13 febbraio 2019

Lingue sotto il tetto d'Italia. Le minoranze alloglotte da Bolzano a Carloforte - 10. Le isole linguistiche germanofone minori

di Marco Caria*

Quando si pensa alle comunità alloglotte italiane, viene quasi spontaneo pensare all’Alto Adige – Südtirol come unico territorio dove il tedesco, o meglio una parlata di matrice tedesca, sia la lingua autoctona della popolazione locale. In realtà in quasi tutte le regioni lungo l’areale alpino italiano - le sole eccezioni sono rappresentate dalla Liguria e dalla Lombardia - è possibile trovare isole e penisole linguistiche con un idioma germanico e contraddistinte da profonde differenze storiche, linguistiche e sociolinguistiche di cui bisogna necessariamente tenere conto per tracciare un quadro scientificamente valido della germanofonia italiana.

 

I Walser

 

In un viaggio ideale che percorra la catena alpina italiana da occidente a oriente le prime colonie germanofone che si incontrano sono quelle dei Walser (da Walliser, cioè originari del Canton Vallese in Svizzera) stanziatisi intorno al massiccio montuoso del Monte Rosa. Inizialmente più numerose, le comunità walser italiane attuali sono rappresentate dai comuni di Gressoney e Issime in Val d’Aosta e da quelli di Macugnaga, Rimella, Alagna e Formazza in Piemonte. Le motivazioni che dal XII al XV secolo portarono alcuni gruppi di coloni a migrare dalla Svizzera verso l’Italia non sono ancora del tutto chiare, ma certamente costituiscono un insieme di concause fra le quali i privilegi e gli incentivi fiscali offerti dai signorotti locali affinché fossero creati insediamenti in aree incolte. Le parlate walser appartengono al ramo linguistico del tedesco meridionale nella sua variante definita “alemanno superiore” o Höchstalemannisch e le tre varietà italiane note sono il titsch o titschu per Gressoney, Alagna, Formazza e Macugnaga, il töitschu per Issime e il titzschu per Rimella.

Sebbene il walser non sia una lingua omogenea, è possibile riscontrare alcuni tratti peculiari condivisi che contraddistinguono le parlate walser italiane, fra cui:

 

- L’uso del verbo tue/tuä/tuun (in titsch), toan/tio (in töitschu), tiö (in titzschu), derivante dal tedesco tun, ‘fare’, privo di valenza semantica nelle forme perifrastiche o come ausiliare nella formazione dei modi e dei tempi verbali.

- Un inventario fonetico relativamente complesso, che comprende ad esempio la realizzazione di s come [ʃ] davanti alle consonanti p e t non solo all’inizio di una parola e la desonorizzazione di s con resa grafica in ŝch sia in posizione prevocalica sia postvocalica.

- La presenza di numerosi prestiti o calchi di matrice romanza (francese, patois, piemontese e italiano standard) al posto di termini walser preesistenti, come nel caso di kruatu derivato dal piemontese crota o piellje dal patois peiljou/péilu, che a Issime hanno sostituito chéller, ‘cantina’ e stubbu ‘stanza-soggiorno’.

 

Dal punto di vista sociolinguistico, il forte indebolimento del walser riscontrabile soprattutto fra i giovani è dovuto al maggior prestigio attribuito agli idiomi standard ufficiali (italiano, francese o tedesco), ai matrimoni misti, alla mancanza di adeguati supporti didattici e all’abbandono dei villaggi montani. Fra le iniziative tese a evitare il degrado del patrimonio idiomatico walser si ricordano la creazione degli “Sportelli Walser” in Piemonte e dei numerosi centri culturali impegnati per la promozione linguistica e la normalizzazione grafica delle parlate walser con la realizzazione di dizionari, grammatiche e raccolte di poesie dialettali, di canti, preghiere e proverbi.

