultimi decenni, in seguito al crescente ingresso delle donne in settori del mondo del lavoro, delle professioni e delle istituzioni tradizionalmente riservato agli uomini, sono entrate nell’uso molte forme femminili che in precedenza erano usate solo al maschile: si tratta soprattutto di termini che indicano ruoli professionali o istituzionali di prestigio, come ministra, sindaca, chirurga, architetta, ingegnera, ecc. Si tratta di forme corrette sul piano grammaticale e perfettamente riconducibili alle regole di formazione delle parole descritte più avanti. L’ancora diffusa reticenza nei confronti del loro uso non ha quindi alcuna ragion d’essere dal punto di vista grammaticale o più ampiamente linguistico. Essa dipende invece da scelte personali che risultano in una contravvenzione alle regole della lingua italiana e che rischiano di creare ambiguità e oscurità sul piano comunicativo, incluso quello della comunicazione istituzionale.

In italiano il genere grammaticale viene indicato da un morfema grammaticale costituito da una desinenza (es. ragazz-o, ragazz-a) o da un suffisso (es. nuota-tore, nuota-trice). Fanno eccezione alcuni sostantivi che hanno la stessa forma al maschile e al femminile: in questo caso il genere grammaticale si ricava da quello di altri elementi che lo accompagnano (es. il vigile), la vigile).

 

La struttura dei sostantivi può essere semplice o complessa, e ciò influisce anche sul modo in cui esprimono morfologicamente il genere grammaticale:

 - Hanno una struttura semplice quando sono composti da morfema lessicale + desinenza (es. ragazz- + -a/-o). La forma femminile e quella maschile si differenziano solo per la desinenza: sindaco / sindaca; ministro / ministra; architetto / architetta, ecc.

- -o indica che il nome è singolare e di genere grammaticale maschile, es. ragazz-o;

- -a indica che il nome è singolare e di genere grammaticale femminile, es. ragazz-a

La desinenza -e, es. vigil-e, indica che il nome è singolare ma non dà informazioni sul genere grammaticale, che si ricavano dall’articolo, es. il vigile/la vigile.

 

Esistono alcune eccezioni a questa regola, ma sono in numero limitato e non interferiscono con la regolarità della formazione dei nomi semplici vista sopra:

 - (la) guardia, guida, pattuglia, recluta, ronda, scorta, sentinella, spia, staffetta, vedetta, ecc. escono in -a, sono di genere grammaticale femminile, richiedono l’accordo al femminile, ma sono usati tradizionalmente per un referente maschile o collettivo;

- (il) boia, monarca, pirata, papa, papà, ecc. escono in -a, sono di genere maschile, richiedono l’accordo al maschile, sono usati tradizionalmente per un referente maschile;

- (il/la) collega, atleta, pilota e sosia escono in -a e possono essere di genere maschile o femminile. Il genere viene segnalato dall’articolo;

- (il/la) contralto e soprano escono in -o e sono usati tradizionalmente come termini di genere maschile perché un tempo avevano referenti maschili. Oggi hanno per lo più referenti donne e vengono usati sempre più spesso con l’articolo femminile, es. la contralto, la soprano, mentre è raro l’uso della forma morfologicamente caratterizzata come femminile (soprana, contralta). Virago esce in -o ma è femminile e prende l’articolo femminile.

- Hanno una struttura complessa quando sono composti da morfema lessicale + suffisso derivazionale + desinenza (es. (es. calcia- tor -e). Il genere grammaticale può essere indicato dalla desinenza o dal suffisso, e questo può essere invariabile o avere una forma diversa per indicare il genere grammaticale maschile e femminile:

 - sostantivi con suffisso invariabile

- Desinenza: sing. -o pl.-i; f. sing -a pl. -e:

 

-ai-o/-ai-a                lavandaio/lavandai        lavandaia/lavandaie

-ar-o/-ar-a               notaro                          notara

-ari-o/-ari-a bibliotecario                 bibliotecaria

-aiòl-o/-aiòl-a          boscaiòlo                     boscaiola

-an-o/-an-a              guardiano                     guardiana

-in-o/-in-a                imbianchino                  imbianchina

-ier-o/-ier-a guerrigliero                   guerrigliera

-ier-e/-ier-a              pasticciere                   pasticciera

 

Il suffisso m. -iere, -iero e f. -iera è di origine francese (-ier) derivato dal latino –arius. Compare, ormai opacizzato, in ingegnere/a, mentre è più riconoscibile in giardiniere/a, ecc. La variante -iero/a è dovuta all'attrazione nella classe dei nomi in -o: avventuriero/a, guerriero/a, messaggero/a, passeggero/a, prigioniero/a, ecc.

