04 maggio 2018

Lingue sotto il tetto d'Italia. Le minoranze alloglotte da Bolzano a Carloforte - 1

di Fiorenzo Toso

Questa è la prima puntata di una serie di interventi con cadenza mensile dedicati alla restituzione di un quadro sintetico e aggiornato della realtà delle minoranze alloglotte in Italia. Il ciclo, curato da Fiorenzo Toso, cui si deve anche l’intervento di apertura che qui pubblichiamo, si fonda sulla definizione di alloglotte come attributo di «quelle lingue che per la loro origine non latina o per la loro notevole distanza tipologica dall’italiano letterario non appartengono, insieme ad esso, al sistema italoromanzo». Insomma, nel quadro più generale e generico delle “minoranze linguistiche”, le alloglossie possono essere tenute distinte dai dialetti che si parlano in Italia. Il quadro che emergerà dal viaggio che stiamo per intraprendere mostrerà una realtà lontana dalla retorica polverosa del folclorismo, viva e dinamica nella relazione con i dialetti e la lingua italiana, ma anche problematica rispetto alle norme giuridiche nazionali e locali.

 

Il bel paese là dove 'l “sì” suona. E anche l’“ô”, lo “ja”, lo “scì”…

di Fiorenzo Toso

 

Come tutti gli stati d’Europa (e del mondo) l’Italia è un paese linguisticamente plurale, che si caratterizza, in virtù di ben noti motivi geografici e storico-culturali, per un’innata vocazione al policentrismo. All’interno del panorama italiano, sotto il “tetto” della lingua nazionale, frutto del processo secolare di affermazione del fiorentino letterario, si integra così un’estrema varietà di situazioni linguistiche.

I “dialetti italiani”, autonomi sviluppi del latino parlato nei diversi territori (da non considerare pertanto “dialetti dell’italiano”, ma conseguenza attuale di lunghi e originali processi evolutivi) hanno rappresentato spesso, come ha sottolineato di recente Massimo Arcangeli in occasione del Festival dell’Italiano e delle lingue d’Italia di Siena, “lingue letterarie nobilissime” dotate di importanti tradizioni culturali, e godono ancora, in diverse regioni, di una notevole vitalità e di una crescita d’interesse da parte del pubblico. Contrapporli alla lingua nazionale immaginando quest’ultima come una sorta di fortino assediato dalle espressioni vernacole “dal basso” e dall’inglese lingua internazionale “dall’alto”, come ha fatto di recente, ad esempio, Vittorio Coletti, è operazione arrischiata, che contraddice, in nome di una visione statica della storia linguistica nazionale, la tradizionale vocazione di un paese in cui il plurilinguismo è da sempre, per citare ancora Arcangeli, un “motivo di vanto … del quale non dobbiamo mai dimenticarci”.

Accanto alle “lingue d’Italia”, nella realtà plurilingue italiana in continua evoluzione (pensiamo soltanto alla continua “trasfusione” di lingue immigrate, dall’arabo al romeno, dall’albanese allo spagnolo sudamericano…), si integrano anche le lingue cosiddette minoritarie, frutto di antiche immigrazioni o dell’inevitabile discrepanza tra confini linguistici (questi ultimi sempre relativi e opinabili) e confini politici. In realtà, secondo una lunga tradizione di studi, ben riassunta da Tullio Telmon in un fondamentale articolo della Storia della lingua italiana di Serianni e Trifone (1994), per “minoritario” si dovrebbe intendere qualsiasi gruppo di parlanti che praticano un idioma diverso da quello ufficiale, e quindi anche i dialettofoni: tale è l’interpretazione che dell’articolo 6 della Costituzione (“la Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche”) era solito dare Tullio De Mauro, ricordando il compito della Repubblica di “rimuovere gli ostacoli” che impediscano la piena realizzazione dell’uguaglianza ‘formale’ di tutti “senza distinzione […] di lingua”; e quindi, come scriveva già nel 1992 Giovanni Ruffino, “anche ogni idioma parlato sul territorio della Repubblica” stessa.

Più corretto sarebbe quindi distinguere tra “minoranze linguistiche” e “alloglossie”, due concetti che non sono sinonimi, perché col secondo si pone l’accento soprattutto sulla differente appartenenza “genetica” degli idiomi in questione. “Alloglotte” sono infatti quelle lingue che per la loro origine non latina o per la loro notevole distanza tipologica dall’italiano letterario non appartengono, insieme ad esso, al sistema italoromanzo: in parziale applicazione del dettato costituzionale, proprio alle varietà alloglotte parlate in Italia, e ad esse soltanto, la Repubblica riconosce almeno in via teorica specifiche forme di tutela, previste dalla L.N. 482/1999.  

Con l’avvicinarsi del ventesimo anniversario della promulgazione di questo discusso provvedimento, un “viaggio” ideale tra le alloglossie storicamente presenti in Italia ci consentirà, nei mesi che seguono, di verificarne la geografia, la storia, la vitalità nell’uso, la ricchezza di manifestazioni, dalla compatta “maggioranza etnica” sudtirolese ai superstiti isolotti di dialetto greco del Salento e dell’Aspromonte, da contesti territoriali e demografici significativi come quello friulano all’esigua realtà dei tre comuni “croati” del Molise, dal catalano unicamente praticato nella città sarda di Alghero all’albanese diffuso in una sessantina di località dell’Italia meridionale e della Sicilia.

