05 giugno 2019

Lingue sotto il tetto d'Italia. Le minoranze alloglotte da Bolzano a Carloforte - 14. Le colonie linguistiche galloromanze di Guardia Piemontese, Faeto e Celle San Vito

di Irene Micali*

Le definizioni “isole linguistiche” e “colonie linguistiche” sono solo alcune delle numerose denominazioni che costituiscono il nutrito «apparato nomenclatorio» relativo alle comunità di minoranza (Fusco 2006). Ricorrere al concetto di “isola linguistica” può essere utile a porre in evidenza lo status di alcune comunità di minoranza quali enclave caratterizzate fin dalle origini da una forte separatezza territoriale e linguistica dalla “madrepatria”. Tuttavia, come afferma Toso (2008) è da ritenersi più appropriata la denominazione “colonie linguistiche”, in riferimento al concetto di comunità nate da antichi insediamenti che hanno saputo conservare particolari peculiarità linguistiche senza sottrarsi alle complesse dinamiche del contatto (cfr. Fiorenzo Toso, Isole linguistiche, Enciclopedia dell'italiano, 2010 link).

 

La comunità occitana di Guardia Piemontese

 

Guardia Piemontese è una colonia linguistica occitana situata in Calabria. L’analisi del toponimo offre un chiaro riferimento riguardo alle origini del piccolo borgo (Micali 2013). A partire dal 1250 esuli valdesi scacciati da Lione si rifugiarono nelle vicine valli piemontesi per poi raggiungere le terre del feudo di Fuscaldo. Fondata intorno al 1365, La Gardia venne edificata intorno ad una torre di guardia costiera e il suo appellativo fu «[…] quello di piemontese, ché originari del Piemonte ne sono gli abitanti» (Vegezzi Ruscalla (1990 [1862]: 2). Di tutte le colonie valdesi in Calabria (Argentina, Montalto, Vaccarizzo, San Sisto) l’unica a sopravvivere all’Inquisizione cattolica fu La Gardia che raccolse coloro che avendo abiurato si erano sottratti al massacro del 1561 (Peyronel Rambaldi e Fratini 2011). Le prime descrizioni relative al territorio intorno a Guardia Piemontese risalgono a Barrio (1571), che fornisce una panoramica della zona impervia caratterizzata dalla mancanza di strade percorribili; anche Grassi nel 1957 conferma che l’accesso al piccolo borgo era consentito esclusivamente da una «mulattiera disagevole». È infatti di recente formazione la frazione di Guardia Piemontese Marina, così come la costruzione della strada che ha permesso collegamenti più agevoli con il piccolo centro, a testimonianza di come l’isolamento geografico di Guardia Piemontese sia da ritenersi fondamentale nella conservazione del codice alloglotto da parte dei parlanti.

 

Aspetti linguistici del guardiolo

 

La parlata di Guardia Piemontese trova le sue origini in quella varietà di lingua che diede lustro alla lirica trobadorica: la langue d’oc. Chiamata a lungo lingua “provenzale”, dopo il crescente interesse per la letteratura medievale, l’uso di tale aggettivo apparve però inadeguato ad indicare anche la lingua parlata in quanto riferito chiaramente al solo dialetto presente in Provenza. Pertanto, la latinizzazione medievale di langue d’oc, dalla quale trae origine il termine “occitano”, sembrò maggiormente pertinente (Pla Lang 2008; Toso 2009).

Riguardo all’identificazione linguistica, l’idioma di Guardia Piemontese è il risultato di una mescolanza di più varietà di occitano, un misto di varie parlate della zona alpina da cui provenivano i coloni valdesi che ha molto in comune con quelle della Val Pellice (Genre 1986).

Alcune caratteristiche del codice linguistico guardiolo sono:

- Al plurale i sostantivi non si distinguono da quelli singolari alla fine del sintagma per effetto dell’indebolimento in schwa o del dileguo delle vocali atone finali, inclusa -a originaria, resa dalla grafia concordata di Genre (1992) con il simbolo ë.  Pertanto, come sosteneva già Morosi (1890), continua a non esservi alcuna distinzione formale di genere e numero nei sostantivi, mentre rimane nell’articolo e nel pronome. ES. la stelë - le stelë “la stella – le stelle”; ou filh grand – lhi filh grand “il figlio grande – i figli grandi”.