 

I Cimbri

 

L’etnonimo cimbro deriva dall’alterazione del vocabolo tedesco Tzimbarer, ‘boscaiolo’, che identificava i coloni di origine bavarese o austriaca giunti nelle montagne italiane fra il X e il XIII secolo. Il primo insediamento cimbro fu quello di Foza, presso Vicenza. Da qui, alcuni coloni si spostarono in tutto l’Altopiano di Asiago, dando origine a una confederazione di sette comuni germanofoni (Asiago, Lusiana, Enego, Gallio, Rotzo, Foza e Roana) conosciuta come “Federazione dei Sette Comuni” o “Lega delle Sette Terre Sorelle”. Nel corso del 1200 il Principe-vescovo di Trento permise ad alcuni cimbri di stanziarsi presso Lavarone e Luserna, affinché disboscassero l’altopiano. Altri insediamenti avvennero ancora nel Vicentino a Schio, Valdagno e Altissimo, e proprio da qui pare provenissero i coloni che ottennero dal vescovo di Verona il permesso di erigere una cinquantina di masi sulla Lessinia e crearono poi la confederazione dei “XIII Comuni Veronesi”. Nei secoli successivi altri insediamenti cimbri si verificarono sull’Altopiano del Cansiglio, nelle province di Treviso e Belluno. L’idioma cimbro attuale si presenta profondamente segmentato in numerosi dialetti locali con scarso grado di mutua intellegibilità; la varietà riconosciuta come “standard” è il cimbro parlato ad Asiago perché più arcaico e conservativo, mentre la variante di Luserna è quella più influenzata sia dalle parlate romanze contigue, sia dal tedesco moderno importato dai lusernati emigrati in Austria e Germania e poi ritornati in Italia.

 

Fra i tratti salienti dei dialetti cimbri si osserva:

- Una sintassi indipendente dal modello germanico originario, ricreata su base italiana o veneto-trentina in particolare nelle frasi secondarie e nella successione dei complementi.

- La presenza del pronome clitico -zicho -us su modello dell’italiano -(c)ci, ad es. ghitzich ‘dacci’ haltnus ‘tienici’ (rispettivamente dialetto settecomunigiano e tredicicomunigiano).

- Numerosi calchi o prestiti romanzi (tedeschi solo in lusernate) adattati alla pronuncia cimbra e introdotti per descrivere oggetti, situazioni o espressioni assenti all’epoca dei primi coloni. Es. il vocabolo lusernate bèschmaschì, ‘lavatrice’, dal tedesco standard Waschmaschine.

 

Come altre lingue minoritarie anche i dialetti cimbri soggiacciono a un forte fenomeno di retrocessione nei confronti dell’italiano o delle altre varietà di contatto, e il lusernate,seppur con un numero esiguo di parlanti, è l’unica variante realmente vitale. Fra le forme di tutela del cimbro sono da citare le molteplici associazioni e iniziative culturali attive già da diversi anni. Per la variante dei Tredici Comuni si ricorda il Curatorium Cimbricum Veronense, che ha realizzato riviste, dizionari e supporti didattici. Nei Sette Comuni l’Istituto di Cultura Cimbra si è occupato della redazione di un dizionario, di raccolte di canti e fiabe tradizionali e di studi sulla toponomastica. A Luserna infine, grazie alla Kulturverein Lusern attiva dal 1972, sono stati prodotti dizionari, raccolte lessicali e notiziari nella variante locale.

 

I Mòcheni

 

La prima colonizzazione della Valle del Fersina in Trentino, detta anche Valle dei Mòcheni, avvenne verso il XIII e il XIV secolo, quando i signori di Frassilongo, Palù, Roveda e Fierozzo incoraggiarono con agevolazioni economiche gli spostamenti di contadini tirolesi affinché lavorassero i terreni incolti del territorio e vi erigessero dei masi. Nel XVI secolo la scoperta delle ricche risorse minerarie della regione favorì una seconda ondata di migranti tedeschi che portarono innovazioni non solo nell’aspetto socio-economico dei precedenti coloni, ma soprattutto nel loro patrimonio culturale e nella loro lingua creando una frammentazione dialettale piuttosto evidente.

 

Fra i tratti comuni alle parlate mòchene (mòchen deriva dal tedesco machen, ‘fare’) si possono citare:

- Un inventario fonetico complesso, con forti fenomeni di dittongazione su modello dei dialetti alto tedeschi e di scempiamento dei nessi geminati in tedesco moderno.

- Una sintassi basata sul modello italiano, in particolare nella formazione delle frasi subordinate.

- Numerosi italianismi o dialettalismi trentini. Es. arzent ‘argento’.

 

Lo spopolamento delle aree montane, l’aumento dei matrimoni misti e lo scarso prestigio attribuito al dialetto hanno portato al lento degrado dell’uso del dialetto. La tutela del patrimonio linguistico si deve al Bersntoler Kulturinstitut che promuove l’uso della lingua in qualsiasi settore e cura la realizzazione di banche dati lessicali, di supporti didattici e informatici per l’apprendimento della lingua e di notiziari cartacei o televisivi inmòcheno.

