04 giugno 2018

Lingue sotto il tetto d'Italia. Le minoranze alloglotte da Bolzano a Carloforte - 2. Il francese e il francoprovenzale

di Matteo Rivoira*

Il francese

 

Per motivi storici diversi, il francese è lingua di cultura accanto all’italiano in tre aree dell’Italia nord-occidentale: la Valle d’Aosta, le alte valli di Susa e del Chisone, e le Valli Valdesi (bassa Val Chisone, Val Germanasca e Val Pellice).

 

La Valle d’Aosta

 

Per quanto riguarda la Valle d’Aosta, regione il cui orientamento transalpino risale almeno all’alto medioevo, il francese fu la lingua romanza che gradualmente prese il posto del latino negli usi scritti sin dal XV secolo, prima in ambito ecclesiastico e poi nell’amministrazione politica (Bauer 2017). Il suo impiego nei documenti ufficiali venne poi sancito nel 1560-1561, con un atto di Emanuele Filiberto che prevedeva l’impiego della lingua volgare propria di ogni provincia, vale a dire l’italiano al di qua delle Alpi e il francese in Savoia e in Valle d’Aosta, al posto del latino (Marazzini 1992). Il francese ha conservato questa funzione nei secoli a venire e la sua posizione in Valle d’Aosta sarà garantita anche dallo Statuto Albertino del 1848. Con l’Unità d’Italia, tuttavia, e con la separazione dalla vicina Savoia, si avvierà un graduale e irreversibile orientamento linguistico verso l’italiano.

 

Susa e Chisone

 

Le alte valli di Susa e del Chisone, insieme all’alta Val Varaita, invece, dal 1343 al 1713 fecero parte del Delfinato. E così, nel momento in cui il latino venne soppiantato dalle varietà nazionali, anche qui, come nel resto della Francia meridionale, il francese divenne la lingua di riferimento negli usi scritti (soppiantando anche l’occitano). Nel 1713, quando, con la Pace di Utrecht, la parte di territorio delfinale cisalpina venne accorpata al Ducato di Savoia, l’italiano si impose a sua volta (Telmon 2001).

 

Valli Valdesi

 

Nelle Valli Valdesi, infine, il francese si diffuse per motivi del tutto differenti. In questo caso, furono le scelte e le vicende della minoranza valdese a determinarne la sua introduzione: con l’adesione alla Riforma, nel 1532, i valdesi, abbandonando l’occitano sino ad allora impiegato per i testi di natura religiosa, fecero tradurre la bibbia in francese, lingua che si impose nella vita religiosa e culturale, anche grazie agli stretti rapporti con le realtà riformate svizzere. Tuttavia con la concessione dei diritti civili (lettere patenti del 1848) e con l’Unità d’Italia poi, anche la minoranza valdese si orientò sempre più verso l’italiano (Rivoira 2015).

I colpi del Fascismo

 

Sarà però il regime fascista ad assestare il più duro colpo alla francofonia in questi territori, imponendo dapprima, nel 1923, l’italiano come unica lingua dell’istruzione e poi, via via, proibendo l’uso pubblico del francese, sino ad avviare l’italianizzazione della toponomastica nel 1928 (iniziativa limitata ai nomi dei comuni, che in realtà sono di matrice francoprovenzale e sono solo trascritti in francese). La reazione a tale politica linguistica repressiva è alla base delle rivendicazioni espresse dalla cosiddetta Carta di Chivasso, una dichiarazione politica programmatica, federalista, redatta nel 1943 da alcuni valdostani e valdesi legati alla Resistenza. In essa si rivendicava il diritto all’uso della «lingua locale fondamentale», da intendersi come il francese, in una concezione plurale e plurilingue dello Stato, opposta a quella monolitica e monolingue della Nazione di matrice ottocentesca che il Regime aveva esasperato.

Le istanze della Carta di Chivasso, riecheggiate dall’articolo 6 della Costituzione italiana, si ritrovano nello statuto speciale valdostano del 1948, che sancisce la parificazione tra l’italiano e il francese.

Il processo di italianizzazione era però ormai così avanzato che né in Valle d’Aosta, né nelle valli torinesi si tornò alla situazione precedente.

