10 maggio 2019

Lingue sotto il tetto d'Italia. Le minoranze alloglotte da Bolzano a Carloforte - 13. Isole linguistiche: la comunità degli Slavi del Molise

di Antonietta Marra*

Le origini

 

Gli Slavi del Molise sono tra le minoranze linguistiche storiche più piccole del territorio italiano. La loro lingua, infatti, è parlata attualmente solo in tre piccoli comuni della provincia di Campobasso che contano, in totale poco più di 1.600 residenti (dati ISTAT del 2018): Acquaviva Collecroce (Kruč o Živavoda in slavo-molisano), Montemitro (Mundimitar) e San Felice del Molise (Filič).

 

Nonostante i documenti legislativi e diversi studi su questa minoranza e sulla sua lingua usino il termine “croato”, si tende oggi a utilizzare anche la più generica denominazione di “slavo” (vd. ad es. Breu 1998; Marra 2005; ma anche già Cirese 1955a), anche in considerazione del probabile luogo di origine degli ascendenti degli attuali slavo-molisani e delle caratteristiche linguistiche della loro lingua che sono identificabili all’interno del complesso sistema delle varietà del continuum dialettale serbo-croato (vd. oltre).

 

Quale fosse l’esatto luogo di origine di questa presenza slava nel Molise è stato a lungo dibattuto. Rešetar (1911) proponeva, basandosi anche su alcuni dati linguistici, che il luogo di partenza fosse un’area non troppo distante dalla costa dalmata di Makarska, tra i Monti Velebit (o Alpi Bebie ) e il fiume Neretva (o Narenta). La lingua slava parlata nei tre comuni, infatti, è riconoscibile come appartenente al gruppo dei dialetti serbo-croati parlati in quell’area (vd. paragrafo successivo). Alcune ipotesi più recenti indentificano una zona più vicina alla costa tra Makarska, Imoschi e Omis (o Almissa).

 

La piccola comunità dei tre comuni è ciò che resta di una ben più ampia presenza slava, in particolare, serbo-croata, sulla penisola italiana, che si era distribuita dal Friuli alla Sicilia (Rešetar 1911) in seguito alla conquista di Costantinopoli (avvenuta nel 1453) da parte dei Turchi e la loro espansione nei territori settentrionali. L’avanzata dell’impero ottomano, infatti, provocò un’ampia ondata migratoria dai Balcani che trovò nuovi territori sulla nostra penisola ripopolando, in particolare, le aree costiere che si erano spopolate dopo il terremoto del 1456 e in seguito alla peste del 1495. Diversi documenti del XV secolo segnalano, in particolare, una significativa presenza slava in diverse aree meridionali della penisola.

In genere, queste comunità si insediarono in paesi già esistenti e vennero dopo poco culturalmente e linguisticamente assimilate dalle popolazioni locali, probabilmente già dal Seicento (Galanti 1781) lasciando tracce di sé principalmente in alcune tradizioni legate alle festività e ai cicli stagionali, nella toponomastica (Perrone Capano 1963; De Giovanni 1987) e nell’onomastica (vd. anche Neri 1987).

Probabilmente, l’attuale presenza slavo-molisana è un po’ più tarda ed è legata ad una migrazione dai Balcani in questi territori intorno al XVI secolo.

 

La duratura conservazione dell’identità slava dei tre centri molisani  rappresenta una condizione atipica rispetto a quanto accaduto sul resto del territorio nazionale. Tra i fattori che possono averla favorita è da enumerare probabilmente la consistenza numerica dei migranti, unita al forte isolamento dell’area (che però era proprio anche di altre zone prima slavofone). Solo nel 1895, infatti, fu completata la costruzione della Strada Provinciale Frentana che passa a circa 1 km dal meno isolato dei tre comuni slavi, Acquaviva Collecroce e si dovettero attendere altri trent’anni (il 1926) perché fossero collegati anche Montemitro e San Felice. Il racconto redatto da Michelangelo Fonzo in occasione di una sua visita agli Slavi molisani nel 1872 offre un’idea di quali fossero le possibilità di spostamento in quei luoghi prima dell’apertura della provinciale:

