17 maggio 2018

Dieci anni di Terminologia etc.: intervista a Licia Corbolante

Terminologia etc. è il blog linguistico curato dalla terminologa Licia Corbolante. Dal 2008 condivide osservazioni su lingua, terminologia e traduzione che riflettono interessi personali e competenze professionali, in particolare gestione e ricerca terminologica, comunicazione interculturale e localizzazione (il processo di traduzione e adattamento di software e altri contenuti per un mercato diverso da quello di origine). È un osservatorio linguistico molto seguito e un punto di riferimento importante per traduttori, studenti e appassionati di lingua.

 

Ci spiega innanzitutto di cosa si occupa un terminologo, figura professionale poco nota?

Il terminologo si occupa di tutti gli aspetti della gestione della terminologia, che è il lessico specifico (termini) di un settore specializzato, distinto quindi dal lessico comune (parole) usato nel quotidiano. In un contesto multilingue il terminologo estrae i termini dai testi nella lingua di partenza, analizza il concetto che rappresentano, cerca termini equivalenti nella lingua di arrivo e crea e gestisce sistematicamente raccolte terminologiche con un approccio onomasiologico, orientato al concetto: un esempio di analisi è descritto in Come dire home restaurant in italiano. In Italia operano pochi terminologi e manca una vera cultura terminologica, come si trova invece in paesi multilingui come la Svizzera, la Catalogna, il Canada. Tra le conseguenze ci sono scelte terminologiche spesso incongruenti e inadeguate che penalizzano la comunicazione, come la tendenza a privilegiare la variazione (sinonimi) alla precisione (unico termine) la preferenza per gli anglicismi o per traduzioni letterali e altri aspetti descritti in Terminologia e comunicazione.

Quando e come ha deciso di tenere un blog dedicato proprio alla terminologia?

Il blog è nato come incarico di lavoro nel 2008, quando ero responsabile della terminologia italiana di uno dei principali produttori mondiali di software. Era stato ideato come strumento per comunicare agli utenti le scelte terminologiche e di localizzazione dei prodotti e già dai primi post avevo avuto la fortuna di essere seguita da lettori attenti e interessati che mi stimolavano a cercare sempre nuovi argomenti. Grazie a loro quella che era nata come un’incombenza è diventata presto una passione, tanto che quando la mia posizione è stata esternalizzata ho deciso di continuare il blog in un mio sito, mantenendo il nome originale. Avevo scelto di chiamarlo Terminologia etc. perché volevo dare spazio non solo alla terminologia ma anche ad altre questioni linguistiche, che nel nome del blog sono rappresentate dall’abbreviazione latina etc., usata sia in italiano che in inglese e quindi un tratto d’unione ideale tra le due lingue di cui mi occupo.

Da qualche anno viene regolarmente annunciato che la fine dei blog è imminente. Come giudica queste previsioni e come vede la sua attività costante e vivace di blogger?

Ritengo che sia un falso allarme: i blog non sono affatto scomparsi e sono uno strumento che continua a piacermi parecchio, molto adatto a fare divulgazione senza le costrizioni del mondo accademico ma con la flessibilità dei social media. Consente di raggiungere facilmente un pubblico eterogeneo, ad esempio tra i miei lettori ci sono traduttori, studenti e comunicatori ma anche professionisti di settori completamente diversi dal mio che hanno in comune un interesse per lingue e linguaggi. Mi piace interagire con chi commenta o mi contatta privatamente per chiedere consigli, per apprezzamenti e per suggerimenti, e anche grazie a questi stimoli il ruolo di blogger continua ad appassionarmi molto: scrivo regolarmente, di solito 4-5 volte a settimana, e in dieci anni ho al mio attivo più di 2000 post. Alcuni sono ancora popolari anche a distanza di anni, ad esempio “Stay hungry. Stay foolish” in italiano del 2011, sulla traduzione errata di una frase attribuita a Steve Jobs, ha superato le 140.000 visualizzazioni, mentre Cos’è la gig economy del 2015 è stato molto copiato e continua ad avere migliaia di visualizzazioni ogni mese.

