02 settembre 2019

Lingue sotto il tetto d'Italia. Le minoranze alloglotte da Bolzano a Carloforte - 17. Un viaggio nella ricchezza linguistica italiana

di Fiorenzo Toso

Abbiamo concluso, con la puntata precedente, un lungo viaggio fra le “alloglossie” presenti in Italia, ossia tra le lingue che per la particolare “distanza” dal contesto in cui sono praticate, rappresentano una soltanto delle categorie di cui si compone il patrimonio linguistico nazionale: la maggior parte di esse (pur con clamorose esclusioni, come nel caso del romanì, della galloitalico di Sicilia e del tabarchino) è oggi formalmente tutelata da una discussa legge in materia, la 482/1999, che anche a essere ottimisti ha rivelato tutti i limiti di impostazione dei pur lodevoli propositi di valorizzazione della diversità linguistica nel nostro paese. La verità è che tale “diversità”, ricomprendendo anche le altre lingue d’Italia (di volta in volta definite “dialetti”, “varietà locali”, “lingue regionali” e così via), e i più recenti apporti legati all’immigrazione, disegna un panorama notevolmente complesso di “minoranze” di persone che parlano, oltre all’italiano, almeno un altro idioma nativo.

Il nostro va dunque considerato come un itinerario ragionato all’interno della ricchezza culturale del paese, basato su una soltanto delle possibili “mappe” che la determinano: e se è vero che a molte componenti della categoria di lingue presa fin qui in esame può aver senso attribuire forme specifiche di tutela, legate alle particolari condizioni storiche e geografiche che le contraddistinguono, non meno vera è la constatazione che l’intero patrimonio linguistico italiano meriterebbe una maggiore attenzione e valorizzazione, superando anche prevenzioni e diffidenze che fanno parte per certi aspetti della "tradizione" culturale di questo paese.

 

Pregiudizi su dialetti e alloglossie

 

Affermare ad esempio che i “dialetti” (e quindi anche le alloglossie) sono tuttora un ostacolo all’unità nazionale, o peggio, come capita, un elemento di arretratezza e una concausa dell’analfabetismo di ritorno è più che altro un segnale di incomprensione della realtà in cui viviamo. Basti considerare il fatto che affermazioni del genere implicano il paradosso secondo il quale “si parlava meglio italiano” in un passato in cui le lingue locali erano decisamente più vive e vitali di oggi! Il fatto è che mentre l’ipotesi di una società monolingue si rivela impraticabile e di fatto utopistica (la linguistica insegna che non esistono società perfettamente omogenee sotto il punto di vista della comunicazione), la tutela dei patrimoni linguistici appartiene ormai da tempo alla prassi dei paesi a democrazia avanzata, e la considerazione del bi- e del plurilinguismo come fattori di ricchezza culturale, ma anche di potenziamento delle abilità cognitive, fa parte da tempo delle acquisizioni della ricerca scientifica.

D’altro canto, la conservazione e la promozione delle diverse componenti del patrimonio linguistico di un paese non può essere imposta dall’alto, e la stessa esistenza di un atteggiamento non sfavorevole da parte delle istituzioni (il caso italiano lo dimostra clamorosamente) non è sufficiente ad assicurare un futuro a tradizioni linguistiche secolari: la volontà dei parlanti, come singoli e come comunità, è l’unico vero antidoto a una persistenza che non si risolva in una più o meno volontaristica “rappresentazione” della specificità locale fatta a suon di cartelli stradali e altri espedienti per “marcare” il territorio, magari a fini turistici prima ancora che culturali.