 

Nel secondo Dopoguerra

 

Nel Dopoguerra l’italiano ha perciò continuato a occupare il ruolo preponderante negli usi scritti e formali in genere, pur mantenendo il francese in ambito valdostano un suo ruolo istituzionale assai importante, caratterizzato da un elevato valore simbolico di identificazione culturale (Puolato 2006). Nelle valli un tempo delfinatesi quest’ultimo è rimasto nelle competenze dei singoli, ma non è impiegato in contesti istituzionali o culturali; nelle Valli Valdesi, infine, il suo impiego è ridotto ad ambiti comunitari relativamente ristretti e in alcune chiese un culto al mese è celebrato in francese.

Dal punto di vista degli usi informali, andrà invece evidenziato come tale codice non sia di fatto mai stato la lingua della prima socializzazione né in Valle d’Aosta (salvo forse presso l’alta borghesia), dove questo ruolo è tradizionalmente svolto dalle varietà francoprovenzali (o alemanniche nella Valle del Lys), né nelle valli torinesi, dove le varietà locali sono di tipo occitano (il francese è però ancor oggi la lingua materna per un certo numero di famiglie nell’alta Val Pellice). La sua trasmissione, non diversamente dal passato, è affidata all’istituzione scolastica e l’interesse per questa lingua trascende il valore identitario locale, permettendo un’apertura in prospettiva europea.

 

Il francoprovenzale

 

Le varietà francoprovenzali menzionate più sopra non sono parlate soltanto in Valle d’Aosta, sebbene qui siano più vitali che altrove e abbiano acquistato in tempi recenti un valore identitario in associazione col francese (secondo un’indagine condotta nel 2001, i parlanti stimati sono 70.000, su quasi 120.000 abitanti, Berruto 2003b e cfr. Berruto 2003a). L’area tradizionale di diffusione si estende infatti alle valli della provincia di Torino comprese tra la Valle dell’Orco a nord e la Val Sangone a sud (con un numero stimato, nel 2006, di 14.000 parlanti attivi e 8.000 in grado di comprenderlo, su una popolazione di 83.300 persone, Allasino 2007), nonché in Francia (in Savoia, nel Lionese, nel Delfinato e nell’Ain principalmente) e in quasi tutta la Svizzera romanda (con l’eccezione del Canton Jura): in questi due paesi, tuttavia, la sua vitalità è molto ridotta e, se si escludono alcuni neolocutori, i parlanti sono quasi tutti anziani (Bert/Costa 2009). Ovunque siano parlate queste lingue vivono in un contesto plurilingue, insieme al francese o l’italiano (o entrambi) impiegati per gli usi formali (e ormai anche informali), il dialetto germanico walser (nelle comunità della Valle del Lys) e il piemontese nelle valli torinesi e nella bassa Val d’Aosta.

 

Una strada che parte da Lugdunum

 

Si tratta di varietà galloromanze caratterizzate dall’accoglimento parziale delle innovazioni linguistiche che interessarono il francese e le varietà d’oïl in genere. La loro individuazione come tipo linguistico a sé risale al famoso saggio di Graziadio I. Ascoli intitolato Schizzi franco-provenzali (1874). Lo studioso considera come tratto “diagnostico” fondamentale il doppio esito della a latina che in queste parlate si conserva, come nelle varietà occitane, in tutte le posizioni salvo quando preceduta da una consonante detta “palatale” come tch, ts o ch, dove diventa e o i, seguendo invece il modello francese. Avremo perciò pra ‘prato’ (come l’occitano, dove il francese ha invece prè) ma tchevra ‘capra’ (come il fr. che ha chèvre e diversamente dall’occitano che ha cabra o chabra).

Sulle ragioni storiche della particolarità linguistica di queste varietà galloromanze è stato scritto molto. Alcuni hanno voluto ricondurla alla situazione politica altomedievale e all’influsso del regno burgundo, mentre altri, con buoni argomenti, hanno contestato questa interpretazione, individuando come epicentro della romanizzazione di quest’area Lione, l’antica Lugdunum, e, come vie di diffusione della latinità che continuò nel francoprovenzale, le strade che da questa si irradiavano (Tuaillon 1983 [1972], Favre 2010).