 

Sappada, Sauris e Timau

 

Sappada, Sauris e Timau rappresentano le “minoranze germanofone carniche” in Friuli. Per quanto riguarda Sappada, è difficile ricostruire con esattezza la sua origine, ma l’ipotesi più accreditata l’attribuisce a un’ondata migratoria di coloni tirolesi invitati dai feudatari locali e dal patriarca di Aquileia nell’XI secolo affinché disboscassero il territorio e vi costruissero dei masi. La condizione di estrema ruralità di Sappada e la tendenza fino a epoche recenti a evitare i matrimoni misti permisero di preservare le caratteristiche arcaiche della parlata originaria dei coloni.

 

Alcune caratteristiche del sappadino sono:

- La conservazione della struttura sintattica tedesca originaria.

- La mancanza di alcuni tempi verbali.

- Una scarsa percentuale di prestiti romanzi, pari solo al 3,3% del lessico censito sui dizionari. Ad es. pajazzo ‘pagliaccio’.

 

Se fino agli anni ’40 del XX secolo il degrado idiomatico a Sappada era molto contenuto e il dialetto germanico era diffuso in ogni contesto comunicativo, in seguito l’aumento dei matrimoni misti e soprattutto la scolarizzazione esclusiva nella lingua nazionale hanno favorito un’imposizione dell’italiano sul sappadino, non più trasmesso dai genitori ai figli. La tutela e la promozione della variante locale sono affidate all’Associazione Plodar, all’introduzione di corsi di lingua sappadina e alla realizzazione di una grammatica e di norme ortografiche tese a regolare un dialetto quasi esclusivamente orale. Sauris condivide con Sappada un’origine incerta. La leggenda vuole che il paese sia stato fondato nel XIII-XIV secolo da due disertori tedeschi che, in cerca di pace, si rifugiarono in una zona isolata e impervia. Molto più verosimilmente i primi saurani erano in realtà coloni tirolesi e carinziani che giunsero in Friuli nel XIII secolo e che fondarono i due borghi di Dörf (Sauris di Sotto) e di Plozn (Sauris di Sopra).

 

Di seguito alcune caratteristiche del dialetto saurano:

- Un forte grado di arcaicità confermato dal mantenimento della e metafonica al posto di a, tipica delle altre parlate bavaresi.

- Una sintassi coincidente in linea di massima con il modello germanico.

- Numerosi prestiti, calchi e neologismi su base neolatina, nati per l’esigenza di descrivere oggetti o situazioni socio-economiche sconosciuti all’epoca della colonizzazione. Ad es. depuežit ‘deposito per il fieno’, dal friulano dipuesit.

Il saurano, a differenza di altri idiomi minoritari, mostra ancora una buona vitalità specialmente fra le generazioni più anziane. La parlata locale è insegnata come materia obbligatoria nella scuola primaria e grazie all’impegno dell’associazione culturale Zahrar Kulturzirkul “Fulgenzio Schnerider” dal 2013 gode di una grafia ufficializzata e formalmente riconosciuta anche dall’Accademia Austriaca delle Scienze. Nonostante anche le origini di Timau siano avvolte da un’aura di leggenda, il paese, già statio romana, nacque grazie a minatori carinziani che colonizzarono la zona nell’XI e nel XIII secolo. Nei secoli successivi grazie  alla fiorente attività estrattiva il villaggio conobbe un forte sviluppo che richiamò nuovi coloni friulani e austriaci, ma il generale impoverimento che conseguì alla politica napoleonica dopo la cessione della Carnia alla Francia spinse molti timavesi ad abbandonare il paese. I due conflitti bellici mondiali, il disinteresse delle autorità locali e l’abbandono delle attività agropastorali tradizionali provocarono una seconda fase di spopolamento che mise a dura prova la sopravvivenza della già esigua comunità germanofona locale.

 

Per quanto concerne gli aspetti linguistici del timavese si evidenziano:

- La particolare realizzazione del prefisso tedesco ge- in pf- oppure in ts-, tsch-, tscht- secondo la consonante che segue.

- Una sintassi con evidenti influenze del modello romanzo friulano o italiano.

- Un lessico conservativo ma non privo di calchi o prestiti romanzi, riferiti in particolare al mondo vegetale, animale o delle attività economiche e importati come “novità” dai villaggi vicini. Es. adotaa ‘adottare’ dal friul. adotâ.