 

«Acquaviva - Voda ziva - è un paese su un lembo di un colle, da cui sdrucciola e s’infanga. La strada che ci viene da San Felice è impraticabile d’inverno per la melma che s’ha a guazzare; ma quella da Palata ispira qualche sentimento di terribile di natura. ... Certi burroni a picco, certi viottoli scoscesi, alla cui sinistra scorre il torrente di Acquaviva, vi fanno fare la croce se ci credete». (Fonzo 1872: 2)

 

Grazie alla testimonianza del glottologo Ascoli (1864; 1867) sappiamo che a fine Ottocento la lingua slava era ancora parlata anche dagli anziani di Tavenna (a poco più di 10 Km da Acquaviva Collecroce), e che anche a san Biase (ad una ventina di chilometri dagli attuali tre comuni slavi) fosse rintracciabile una chiara tradizione slava manifestata attraverso elementi lessicali entrati nel dialetto romanzo locale.

 

La lingua degli Slavi del Molise

 

Lo Slavo (o Croato) del Molise, chiamato dai suoi stessi parlanti naš jezik o nanaš (lett. ‘la nostra lingua’, ‘il nostro’) o anche, più recentemente, zlav ‘slavo’, è riconoscibile come una varietà linguistica appartenente al gruppo štokavo-ikavo dei dialetti serbo-croati, a loro volta collocati all’interno del gruppo delle lingue slavo-meridionali.

La denominazione del gruppo dialettale è dovuta all’esito che alcuni suoni hanno avuto nell’evoluzione di queste lingue slave, i quali, di fatto, sono indicatori della presenza anche di un’altra serie di caratteristiche linguistiche. Nello specifico, la denominazione štokavo segnala la forma del pronome interrogativo ‘che cosa?’ che nelle varietà di questo gruppo dialettale assume la forma štò (e non čà o kàj come in altri dialetti serbocroati); la denominazione ikavo, invece, indica la forma assunta da quella che doveva essere originariamente, nel protoslavo, vocale anteriore alta breve: questa, in questo gruppo di dialetti serbo-croati, è diventata una vocale anteriore alta i per cui, ad esempio, il numero cardinale ‘due’ si presenta al femminile con la forma dvi (come anche nelle isole della Dalmazia) e non come dvije, che troviamo, invece, nel croato standard che è una varietà ijekava o dve del serbo standard.

Sebbene lo Slavo del Molise abbia le sue origini in un dialetto serbo-croato štokavo-ikavo, presenta tuttavia alcune (poche) forme tipiche del gruppo dialettale čakavo (come ad esempio le forme verbali passate senza -o finale o le forme infinitivali senza -i finale). Secondo Rešetar (1911) questi čàkavismi possono essere spiegati dal contatto esistente tra i due gruppi dialettali nei luoghi dai quali, si diceva sopra, gli attuali slavo-molisani potrebbero provenire.

 

La lunga convivenza, più o meno intensa nel corso dei secoli, con i dialetti romanzi e più tardivamente con l’italiano ha naturalmente modificato e caratterizzato lo slavo-molisano che, però, pur accogliendo elementi romanzi, soprattutto nel lessico, ha conservato gran parte dei suoi tratti slavi originari (Breu 1998, 2003).

Lo Slavo del Molise, ad esempio, continua ad essere una lingua con un sistema di casi per il lessico nominale anche se ha aumentato l’uso delle preposizioni anche in quei contesti in cui non sono usate in varietà croate dei Balcani. In nanaš si dice, ad esempio s rukami ‘con le mani’ oppure do mbrave ‘della formica’, aggiungendo le preposizioni s ‘con’ e do ‘di’ ai nomi che originariamente, nelle funzioni comitativa e possessiva, erano utilizzati in forma assoluta (Marra 2012).

