13 marzo 2019

Lingue sotto il tetto d'Italia. Le minoranze alloglotte da Bolzano a Carloforte - 11. La minoranza linguistica italo-albanese (arbëreshe)

di Monica Genesin* e Joachim Matzinger**

La diaspora

 

L’emigrazione albanese verso l’Italia si è svolta in diverse fasi, lungo uno spazio temporale ampio, sotto la spinta di fattori di carattere storico, legati a vicende di natura militare, politico-diplomatica, economica e culturale dell’area balcanica. Le ondate migratorie più significative per la formazione delle comunità della diaspora arbëreshe, ebbero inizio intorno alla seconda metà del XV secolo, nel corso del periodo di Giorgio Kastriota Skanderbeg (1404-1468) e, soprattutto, dopo la morte del principe albanese che in patria aveva avviato una resistenza contro l’invasione ottomana. Al periodo successivo alla morte di Skanderbeg si collegano le fondazioni di un buon numero di casali, grazie ai quali gli esuli ripopolarono villaggi o aree che erano state abbandonate per varie ragioni – calamità naturali, crisi demografiche etc. – in particolare in Calabria e Sicilia. Dopo il consolidamento della dominazione ottomana nel XVI secolo, le ondate migratorie continuarono anche nei secoli successivi, fino al XVIII secolo.

 

Non solo nel Mezzogiorno!

 

Non furono solo le regioni dell’Italia Meridionale ad essere coinvolte in queste migrazioni, ma anche altre zone dell’Italia centrale e settentrionale, il Friuli e Venezia, in particolare, dove si costituì una fiorente colonia assai attiva sul piano culturale e artistico, come è stato messo in luce da alcune recenti ricerche basate su nuove fonti d’archivio. A differenza degli insediamenti del Mezzogiorno, queste comunità subirono un rapido processo di assimilazione linguistica.

 

La diaspora nella diaspora

 

Oltre alle aree di antico insediamento, l’effetto di processi migratori interni ed esterni ha prodotto il fenomeno della cosiddetta “diaspora della diaspora” caratterizzata dalla presenza di nuclei albanofoni in alcune città industriali dell‘Italia settentrionale, in altri centri urbani quali Roma, Napoli, Palermo e in Paesi extraeuropei, Stati Uniti, Argentina e Brasile, dove ancora sopravvivono comunità che cercano di preservare le tradizioni linguistiche e culturali della terra d’origine.

 

Un arcipelago linguistico

 

Le aree italiane dove attualmente si parla l’italo-albanese o arbërishtja formano un “arcipelago linguistico” (Altimari 1994) costituito da poco meno di cinquanta comunità, risalenti a periodi diversi, tradizionalmente distribuite in sette regioni del Meridione: Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia. In realtà, se si prende in considerazione il solo aspetto linguistico, dovrebbe essere escluso dal computo almeno l’Abruzzo, dato che il nucleo di Villa Badessa, in provincia di Pescara, non è più albanofono, come altre comunità del Mezzogiorno che hanno perduto l’uso dell’arbërishtja ma nelle quali permane comunque la memoria storica dell’antica origine. Quanto al numero degli attuali parlanti, le uniche informazioni ufficiali disponibili riguardano soltanto il numero dei residenti nelle aree “tradizionali”. In ogni caso occorre tenere conto del fatto che nelle comunità italo-albanesi almeno il 15-20% della popolazione non è costituita da parlanti albanofoni (Belluscio 2018) e che, ovviamente, il repertorio linguistico degli albanofoni è un sistema complesso che comprende, oltre all’arbërishtja, anche l’italiano (regionale e standard), e le varietà romanze circostanti.

 

L’arbërishtja

 

L’arbërishtja comprende diverse varietà con un grado variabile di reciproca intercomprensione, risalenti alla variante tosca (meridionale) dell’albanese. Sulla base di alcuni fenomeni fonologici, le parlate sono state classificate secondo tre tipi diversi, conservative, innovative e miste. Le parlate conservative hanno mantenuto i nessi consonantici /kl/ e /gl/ (klan “piange”, gluh “lingua”), mentre le parlate innovative presentano il passaggio a q e gj (qan, gjuh) come nell’albanese standard. La morfologia dell’arbërishtja si presenta invece più omogenea. Tra le particolarità morfosintattiche una menzione speciale merita la categoria verbale del cosiddetto passato presuntivo che esprime dubbio, supposizione ed è formato dal verbo ausiliare “avere” nella terza persona singolare e plurale (ka, kanë) seguita dal participio passato. La distribuzione di questa categoria verbale è utilizzata anche per la classificazione dialettale delle parlate dell’arbërishtja. Per quanto riguarda il lessico, si può constatare che, accanto alla conservazione abbastanza omogenea del lessico di base (p.es. parti del corpo, numerali), una non piccola parte è andata perduta (con differenze variabili a seconda delle parlate), sostituita dal lessico romanzo.