- Permanenza della palatalizzazione della u a dimostrazione di una buona conservazione del sistema fonologico. Per es., ina familhë “una famiglia”,  ina guièizë “una chiesa” (Micali 2016).

- Obbligo di ripetizione dei pronomi clitici soggetto alla seconda persona singolare e alla terza persona singolare e plurale anche dopo un soggetto nominale e dopo un pronome tonico (tu ti si’ bòun “tu sei buono”; tu ti sàvu lhi guai mèvë “tu conosci i miei guai”).

- La negazione si ottiene attraverso un circonfisso (ne + verbo + pas). Ne deriva la costruzione della negazione «preponendo la particella negativa n al verbo seguito da pa [...] secondo il tipo del francese letterario: n-pώrl ppω» (Grassi 1957). Per es., a l’avia pa’cum li dunare a mingià “non aveva che cosa darle da mangiare” (Micali 2016).

- Il passato remoto si forma attraverso il costrutto perifrastico del tipo annar + infinito, e dove possibile senza desinenza. Per es., aíer vau chanta, “ieri cantai”; ilh se vai quiava a piorar, “si mise a piangere” (Kunert 2006: 37).

 

Vitalità linguistica del guardiolo

 

Secondo l’Atlas of the World’s language in danger dell’UNESCO che si avvale della scala definita “Language vitality” il gardiol si colloca al grado (2), là dove il grado (0) corrisponde a Extinct e il grado (5) a Safe, ricoprendo la condizione di  language severely endangered.

Oggi a Guardia Piemontese è possibile riscontrare la presenza di un repertorio plurilingue all’interno del quale il codice italiano dominante si pone sul livello high, mentre la lingua alloglotta e la varietà calabro-cosentina si configurano al livello low in termini di dilalìa (Dal Negro e Guerini 2007). Riguardo alla sovrapposizione funzionale tra due le varietà “basse”, i dati di una recente indagine sociolinguistica (Micali 2018) relativi alla competenza linguistica nella socializzazione primaria, uniti all’analisi del continuum dei domini d’uso, hanno permesso di riscontrare un ruolo pressoché marginale svolto dal dialetto calabrese all’interno del repertorio linguistico della comunità guardiola. I riscontri relativi alle competenze hanno dimostrato che il numero di giovani soggetti prevalentemente italofoni cresce notevolmente, quasi al pari dell’aumento dell’invecchiamento della popolazione. Quanto alla perdita degli ambiti d’uso all’interno della comunità l’analisi della configurazione di dominanza ha rilevato che anche la famiglia, la culla conservativa della parlata alloglotta, sta perdendo via via il suo potere per via della progressiva interruzione della trasmissione linguistica intergenerazionale. Per quanto attiene alla disamina degli atteggiamenti, la dimensione relativa al prestigio ha mostrato che il carattere di “inutilità” è attribuito alla lingua alloglotta da parte di molti parlanti. Pertanto, il guardiolo si presenta sempre più come una lingua che necessità di urgente salvaguardia. A tal fine, oltre alle azioni promosse dalla legge 482/1999 e dalla legge 15/2003 della Regione Calabria, un vero e proprio progetto identitario è portato avanti dal Centro Culturale Valdese “Gian Luigi Pascale” di Guardia Piemontese, impegnato nelle attività di promozione e di tutela dell’antica memoria storica guardiola.