Negli ultimi decenni del XX secolo furono intraprese varie iniziative per tutelare il patrimonio culturale e linguistico locale. Fra queste occorre ricordare il Circolo Culturale “Giorgetto Unfer” e la pubblicazione di periodici in dialetto, mentre ancora oggi si riscontra la mancanza di sistematicità e di validi supporti didattici per l’insegnamento del timavese.

 

La Valcanale

 

La Valcanale è una stretta valle della provincia di Udine, con un’estensione di 25 km e confinante con l’Austria e la Slovenia. Diversi ritrovamenti archeologici confermano la frequentazione umana del territorio fin dalla preistoria, ma le testimonianze storiche più importanti sono quelle relative al periodo medioevale, quando la valle, abitata da una forte componente slovena autoctona, fu ceduta in feudo al vescovato tedesco di Bamberga. Dopo circa sette secoli di dominazione che aveva favorito l’arrivo in Valcanale di famiglie germanofone provenienti dai domini carinziani, verso la fine del XVII secolo Bamberga cedette la valle all’Austria in forma perpetua. L’appartenenza austriaca si concluse dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, quando il Trattato di Saint-Germain-en-Laye sancì l’annessione del territorio al Regno d’Italia insieme al Südtirol come forma di compensazione postbellica. Il regime fascista favorì l’arrivo di famiglie provenienti da diverse regioni italiane, mentre alla popolazione autoctona fu concesso nel 1939 il diritto di “optare” se diventare cittadini italiani a tutti gli effetti o di emigrare verso i territori del Reich. I Dableiber, i valcanalesi che scelsero la cittadinanza italiana, si integrarono lentamente con gli italiani fatti arrivare dietro incentivi per evitare lo spopolamento totale del territorio, dando origine a quello che oggi rappresenta l’unico vero modello di perfetta convivenza fra quattro gruppi etnico-linguistici differenti: tedesco, sloveno, friulano e italiano.

 

La parlata germanica locale appartiene al gruppo dialettale del carinziano centromeridionale e fra i tratti salienti principali si possono elencare:

- La permanenza del suffisso collettivo -ach tipico dell’antico alto tedesco. Es. haipluamach ‘resti di fieno’.

- L’omissione del pronome impersonale es in alcune strutture verbali. Es. regnet invece di es regnet ‘piove’.

- L’uso della particella introduttiva a nelle frasi interrogative. Es. A kummst heit? ‘vieni oggi?’.

- Un lessico ricco di numerosi elementi sloveni e romanzi.

In seguito alla politica di italianizzazione perpetrata dal Fascismo, all’abbandono della valle da parte della quasi totalità delle famiglie germanofone che esercitarono il diritto di opzione e al successivo ripopolamento con famiglie provenienti da altre regioni italiane, i dialetti carinziani autoctoni hanno rischiato di scomparire quasi totalmente da alcune località valcanalesi. Se fra i pochi anziani Dableiber ancora in vita si registra un buon grado di competenza attiva e passiva del dialetto locale, i più giovani tendono a preferire l’uso dell’italiano anche se appartenenti a famiglie di origine carinziana. Per favorire il mantenimento degli usi idiomatici locali o del tedesco standard, che comunque gode di prestigio sociale ed economico, i comuni della Valcanale incentivano l’insegnamento della lingua tedesca nelle scuole di ogni ordine e grado e promuovono scambi culturali con classi austriache. Per la tutela del patrimonio linguistico locale opera infine fin dal 1979 la Kanaltaler Kulturverein, che offre corsi di tedesco e cura le manifestazioni culturali di una valle la cui identità è stata spesso messa a repentaglio dallo spostamento politico di una linea di confine.

 

 

 

*Università degli Studi di Sassari

 

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La prima puntata: Il bel paese là dove 'l “sì” suona. E anche l’“ô”, lo “ja”, lo “scì”… (Fiorenzo Toso, curatore del ciclo)

La seconda puntata: Il francese e il francoprovenzale (Matteo Rivoira)

La terza puntata: Alto Adige – Südtirol (Sudtirolo) (Marco Caria)

La quarta puntata: Lo sloveno (Franco Finco)

La quinta puntata: L’occitano cisalpino (Matteo Rivoira)

La sesta puntata: Il friulano (Franco Finco)

La settima puntata: I Ladini delle Dolomiti (Marco Forni)

L’ottava puntata: Il sardo (Fiorenzo Toso)

La nona puntata: Il catalano di Alghero (Marco Caria)

 

Immagine: Veduta aerea di Sappada (Belluno), importante centro delle minoranze germanofone carniche.

 


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