 

-     Desinenza:  m. sing. -e pl. –i; f. sing -a pl. -e:

-on-e/-on-a              accattone/accattoni      accattona/accattone

-ier-e/-ier-a              panettiere                     panettiera

 

-     Desinenza m/f sing. –e,  pl. -i:

 -ant-e/ -ant-i           cantante                       cantanti

-ent-e/–ent-i docente                                   docenti

-bil-e/-bil-i               contabile                      contabili

 -crat-e/ -crat-i         burocrate                     burocrati

-mant-e/-mant-i        cartomante                   cartomanti

 

-     Desinenza m/f sing. –a,  pl. masch. –i, femm. -e

 -ista/-isti, -iste                    giornalista                    giornalisti/e

 -cida/ -cidi, -cide                omicida                        omicidi/omicide

-iatra/-iatri, -iatre                  pediatra                       pediatri/pediatre

-nauta/-nauti, -naute            astronauta                    astronauti/ astronaute

 

- sostantivi con suffisso che varia in base al genere grammaticale:

- m. -tore, f. -trice (es. lavora-tor-e, lavor-atric-e, raramente -tora, lavora-tor-a)

è il suffisso agentivo per eccellenza ed è molto produttivo (più di 2500 attestazioni), es. attore/attrice, nuotatore/nuotatrice, ecc. In pochi casi al maschile -tore corrisponde la forma analogica più popolare, cioè modellata sulla forma maschile, -tora: es. pastora, tintora, impostora. I due suffissi femminili si contrappongono nella coppia fattora ('amministratrice') / fattrice (femm. di fattore nel senso di 'riproduttore').

- m. -sore, f. -sora (es. difen-sor-a, raramente -itrice es. difenditrice).

è un suffisso -sore che compare in forme còlte, es. aggressore, difensore, dissuasore, estensore, evasore, invasore, offensore, oppressore, predecessore, professore, revisore, trasgressore, uccisore, ecc.  I termini femminili corrispondenti possono avere due forme:

-sora, popolare e raro, ma attestato fin dall'italiano antico: es. uccisora, offensora, difensora.

-itrice, colto, che si aggiunge alla radice dell'infinito, es. difenditrice, diffonditrice, invaditrice, offenditrice, posseditrice, precorritrice, succeditrice, trasgreditrice.

 

In alcuni casi alla forma maschile in -tore o -sore corrisponde una forma femminile in -essa. Es. professore/professoressa; dottore/dottoressa.

 

- Nei sostantivi “composti” si distingue tra (a) sostantivi

invariabili al maschile e al femminile (es. il/la portabandiera) (b) sostantivi che variano nella seconda parte (es.viceministro/viceministra).

 

 

Conoscere la struttura dei sostantivi è necessario per usarli appropriatamente per quanto riguarda genere e numero, evitando di costruire termini “malformati” perché non seguono le regole di formazione della lingua italiana, causano perplessità, incidono negativamente sulla comunicazione e sono destinate al rigetto dall’uso. Come si è visto sopra il suffisso derivazionale può essere ben riconoscibile (libr-ai-o/libr-ai-a) oppure “opaco”, cioè difficilmente riconoscibili a causa di modificazioni fonetiche all'interno della parola avvenute nel corso della sua storia: il termine ingegnere è formato dallo stesso suffisso -ier-e che si ha in pasticciere/a anche se non compare la -i-; difensore/a deriva dal latino defensorem che è riconducibile a una forma *defend-tore-m, con lo stesso suffisso -tore che si ha in cacciatore; ecc. E così i sostantivi vigile e pasticciere terminano entrambi con la desinenza -e, ma il primo ha una struttura semplice (vigil-e) ed è invariabile al m./f. singolare e plurale, mentre il secondo ha una struttura complessa (pasticc-ier-e) e varia al m./f. singolare e plurale: il/la vigil-e, i/le vigil-i; il pasticc-ier-e, la pasticc-ier-a, i pasticc-ier-i, le pasticc-ier-e. Il rigore che caratterizza i meccanismi di formazione delle parole non permette l’adozione di proposte fantasiose come la creazione di forme quali *giornalisto o *pediatro, dal momento che la struttura delle forma in uso giornalista e pediatra comprende il morfema grammaticale rispettivamente -ista e -iatra, entrambi invariabili al singolare, ecc.

 

 

 


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