 

Le comunità francoprovenzali di Faeto e Celle San Vito in Puglia

 

I centri di Faeto e Celle San Vito si trovano all’interno del territorio della Capitanata nel Subappennino Dauno meridionale, al confine della Puglia con la Basilicata e la Campania. L’origine delle due colonie francoprovenzali è testimoniata dagli editti con i quali Carlo I d’Angiò inviò nel centro fortificato di Crepacore un contingente di soldati provenzali al fine di contrastare la presenza dei saraceni. Tra il 1345 e il 1347 i soldati vennero raggiunti dalle famiglie ma la ripresa delle incursioni saracene li costrinse a spostarsi nei territori circostanti, in particolare nella zona compresa tra il Monasterium Santissimi Salvatoris de Fageto ed il Monasterium Sanctae Mariae de Fageto, da cui deriva il toponimo Faeto. Coloro che non si erano insediati in questa area occuparono un edificio appartenente ai frati del cenobio di San Nicola: dalle celle monacali nacque Celle di San Vito (Gallucci 1882; Melillo 1959). A lungo dibattuta fu anche l’ipotesi dell’origine valdese sostenuta da Gilles (1643) e da Gonnet (1984), ma sia per Morosi (1890-92) che per Rohlfs (1973) se l’origine dei soldati fosse stata valdese il codice linguistico in uso sarebbe stato di tipo provenzale e non francoprovenzale.

 

Caratteristiche linguistiche della varietà francoprovenzale di Faeto e Celle San Vito

 

Riguardo alla parlata di Faeto e Celle San Vito, la traduzione della IX Novella del Decamerone di Boccaccio ad opera di Perrini e pubblicata da Papanti (1875), indusse all’individuazione di un gruppo linguistico di tipo francoprovenzale. È Ascoli (1878-79) a fare riferimento alla varietà francoprovenzale classificandola per la prima volta come varietà linguistica autonoma (Telmon 1992).

Dalla comparazione dei tratti linguistici, sia attraverso una prospettiva sincronica (Melillo 1959) ma anche tenendo conto della sua evoluzione diacronica (Schüle 1978), risulta che l’area di provenienza dei soldati angioini sia da individuarsi dei dipartimenti dell’Ain e dell’Isère, lungo l’asse Lyon-Vienne-Grenoble.

Alcune caratteristiche della varietà francoprovenzale dei due piccoli centri sono:

- Nel sistema vocalico alle tradizionali [a], [e], [i], [o], [u] si aggiungono le varianti aperta, muta e chiusa della [e].

- Non esiste distinzione di genere e numero, vi si sopperisce con l’articolo (Morosi 1890-92: 57).

- Varietà di esiti della -a tonica che mantiene sempre il suo timbro tranne quando è preceduta da consonante palatale e muta in ie, i, e. ES. mengíi “mangiare” ma mingá “mangiato” e mingáve “mangiato”.

- Resistenza morfologica del raddoppiamento del pronome personale (gigge mínge “io mangio”, ti tte mínge “tu mangi”) e -a come pronome pleonastico della terza pers. sing. (ki a i et? “chi è?”).

- Negazione realizzata secondo la struttura del francoprovenzale utilizzando la particella pa secondo l’ordine dei costituenti della frase soggetto + verbo + negazione (mə p:ja pa “non mi piace”).

- La forma singolare degli aggettivi possessivi con i nomi di parentela conserva la morfologia di tipo galloromanzo (mun frarə “mio fratello”), mentre la forma plurale prevede la posposizione dell’aggettivo e la presenza dell’articolo determinativo prima del sostantivo come per l’italoromanzo (lo n:i vodə “i vostri nipoti”).

 

Vitalità linguistica del francoprovenzale di Faeto e Celle San Vito

 

Faeto e Celle San Vito contano oggi complessivamente poco meno di 800 abitanti (dati Istat 1° gennaio 2018). Il repertorio linguistico delle due colonie galloromanze vede coinvolte tre diverse varietà di lingua. Le risultanze di un’indagine sociolinguistica sul campo (Bitonti 2012) rilevano che sia per quanto attiene alla lingua di prima acquisizione sia negli usi all’interno del cluster familiare, i giovani prediligono il misto italiano/dialetto, gli adulti il francoprovenzale e gli anziani il dialetto e il francoprovenzale accanto alle varietà miste. Riguardo alla coscienza linguistica dei parlanti, l’elaborazione dei dati basata su un sistema di lemmatizzazione e di concordanze delle parole utilizzate dagli informatori ha rilevato che l’italiano assurge allo status di lingua nazionale e identitaria dotata di massimo prestigio. Anche il dialetto italoromanzo e la varietà francoprovenzale sono identificati con il lemma lingua a dimostrazione che vengono percepiti come codici linguistici dal forte carattere diatopico e confermando una spartizione precisa dei tre codici all’interno del repertorio all’interno del quale la varietà francoprovenzale, pur godendo di un prestigio maggiore, occupa uno spazio marginale rispetto al dialetto italoromanzo che rappresenta invece la varietà di maggiore estensione. Ne deriva una situazione di dilalia in cui il livello high è occupato dall’italiano regionale mentre al livello low si pongono la lingua alloglotta e il dialetto italoromanzo, responsabile del depauperamento degli elementi linguistici propri della varietà di minoranza.