Ha inoltre perso la tripartizione di genere: non ci sono più nomi neutri ma solo nomi maschili e femminili. Questo ha determinato una riorganizzazione interna del sistema linguistico che ha distribuito gli antichi neutri principalmente nella classe dei nomi maschili con qualche entrata tra quelli femminili. Questi nomi, ad esempio, hanno genere neutro in croato standard: ìme ‘nome’, more ‘mare’, klùpko ‘gomitolo’, mblijéko ‘latte’, sèdlo ‘sedia’, čèlo ‘fronte’ ma sono in gran parte maschili in slavo-molisano (jima/imen, mor, kljupak, mblika) e solo in piccola percentuale femminili (sedla, čela). In alcuni casi, come si può vedere anche in alcuni degli esempi riportati, il passaggio ad un’altra categoria di genere ha comportato anche una trasformazione della parola, soprattutto nella parte finale, per una maggiore adesione alle caratteristiche formali dei nomi appartenenti alla stessa classe di arrivo (Rešetar, 1911; Breu 2012a).

 

Sono molte le parole di prestito in tutti gli ambiti (vd. Breu, Piccoli 2000; Marra 2000).  Il lessico preso in prestito dalle lingue romanze presenti nell’area ha spesso subito adattamenti morfologici ed è stato pienamente incluso nelle classi flessive slavo-molisane. Si veda ad esempio la flessione singolare delle parole di prestito kvadr ‘quadro’, ospit ‘ospite’e čipul(a) ‘cipolla’:

Il lungo contatto inter-linguistico ha fatto sì che in alcuni casi convivessero forme linguistiche alternative che si sono successivamente specializzate. È quanto accaduto per le forme del tempo futuro per indicare il quale all’originaria forma perifrastica con ausiliare tit ‘volere’ si è affiancata la forma con ausiliare imat ‘avere/dovere’, oltre anche alla possibilità d’uso della forma del presente indicativo. Le ultime due forme ricalcano chiaramente strutture usate con funzioni simili o identiche delle varietà romanze dell’area (vd. Marra 2005).

In altri casi, invece, il contatto slavo-romanzo ha dato vita a forme grammaticali completamente nuove per la varietà slava e dall’originario numerale cardinale jena ‘uno’ si è creata una forma grammaticalizzata che viene utilizzata come articolo indefinito (Breu 2012b)

 

Qualche nota sociolinguistica ed etnografica

 

Lo Slavo-molisano non presenta la stessa distribuzione d’uso nei tre comuni. Tra i tre, Montemitro rappresenta sicuramente l’ambiente maggiormente conservativo: lo slavo-molisano è ancora usato frequentemente dagli adulti e dai meno adulti, al contrario di quanto avvenga ad Acquaviva dove le giovanissime generazioni hanno ridotto e in alcuni casi eliminato l’uso di questa lingua, anche in famiglia. La situazione di San Felice è anche più difficile per la varietà slava: qui già nella seconda metà del Novecento si segnalava la diminuzione del numero di slavofoni e l’aumento della loro età media. Attualmente parlano il nanaš principalmente le persone anziane (e non tutte).

La lingua presenta anche alcune variazioni nei tre comuni sia nel lessico sia anche nella realizzazione di alcune forme morfologiche e sintattiche sia, infine, nelle percentuali di distribuzione di alcune forme. In particolare vale la pena notare che la caratteristica pronuncia “sussurrata” delle vocali finali ad Acquaviva Collecroce comporta, in alcuni casi, anche in parlanti con piena competenza, un dileguo di suffissi desinenziali che invece sono molto più chiaramente udibili nella varietà di Montemitro.

 

Per quanto riguarda l’uso scritto dello slavo molisano ufficialmente non c’è stata nessuna discussione o adesione ad una norma di scrittura che però si sta proponendo di fatto, almeno nelle sue caratteristiche più generali, grazie alle esperienze di scrittura condivisa attraverso le riviste pubblicate, anche se brevemente, negli anni Sessanta e Settanta (Naš Jezik e Naša Zemlija, il web, ma soprattutto la traduzione della ricerca di Milan Rešetar (1911) e alcune opere di riferimento, raccolte di dati, vocabolari e grammatiche, relative alle varietà di Acquaviva Collecroce (Breu e Piccoli 2000; Breu 2017) e Montemitro (Piccoli, Sammartino 2000; Sammartino 2004). Più recentemente è stato pubblicato anche un volume per la didattica a bambini (Sabella 2005) e diversi racconti bilingui. L’autore di questi ultimi, Nicola Gliosca (2017), ha dato alle stampe anche un romanzo bilingue: Sa naša jena fat / Ho trovato una storia.