Si tratta insomma di un panorama multiforme ed estremamente variegato, circostanza che propone, tra l’altro, qualche riflessione sui forti limiti di applicazione della legge in materia. Ottima nei principi e nelle intenzioni, la 482 non ha ritenuto di valorizzare queste differenze, proponendo forme di salvaguardia fondamentalmente identiche per tutte le varietà ammesse (con alcune clamorose “dimenticanze”) a tutela, e senza tener conto delle diverse storie e delle diverse realtà territoriali e sociali: come se, per intenderci, i superstiti dialetti walser della Valle d’Aosta e del Piemonte, parlati ormai da poche centinaia di persone, fossero paragonabili allo hochdeutsch praticato a livello ufficiale, in virtù di accordi internazionali, nella Provincia di Bolzano; o come se la popolazione della Sardegna potesse riconoscersi dal giorno alla notte, senza un processo condiviso di accettazione, in una lingua sarda comune destinata ad affiancarsi, come previsto dalla legge, all’uso ufficiale dell’italiano.

Su aspetti come questi si basa la constatazione del sostanziale “fallimento” della politica sulle alloglossie in Italia, la cui gestione non di rado volontaristica ha prodotto in qualche caso altri fenomeni discutibili, ad esempio quello, certamente il più vistoso, delle false ascrizioni: per fruire dei benefici (peraltro sempre più risicati in termini economici) della 482, decine di comuni hanno dichiarato strumentalmente un’inesistente appartenenza alle aree linguistiche minoritarie. Se il caso forse più divertente fu quello (per fortuna rientrato) dei comuni dell’isola d’Ischia che cercarono di dichiarare la propria appartenenza alla minoranza… germanica, non meno estremo è quello dei comuni di lingua “occitana”, passati in Piemonte dai circa 75 riconosciuti dai linguisti ai 112 “autoproclamati”, compresi quelli di Olivetta San Michele e Triora (per le frazioni di Realdo e Verdeggia) in Liguria, una regione che si è ritrovata così, di punto in bianco e col comprensibile disappunto della popolazione, dotata di una “minoranza linguistica” fantasma.

D’altro canto, il processo di tutela e rivitalizzazione delle lingue minoritarie, riflesso di una sensibilità ormai diffusa a livello continentale e internazionale (come ben sottolineato tra gli altri, per i paesi di tradizione romanza, da Francisco Fernández Rei) sembra fatalmente destinato a passare anche attraverso le storture dell’etnobusiness, triste conseguenza di esigenze indotte dai processi di globalizzazione: la crescente “domanda” di identità, se gestita da piccole élite di militanti più o meno in buona fede, rischia spesso di convertirsi in un fenomeno di marketing che poco o nulla ha a che fare con le genuine spinte “dal basso” a favore di un effettivo rilancio dei patrimoni linguistici. Perché se è vero che conta, e molto, il riconoscimento formale del diritto alla differenza, altrettanto importante è che questi processi intercettino una realtà sincera e largamente condivisa delle popolazioni coinvolte, tale da restituire un’effettiva funzionalità a quelle che sono, anzitutto, forme di comunicazione, e quindi di incontro e di scambio tra persone e comunità, e solo in seconda battuta forme di riconoscimento collettivo e di “costruzione” identitaria.

 

Riferimenti bibliografici

V. Coletti, Povera lingua italiana, assediata dai dialetti dal basso e dall’inglese

T. De Mauro, Premessa, in V. Orioles e F. Toso (cur.), Insularità linguistica e culturale. Il caso dei Tabarchini di Sardegna, Recco, Le Mani, 2001

G. Falistocco, Intervista a Massimo Arcangeli, insulaeuropea.eu

F. Fernández Rei, Plurilingüismo y contacto de lenguas en la Romania europea, in J.E. Gargallo Gil e M. Reína Bastardas (cur.), Manual de lingüística románica, Barcelona, Ariel, 2007

G. Ruffino, Scuola Dialetto Minoranze linguistiche. L’attività legislativa in Sicilia (1946-1992), Palermo, Centro di Studi Filologici e Linguistici Siciliani, 1992

T. Telmon, Aspetti sociolinguistici delle eteroglossie in Italia, in: L. Serianni e P. Trifone (cur.), Storia della lingua italiana. Vol. 3: Le altre lingue, Torino, Einaudi, 1994, 923-950

T. Telmon, La sociolinguistica e le leggi di tutela delle minoranze linguistiche, in Lingue e idiomi d’Italia, 1 (2006), pp. 38-47

F. Toso, Lingue d’Europa. La pluralità linguistica dei Paesi europei fra passato e presente, Milano, Baldini Castoldi Dalai Editore, 2006

F. Toso, Le minoranze linguistiche in Italia, Bologna, Il Mulino, 2008

F. Toso, Le minoranze linguistiche, in L. Cavalli Sforza (cur.) La cultura italiana, Vol. 2, Lingue e linguaggi a cura di G.L. Beccaria, Torino, UTET, 2009, pp. 335-409.

 

Immagine: da Totò, Peppino e la... malafemmina (1956), regia di Camillo Mastrocinque


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