Il francoprovenzale rientra tra le lingue soggette a tutela dalla legge 482/1999, ma anche dalla legge 5/2012 della Regione Puglia. Le attività di salvaguardia della lingua sono condotte dallo Sportello linguistico provinciale che si è occupato di curare nel 2007 il dizionario e la grammatica del francoprovenzale di Faeto. A partire dal 2011 anche l’Associazione LEM-Italia (Lingue d'Europa e del Mediterraneo) è impegnata nella realizzazione di progetti dedicati alla promozione del patrimonio linguistico e culturale francoprovenzale.

 

*Università degli Studi di Firenze

 

Bibliografia

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Barrio G. (1571): Francicani De antiquitate et situ Calabriae. Libri quinque. Romae: apud Iosephum de Angelis.

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Grassi C. (1957): Per una storia delle vicende culturali e sociali di Guardia Piemontese ricostruite attraverso la sua parlata attuale,  «Bollettino della Società di Studi Valdesi» 59 (101), pp. 71-77.

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Micali, I. (2018): “L’isola occitana di Guardia Piemontese Riflessioni sui dati di un’indagine sociolinguistica sul campo”, in Šimičić L., Škevin I., Vuletić N. (eds.): Le isole linguistiche dell’Adriatico, pp. 259-289. Roma: Aracne.

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Papanti G. (1875): l parlari italiani in Certaldo alla festa del V Centenario di Messer Giovanni Boccacci, Livorno, Vigo, 1875, pp. 173-184. Peyronel Rambaldi S., Fratini M. (2011): 1561. I valdesi tra Resistenza e sterminio. In Piemonte e in Calabria. Torino: Claudiana.

Pla-Lang L. (2008): Occitano in Piemonte: riscoperta di un’identità culturale e linguistica?. Francoforte: Peter Lang.

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Toso F. (2008): Le minoranze linguistiche in Italia. Bologna: Il Mulino.

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Vegezzi Ruscalla G. (1990 [1862]): Colonia piemontese in Calabria. Studio etnografico. Cosenza: Brenner.

 

La prima puntata: Il bel paese là dove 'l “sì” suona. E anche l’“ô”, lo “ja”, lo “scì”…(Fiorenzo Toso, curatore del ciclo)

La seconda puntata: Il francese e il francoprovenzale (Matteo Rivoira)

La terza puntata: Alto Adige – Südtirol (Sudtirolo) (Marco Caria)

La quarta puntata: Lo sloveno (Franco Finco)

La quinta puntata: L’occitano cisalpino (Matteo Rivoira)

La sesta puntata: Il friulano (Franco Finco)

La settima puntata: I Ladini delle Dolomiti (Marco Forni)

L’ottava puntata: Il sardo (Fiorenzo Toso)

La nona puntata: Il catalano di Alghero (Marco Caria)

La decima puntata: Le isole linguistiche germanofone minori (Marco Caria)

L’undicesima puntata: La minoranza linguistica italo-albanese (arbëreshe) (Monica Genesin e Joachim Matzinger)

La dodicesima puntata: Le isole grecofone in Calabria e in Puglia (Domenica Minniti Gònias)

La tredicesima puntata: Isole linguistiche: la comunità degli Slavi del Molise (Antonietta Marra)

 

Immagine: Guardia Piemontese: la torre di guardia (Torre Medioevale)

 

Crediti immagine: Emanuele Santoro [CC BY-SA 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)]

 

 


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