 

La comunità slava del Molise è una delle minoranze storiche incluse nella legge di tutela n. 482 del 1999 ed è nell’elenco delle lingue tutelate nell’indicazione dell’articolo 2 in cui si afferma la tutela della lingua e della cultura “delle popolazioni […] croate”. Rientra, inoltre, tra le minoranze tutelate dalla legge della Regione Molise n. 15 del 1997 che fa riferimento alle comunità molisane di origine croata insieme a quelle di origine albanese (che sono collocate in un territorio poco distante dall’area slavo-molisana).

Attività per la sua conservazione e promozione, tuttavia, sono state proposte anche prima del suo riconoscimento attraverso la creazione di riviste in nanaš e progetti di inserimento di corsi di slavo-molisano (e croato) tra le attività aggiuntive scolastiche nella scuola dell’infanzia, primaria e media inferiore. Tali attività didattiche non hanno mai avuto una forma stabile e continuativa, come d’altronde è accaduto in gran parte delle comunità minoritarie di tutta Italia (Bada 2009; Marra 2007).

Le politiche linguistiche attuate nel corso degli ultimi decenni non hanno invertito la tendenza al maggiore uso dell’italiano (e a volte del dialetto molisano) né prodotto l’aumento del numero dei parlanti o l’ampliamento dei contesti d’uso. Hanno però favorito maggiore consapevolezza e riconoscimento interno alla lingua locale e sicuramente una sua migliore percezione sia all’interno della comunità sia all’esterno.

 

La comunità slava molisana conserva ancora (e in alcuni casi ha recuperato dopo un periodo di abbandono) alcune tradizioni che ritroviamo anche tra diverse popolazioni balcaniche. Tra le più vive la festa del Mája nel giorno del 1° maggio, durante la quale una maschera propiziatoria di forma antropomorfa formata di canne, paglia e decorata di vari elementi vegetali viene animata e portata per le strade del paese. Attualmente la tradizione è conservata solo ad Acquaviva Collecroce. Cirese (1955a) ne segnalava la precedente esistenza anche negli altri due comuni slavo-molisani (ma anche in alcuni altri comuni molisani non distanti dall’area slavofona). 

Nella cucina tradizionale sono state inoltre conservati alcuni piatti e dolci tipici legati ad alcune feste e riti religiosi (Rešetar 1911; Marra 2002).

 

 

 

* Università degli studi di Cagliari

 

Riferimenti bibliografici

 

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Sammartino A. (2004), Grammatica della lingua croato-molisana, Fondazione “Agostina Piccoli”, Montemitro, Zagreb, Profil international.

 

La prima puntata: Il bel paese là dove 'l “sì” suona. E anche l’“ô”, lo “ja”, lo “scì”…(Fiorenzo Toso, curatore del ciclo)

La seconda puntata: Il francese e il francoprovenzale (Matteo Rivoira)

La terza puntata: Alto Adige – Südtirol (Sudtirolo) (Marco Caria)

La quarta puntata: Lo sloveno (Franco Finco)

La quinta puntata: L’occitano cisalpino (Matteo Rivoira)

La sesta puntata: Il friulano (Franco Finco)

La settima puntata: I Ladini delle Dolomiti (Marco Forni)

L’ottava puntata: Il sardo (Fiorenzo Toso)

La nona puntata: Il catalano di Alghero (Marco Caria)

La decima puntata: Le isole linguistiche germanofone minori (Marco Caria)

L’undicesima puntata: La minoranza linguistica italo-albanese (arbëreshe) (Monica Genesin e Joachim Matzinger)

La dodicesima puntata: Le isole grecofone in Calabria e in Puglia (Domenica Minniti Gònias)

 

Immagine: Montemitro

 

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