 

Il Concours Cerlogne

 

Rispetto al francese, alle varietà francoprovenzali è stato attribuito un valore positivo in termini di costruzione identitaria in tempi relativamente recenti e “il francoprovenzale” è menzionato nella legge di promozione e tutela linguistica regionale piemontese risalente al 1990 (e nei testi successivi) e nella legge nazionale 482 del 1999. Importantissimo veicolo per la diffusione di una nuova consapevolezza linguistica fondata su una valutazione positiva della parlata locale, è rappresentato dal Concours Cerlogne (intitolato a Jean-Baptiste Cerlogne, studioso valdostano del patois) promosso da ormai più di 50 anni nelle scuole valdostane e in alcune di quelle piemontesi di area francoprovenzale. Annualmente gli allievi presentano al Concours ricerche e lavori che vertono sul dialetto.

Gli usi formali rimangono di fatto preclusi alle varietà francoprovenzali (che d’altro canto non vantano una tradizione in tal senso), per contro l’azione di promozione e tutela risulta particolarmente creativa e interessante, come mostrano i siti di due delle iniziative più strutturate (lo gnalèi in Valle d’Aosta e il trezor de leinga in Piemonte).

 

*Università degli Studi di Torino

 

Riferimenti bibliografici

 

Allasino E. et al. (2007), Le lingue del Piemonte, Torino, Istituto di Ricerche Economico Sociali del Piemonte.

Ascoli G.I. (1874), Schizzi franco-provenzali, «Archivio Glottologico Italiano», III, pp. 61-120.

Bauer, Roland (2017), Le français en Europe. Pays limitrophes. Vallée d’Aoste, in Reutner, Ursula (ed.), Manuel desfrancophonies, Berlin/Boston, Walter de Gruyter, pp. 246-273.

Berruto, Gaetano (2003a), Una Valle d’Aosta, tante Valli d’Aosta? Considerazioni sulle dimensioni del plurilinguismo in una comunità regionale, in Fondation Chanoux (ed.), Une Vallée d’Aoste plurilingue dans une Europe plurilingue/Una Valle d’Aosta bilingue in un’Europa plurilingue, Aoste, Gouvernementrégional de la Vallée d’Aoste, pp. 44-53.

Berruto, Gaetano (2003b), Situazioni sociolinguistiche e tutela delle lingue minoritarie. Considerazioni alla luce della Survey Ladins, in Mondo Ladino, 31 (2007) [= G. Iannàccaro/V. Dell’Aquila (a cura di), Usi linguistici nelle Valli Ladine], pp. 37-63.

Bert, Michel / Costa, James (2009), Etude FORA. Francoprovençal et occitan en Rhône-Alpes, Lyon, Institut Pierre Gardet.

Favre, Saverio (2010), francoprovenzale, comunità, in Simone R. (dir.), Enciclopedia dell’italiano, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana G. Treccani.

Marazzini, Claudio (1991), Il Piemonte e la Valle d’Aosta, Torino, UTET (collana L’italiano nelle regioni, a c. di Francesco Bruni).

Puolato, Daniela (2006), Francese-italiano, italiano-patois: il bilinguismo in Valle d’Aosta fra realtà e ideologia, Bern etc., Peter Lang.

Regis, Riccardo (2010), francese, comunità, in Simone R. (dir.), Enciclopedia dell’italiano, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana G. Treccani.

Rivoira, Matteo (2015), «Nousavonsbesoin de cesdeuxlanguescomme de nos deuxmains»: il francese nelle Valli Valdesi, tra proiezioni ideologiche e realtà dei fatti, in Bruno C., Casini S., Gallina F. e Siebetcheu R., Plurilinguismo/Sintassi (Atti del XLVI Congresso Internazionale della Società di Linguistica Italiana, Siena, 27-29 settembre 2012), pp. 355-372.

Telmon, Tullio (2001), Piemonte e Valle d’Aosta, Roma/Bari, Laterza.

Tuaillon, Gaston (1983/1994 [1972]), Le Francoprovençal. Progrès d’une définition, Saint-Nicolas, Centre d’Études Francoprovençales; [1972], Travaux de Linguistique et de Littérature 10/1, pp. 293-339.

 

La prima puntata: Il bel paese là dove 'l “sì” suona. E anche l’“ô”, lo “ja”, lo “scì”… (Fiorenzo Toso, curatore del ciclo).

 


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