Il blog Terminologia etc. si muove con disinvoltura tra argomenti disparati. Come sceglie i temi trattati e come pianifica i post?

Raramente decido in anticipo cosa pubblicare e l’unica pianificazione è per i periodi di vacanza. Ho però sviluppato un mio sistema per raccogliere spunti, annotazioni e riferimenti che continuo ad aggiornare e integrare e da cui attingo quando scrivo un nuovo post. Non ho un criterio particolare per la scelta degli argomenti se non il filo conduttore “terminologia, localizzazione, traduzione e altre considerazioni linguistiche”. Prevale su tutto il piacere di condividere informazioni e la mia curiosità per i meccanismi linguistici, e così posso spaziare da argomenti rigorosamente terminologici, come Le differenze tra rifugiati e migranti, alle onomatopee di Brrrrr… Localizzazione dei rumori del frigorifero e agli aspetti di comunicazione non verbale di Emoji: è corretto cosa ci raccontano i media?   

Tra i contenuti che privilegio ci sono osservazioni sul lavoro terminologico e sulle differenze culturali, due ambiti professionali di nicchia per i quali credo sia utile condividere competenze e conoscenze: un esempio in Whistleblower, un concetto poco italiano. Dedico molto spazio ai neologismi, sia italiani che inglesi, perché fanno riflettere sui meccanismi di formazione di parole e termini. Mi piace sorridere con giochi di parole e imparare da errori insoliti come Chitroli e carchope: l’ortografia imperfetta e altri aspetti della comunicazione che svelano particolarità della lingua di cui non siamo sempre del tutto consapevoli. Faccio spesso riferimento dall’attualità, ad esempio l’albero di Natale 2017 di Roma, #Spelacchio è bello (e istruttivo!), mi ha dato lo spunto per descrivere le neoformazioni a suffisso zero e altri meccanismi lessicali. In generale, dedico spazio a dettagli che hanno attirato la mia attenzione perché inusuali, perché efficaci per descrivere aspetti linguistici apparentemente ostici, o perché possono dare indicazioni utili per evitare errori terminologici o di traduzione. Ho inoltre un interesse particolare per i fenomeni di interferenza, che per l’italiano sono soprattutto gli effetti provocati dal contatto con l’inglese.

Il rapporto tra italiano e inglese è una questione molto dibattuta. Siamo davvero di fronte a un’invasione degli anglicismi che sta distruggendo la lingua italiana, come prospettano alcuni, o riesce ad essere ottimista?

Credo che sia importante distinguere tra lessico specialistico e lessico comune: nei linguaggi tecnico-scientifici e settoriali gli anglicismi spesso sono veri e propri internazionalismi, ormai insostituibili, mentre nel lessico comune, se usati in alternativa a parole italiane già esistenti, possono risultare superflui e ridicoli, come back to school o public speaking. Non sono preoccupata ma sicuramente infastidita e nel blog mi permetto di ridicolizzare media, aziende e figure pubbliche che esagerano con l’itanglese, in particolare se si tratta di anglicismi istituzionali, e osservo altri fenomeni di interferenza quali falsi amici, pseudo anglicismi e calchi sintattici. Mi sono divertita a inventare la categoria “inglese farlocco” per descrivere brevi comunicazioni o nomi destinati solo a un pubblico italiano e scritti esclusivamente in inglese poco idiomatico o addirittura errato, però facilmente comprensibile anche da chi ha solo conoscenze scolastiche, tanto che la spiegazione italiana viene ritenuta superflua. Qualche esempio: l’esortazione No panic!, l’annuncio next opening e la locuzione free-vax.

È ancora sensato – la prenda come una provocazione – parlare per l'italiano di lingue speciali e di terminologie settoriali a proposito della lingua scritta nell'àmbito delle "scienze dure", visto che tendenzialmente e in modo massiccio si va verso una produzione totalmente in lingua inglese?