 

Il nostro sangue sparso

 

Tra gli Arbëreshë il ricordo di Skanderbeg è divenuto uno dei simboli più importanti per il mantenimento del patrimonio identitario, trasformandosi quasi in una figura mitica intorno alla quale si è coagulata la memoria culturale delle comunità. La coscienza di condividere, anche se dispersi e disgregati, un patrimonio linguistico e culturale comune, si coglie anche in un’espressione molto diffusa che gli appartenenti a queste comunità spesso ricordano quando si incontrano: “il nostro sangue sparso” (gjaku jon i shprisur); oltre a ciò altri elementi culturali assumono un valore identitario, il focolare (vatra), il vicinato (gjitonia) e una particolare forma di danza popolare (vallja), eseguita prima della Pasqua e legata al ricordo di Skanderbeg.

 

Greci o Albanesi?

 

Per la formazione e il mantenimento del patrimonio identitario un ruolo importante è costituito dal rito bizantino, portato dagli emigrati nella loro nuova patria, e utilizzato nella liturgia in lingua greca: questo aspetto contribuì a confondere con i Greci queste popolazioni che pure aderivano alla chiesa cattolica. Il mantenimento del rito greco-bizantino si incontra in particolare tra le comunità di Calabria e Sicilia, dove si trovano le Eparchie di Lungro e di Piana degli Albanesi (un tempo Piana dei Greci). Il rito ha contributo alla più salda conservazione dell’identità culturale e linguistica degli Arbëreshë e svolge un ruolo centrale per la sopravvivenza dell’antica dimensione culturale. I due centri calabresi e siciliani, grazie all’antica presenza di istituzioni religiose per la formazione del clero, hanno svolto un ruolo significativo anche sul piano letterario fin dalla fine del XVI, attraverso l’attività di intellettuali, per lo più di formazione ecclesiastica, che produssero nelle loro varietà locali opere significative anche per lo sviluppo della letteratura albanese della madrepatria. A questo proposito è interessante notare che la traduzione (1592) del catechismo di Ledesma da parte di Lekë Matrënga di Piana degli Albanesi segue solo di pochi anni il cosiddetto messale di Gjon Buzuku (1555), il più antico testo a stampa.

 

Si vidi nu jejju e nu lupu, spara aru jejju e lassa u lupu

 

Sono ormai lontani i tempi in cui si manifestavano tensioni tra le comunità arbëreshe e quelle romanze circostanti, favorite da differenze linguistiche e culturali. Tracce di questa conflittualità si incontrano anche nei proverbi: Si vidi nu jejju e nu lupu, spara aru jejju e lassa u lupu “Se incontri un albanese e un lupo, spara all’albanese e lascia il lupo”. Ora il quadro odierno è profondamente mutato, non c’è scontro, ma altri fenomeni minacciano la sopravvivenza della lingua e dell’identità minoritaria. La pressione assimilatrice del modello culturale e linguistico dominante, a cui si accompagna il declino demografico, lo spopolamento degli antichi centri favoriscono l’abbandono del patrimonio tradizionale. Le risorse finanziarie fornite in virtù della legge 482 hanno permesso di avviare alcune attività nei comuni minoritari, quali lo sportello linguistico e altre iniziative, ma i fondi sono troppo scarsi e molto resta affidato alla buona volontà dei singoli e all’impegno dei due principali centri di albanologia attivati presso le Università della Calabria e di Palermo.

 

 

 

*Università degli Studi del Salento

 

**Accademia Austriaca delle Scienze, Vienna

 

Bibliografia

 

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La prima puntata: Il bel paese là dove 'l “sì” suona. E anche l’“ô”, lo “ja”, lo “scì”…(Fiorenzo Toso, curatore del ciclo)

La seconda puntata: Il francese e il francoprovenzale (Matteo Rivoira)

La terza puntata: Alto Adige – Südtirol (Sudtirolo) (Marco Caria)

La quarta puntata: Lo sloveno (Franco Finco)

La quinta puntata: L’occitano cisalpino (Matteo Rivoira)

La sesta puntata: Il friulano (Franco Finco)

La settima puntata: I Ladini delle Dolomiti (Marco Forni)

L’ottava puntata: Il sardo (Fiorenzo Toso)

La nona puntata: Il catalano di Alghero (Marco Caria)

La decima puntata: Le isole linguistiche germanofone minori (Marco Caria)

 

Immagine: L’arrivo degli Arbëreshë in Italia, Chiesa Santissimo Salvatore (Cosenza)

Crediti immagine: Asia [CC BY-SA 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)]


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