03 settembre 2018

Lingue sotto il tetto d'Italia. Le minoranze alloglotte da Bolzano a Carloforte - 4. Lo sloveno

di Franco Finco*

La comunità slovena in Italia

 

Il territorio d’insediamento della comunità slovena in Italia viene solitamente distinto in sei aree situate lungo la fascia confinaria della regione Friuli Venezia Giulia con la repubblica di Slovenia. Questa suddivisione è basata sulle differenti caratteristiche geografiche, linguistiche, storiche, socio-culturali, economiche e politico-amministrative di queste aree (Jagodic 2016: 45-49): in provincia di Udine 1) la Val Canale (Kanalska dolina, dove però vivono anche comunità tedesche e friulane), 2) la Val Resia (Rezija), 3) le alte Valli del Torre (Terske doline) e 4) le Valli del Natisone (Nadiške o Nediške doline), 5) la parte orientale della provincia di Gorizia (Goriška), 6) la provincia di Trieste (Tržaška). In ciascuna di queste aree si parla il corrispondente tipo dialettale (in Val Canale si parlano varietà di tipo carinziano/koroško), cui si affianca lo sloveno standard soprattutto nelle province di Gorizia e Trieste (Benacchio 2002; Benacchio 2011).

La consistenza numerica della comunità slovena ammonta a circa 61.000 unità secondo i dati del Ministero dell’Interno (1996), ma altre stime e indagini svolte nello stesso periodo presentano dati assai differenti (oscillando tra 46.000 e 96.000) a causa dei differenti criteri con cui sono state effettuate (Sussi 1998; Jagodic 2016: 47-48).

Nel corso dell’Ottocento si è verificato l’inurbamento a Gorizia e soprattutto a Trieste di molti sloveni dai rispettivi circondari, durante la fase di sviluppo industriale e commerciale di queste città, arricchendo così la presenza slovena locale e facendo sorgere un ceto borghese e imprenditoriale sloveno. La crisi economica del primo ’900 e poi la pressione del regime fascista spinsero molti sloveni della Venezia Giulia e della Slavia friulana ad emigrare all’estero, in Europa e in Sudamerica (Stranj 1992: 159-160; Kacin Wohinc - Pirjevec 1998: 41). A partire dagli anni Settanta molti sloveni – soprattutto quelli della provincia di Udine – si sono trasferiti verso altre aree della regione caratterizzate da intensa industrializzazione, come ad esempio la periferia di Udine e il cosiddetto “Triangolo della sedia” a Manzano e dintorni (Stranj 1999: 134).

 

 

 

 

Storia, sviluppo, snazionalizzazione e tutela

 

L’insediamento di Slavi alpini negli attuali territori slovenofoni in Italia iniziò alla fine del VI secolo (Bratož 2005; Benacchio 2011). Tale colonizzazione proseguì anche nei secoli successivi (IX-XII) e si estese più a occidente dell’attuale isoglossa slavo-romanza, creando vari insediamenti anche nel Canal del Ferro (corso inferiore del fiume Fella), nel Territorio di Monfalcone (Bisiacaria) e nella pianura friulana tra Gorizia e Pordenone; tali enclaves furono poi assimilate dalla maggioranza romanza, ma la toponomastica locale ne testimonia l’antica presenza (Finco 2005).

La spartizione della regione tra Venezia e gli Asburgo, a partire dal XV sec., influenzò anche le sorti delle comunità slovene locali, divise tra la cosiddetta Slavia Veneta o friulana (Beneška Slovenija o Benečija, cioè le comunità oggi in provincia di Udine) e i domìni asburgici (le attuali province di Gorizia e Trieste, ma anche la Val Canale). Ciò ha determinato una differenziazione che ha ripercussioni ancor oggi, perché mentre la Slavia Veneta è sempre stata legata alla storia del Friuli veneziano (e dal 1866 del Regno d’Italia), gli sloveni della Val Canale, di Trieste e Gorizia hanno condiviso il destino degli altri sloveni della monarchia asburgica fino al 1918.  (Benacchio 2011). Questa divisione si rifletté nel diverso atteggiamento dei due Stati nei confronti degli sloveni: mentre l’amministrazione asburgica, per il carattere plurietnico dell’Impero austro-ungarico, era più sensibile verso le altre lingue favorendo la creazione di associazioni culturali e scuole slovene, quella del Regno d’Italia aveva un carattere più nazionalistico e tendeva all’assimilazione degli appartenenti alle comunità minoritarie. L’annessione della Venezia Giulia nel 1920 (Trattato di Rapallo) inglobò entro i confini del Regno d’Italia una vasta area slavofona, dove le zone rurali erano compattamente slovene o croate e anche nei due capoluoghi Trieste e Gorizia viveva una consistente minoranza slovena, con un ceto borghese colto che contribuiva al riscatto culturale sloveno. La politica di italianizzazione forzata messa in atto dal regime fascista colpì molto duramente la popolazione slava, cui fu proibita ogni possibilità di espressione culturale, linguistica e identitaria (Kacin Wohinz - Pirjevec 1998: 30-58).