È innegabile che in molti linguaggi tecnico-scientifici e settoriali ormai prevalgono gli anglicismi. Ma non va esclusa a priori la possibilità di ricorrere all’italiano per la formazione secondaria dei termini, il processo che analizza un concetto nato in una lingua e gli assegna un nome in un’altra lingua. Ci sono anche alcuni ambiti scientifici, come la chimica pura e applicata, in cui è richiesto che ogni nuovo nome sia “traducibile” nelle lingue principali: ne sono un esempio livermorio e moscovio in Come si denominano i nuovi elementi chimici.

La comunicazione multilingue dell’ESA sulla missione della sonda spaziale Rosetta è un ottimo esempio di informazioni tecniche e scientifiche rese accessibili a un pubblico non specialistico grazie anche a una notevole attenzione agli aspetti terminologici, con un uso limitato degli anglicismi a favore di soluzioni specifiche. Gli esempi di Terminologia al CERN mostrano che si può fare divulgazione scientifica efficace anche in italiano se si ha consapevolezza linguistica e se si ricorre a una gestione ragionata della terminologia.

In Italia invece risentiamo della mancanza di una vera cultura terminologica. Si manifesta in particolare nel mito della maggiore precisione dell’inglese, spesso dovuto a conoscenze superficiali dei meccanismi di formazione dei neologismi e delle opzioni disponibili in italiano. È un atteggiamento che si ritrova anche in una lettera recente sugli anglicismi firmata dalla ministra dell’istruzione Fedeli, che afferma che l’uso di termini inglesi è “funzionalmente necessario” perché, specialmente se si tratta di nuovi concetti, sono gli unici che consentono “una funzione designativa del tutto inequivoca”. In Anglicismi: Gruppo Incipit contro MIUR ho evidenziato che sono dichiarazioni dannose perché comunicano il messaggio che l’italiano non ha le risorse linguistiche adeguate a denominare nuovi concetti. Confermano inoltre che sono necessarie maggiori competenze e conoscenze terminologiche e per questo ritengo che anche un blog, seppure di nicchia come Terminologia etc., possa contribuire a fare divulgazione e informazione in questo ambito.

Che cosa ne pensa dei contenuti e del tenore del dibattito sollevato dalla famosa vicenda – con annesse polemiche – dei corsi specialistici in sola lingua inglese tenuti presso il Politecnico di Milano, bocciati dal Consiglio di Stato all'inizio del 2018?

Se ne discute molto e ho parecchie perplessità su alcune delle affermazioni favorevoli più ricorrenti. Sono d’accordo che è essenziale conoscere l’inglese per essere competitivi sul mercato globale, però insegnarlo non è compito dell’università ma della scuola! Andrebbe inoltre chiarito se la priorità dell’università statale italiana è formare professionisti italiani competitivi all’estero o professionisti che sappiano interagire con cittadini italiani in Italia (oppure dichiarare esplicitamente che la vera priorità è attirare studenti stranieri disposti a pagare più degli italiani). Mi pare anche che sia diffusa un’idea molto superficiale di competenze linguistiche, che fa ritenere che per insegnare in inglese è sufficiente essere in grado di scrivere un articolo, presentarlo a una conferenza e conversare con i colleghi stranieri. In realtà insegnare in una lingua diversa dalla propria nel proprio contesto linguistico è estremamente complesso: dopo avere sentito varie lamentele di studenti stranieri sull’inglese di alcuni docenti del Politecnico di Milano, viene spontaneo chiedersi se sia preferibile un insegnamento mediocre in inglese o ad alto livello in italiano.

 

Riferimenti

Fedeli, V., Lettera al Gruppo Incipit, consultato il 4 maggio 2018

Musacchio, M., Translating Popular Science, Padova, Cluep, 2017

Pulitano, D., Il terminologo: cosa fa, cosa deve sapere, come si diventa, consultato il 4 maggio 2018

 

Immagine: By Jon Michael [CC BY-SA 3.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0) or GFDL (http://www.gnu.org/copyleft/fdl.html)], from Wikimedia Commons


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