 

La legge e le realtà sociolinguistiche locali

 

Abbiamo visto come del resto, all’interno della categoria che è stata presa in esame in questa serie di articoli, la diversità delle situazioni sia anche il riflesso di esigenze e sensibilità diverse da parte delle popolazioni implicate: la compatta “identità” tirolese, che si appoggia a un uso del tedesco standard più ancora che sull’indubbia vitalità delle parlate locali, collide ad esempio col carattere pre-agonico di molte comunità germanofone “minori”, mentre la vitalità del tabarchino, lingua fortemente localizzata e priva per di più di ogni forma di tutela, contrasta col sostanziale arretramento nell’uso della “grande” alloglossia sarda in cui si trova incuneata; il francese in Valle d’Aosta “giustifica” in certo qual modo l’autonomia regionale ma risulta quasi privo di una pratica effettiva, mentre nel caso ladino dolomitico la manifestazione simbolica dell’idioma si accompagna a una solida e pervicace fedeltà all’uso parlato, come la si ritrova ad esempio presso alcune comunità albanofone del Meridione di contro ad altre della stessa origine, in cui l’abbandono è pressoché totale.

Anche questa riflessione induce a trarre qualche conclusione, che si collega alle ricorrenti critiche che hanno riguardato la legislazione in materia: ben vengano i riconoscimenti e le indicazioni generali, ma ogni realtà linguistica minoritaria, che appartenga o meno alla categoria delle varietà alloglotte, richiede poi, perché si attui una seria “politica” di tutela, un’attenzione diversificata alla realtà sociolinguistica e allo specifico locale.

 

Il rilancio delle lingue vive d'Italia

 

Importante è quindi promuovere la conoscenza dei patrimoni linguistici e la sensibilità nei loro confronti, sia che lo si faccia sul piano della ricerca scientifica di natura più strettamente specialistica, sia, come abbiamo cercato di fare in questo caso, attraverso una divulgazione che favorisca l’acquisizione di una sensibilità diffusa: sono anche queste forme concrete di sostegno a iniziative che partendo “dal basso” e dall’interno delle comunità dei parlanti possono contribuire (o almeno, così è nelle intenzioni) a pratiche effettive di rilancio delle lingue d’Italia, non come reperti da esporre in un ideale “museo” delle identità e delle identificazioni, ma come strumenti vivi, destinati a convivere in un contesto salutarmente plurale perché adeguati a esigenze diverse, in una realtà contemporanea in continua evoluzione anche sul piano della comunicazione.

 

La prima puntata: Il bel paese là dove 'l “sì” suona. E anche l’“ô”, lo “ja”, lo “scì”… (Fiorenzo Toso, curatore del ciclo)

La seconda puntata: Il francese e il francoprovenzale (Matteo Rivoira)

La terza puntata: Alto Adige – Südtirol (Sudtirolo) (Marco Caria)

La quarta puntata: Lo sloveno (Franco Finco)

La quinta puntata: L’occitano cisalpino (Matteo Rivoira)

La sesta puntata: Il friulano (Franco Finco)

La settima puntata: I Ladini delle Dolomiti (Marco Forni)

L’ottava puntata: Il sardo (Fiorenzo Toso)

La nona puntata: Il catalano di Alghero (Marco Caria)

La decima puntata: Le isole linguistiche germanofone minori (Marco Caria)

L’undicesima puntata: La minoranza linguistica italo-albanese (arbëreshe) (Monica Genesin e Joachim Matzinger)

La dodicesima puntata: Le isole grecofone in Calabria e in Puglia (Domenica Minniti Gònias)

La tredicesima puntata: Isole linguistiche: la comunità degli Slavi del Molise (Antonietta Marra)

La quattordicesima puntata: Le colonie linguistiche galloromanze di Guardia Piemontese, Faeto e Celle San Vito (Irene Micali)

La quindicesima puntata: Il romanes, la lingua dei sinti e dei rom (Massimo Aresu)

La sedicesima puntata: Il tabarchino della Sardegna e altri casi di minoranze discriminate (Fiorenzo Toso)

 

Immagine: Lago Gover, Gressoney-Saint-Jean, Valle d’Aosta  

 

Crediti immagine: Rinina25 [CC BY-SA 3.0 (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/)]

 

 


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0