Dopo la Seconda guerra mondiale la maggior parte della Venezia Giulia passò alla Jugoslavia (Memorandum di Londra 1954 e Trattato di Osimo 1975), mentre la popolazione slovena rimasta sotto amministrazione italiana ottenne il riconoscimento e la tutela della propria specificità linguistica e culturale, dapprima col citato Memorandum del 1954 e poi in particolare con le leggi nazionali 1021/1961 e 932/1973 sulle scuole slovene, 482/1999 sulla tutela delle minoranze linguistiche in Italia, 38/2001 sulla tutela della minoranza linguistica slovena e con altre leggi della regione autonoma Friuli Venezia Giulia. Tale quadro giuridico garantisce l’uso pubblico della lingua slovena, un sistema di istruzione sia con lingua d’insegnamento slovena sia bilingue e un’autonomia organizzativa in ambito culturale ed economico (Bogatec – Vidau 2016: 53-57).

L’attuazione di tali norme di tutela non venne applicata invece alle comunità slavofone della provincia di Udine (la Slavia veneta) almeno fino alla legge 482/1999 e soprattutto alla 38/2001. Tali comunità mostrano un senso di appartenenza all’area culturale slovena molto meno sviluppato che nelle province di Trieste e Gorizia, preferendo anzi promuovere una specificità delle proprie varietà linguistiche. Nelle Valli del Torre e del Natisone, ma soprattutto a Resia, il diffuso rifiuto a essere considerati sloveni è motivato sottolineando la differenza linguistica e spesso la mancanza di intercomprensione con i dialetti sloveni d’oltre confine o la lingua letteraria slovena, ma vi sono anche ragioni storico-culturali e ideologiche (Dapit 2001: 305-309; Dapit 2002; Benacchio 2002: 9; Toso 2008: 83). Si vorrebbe veder riconosciuta l’autonomia e la tutela di queste varietà come lingue slave a sé stanti, distinte dallo sloveno. Nonostante la legge nazionale 482/1999 tuteli «la lingua e la cultura delle popolazioni [...] slovene e croate» (art. 2), ma non menzioni altre varietà slave, tali istanze hanno trovato parziale riscontro nella legge regionale 26/2007 che prevede «contributi per interventi in favore del resiano e delle varianti linguistiche delle Valli del Natisone, del Torre e della Val Canale» (art. 22). Va aggiunto che in queste aree è ancora molto diffuso il friulano come codice di comunicazione sovralocale, accanto all’italiano (Benacchio 2002; Benacchio 2011).

 

Istruzione, cultura e media

 

Le scuole con lingua d’insegnamento slovena delle province di Trieste e Gorizia e dell’istituto comprensivo bilingue di San Pietro al Natisone (ud) sono: 35 materne, 29 primarie, 10 secondarie I grado, 6 secondarie II grado (Bogatec 2015).

La ricca attività culturale e artistica degli sloveni in Italia si manifesta in svariati settori, promossa o sostenuta dalle due unioni delle associazioni culturali slovene (SKGZ, SSO) e dai centri culturali Kulturni center Lojze Bratuž di Gorizia, Narodni dom di Trieste e il Kulturni dom di Gorizia, per citare solo i principali. La musica – moderna e tradizionale – è da sempre la più diffusa e popolare espressione della comunità slovena in Italia, che si manifesta in una ricca presenza di gruppi, bande, cori, scuole di musica, festival (ad es. Primorska poje). Molto vivace è anche l’attività teatrale sia amatoriale che professionale, in particolare del Teatro stabile sloveno (Slovensko stalno gledališče) di Trieste e del festival Komigo di Gorizia. Da segnalare poi la produzione video e cinematografica del Kinoatelje di Gorizia (Bogatec – Vidau 2016: 128-138). Una lunga tradizione hanno le case editrici ZTT-EST e Mladika di Trieste e la Goriška Mohorjeva družba di Gorizia. Il quotidiano di riferimento per gli sloveni d’Italia è il Primorski dnevnik (dal 1945), i settimanali più diffusi sono Novi glas e Novi Matajur (degli sloveni della provincia di Udine). L’emittente nazionale RAI trasmette programmi radio e dal 1995 anche televisivi in lingua slovena.

La minoranza slovena in Italia – soprattutto a Trieste – annovera grandi scrittori, alcuni dei quali hanno raggiunto una fama internazionale, come ad esempio Vladimir Bartol, Boris Pahor e Alojz Rebula (Košuta 1997).

 

*Pädagogische Hochschule Kärnten, Klagenfurt – Università Pedagogica della Carinzia, Klagenfurt.

 

Riferimenti bibliografici

Benacchio, Rosanna (2002), I dialetti sloveni del Friuli tra periferia e contatto, Udine, Società Filologica Friulana.

Benacchio, Rosanna (2011), slovena, comunità, in Simone, Raffaele (dir.), Enciclopedia dell’italiano, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana G. Treccani.

Bogatec, Norina (2015), Izobraževanje v slovenskem jeziku v Italiji, in Tavčar, Marko (ed.), Koledar 2016, Gorica, Goriška Mohorjeva družba, pp. 268-277.

Bogatec, Norina – Vidau, Zaira (eds.) (2016), Una comunità nel cuore dell’Europa. Gli sloveni in Italia dal crollo del Muro di Berlino alle sfide del terzo millennio, Roma, Carocci.

Bratož, Rajko (2005), Gli inizi dell’etnogenesi slovena: fatti, tesi e ipotesi relativi al periodo di transizione dall’età antica al medioevo nel territorio situato tra l’Adriatico e il Danubio, in Tilatti, Andrea (ed.), La cristianizzazione degli Slavi nell’arco alpino orientale, Roma, Istituto Storico Italiano per il Medioevo, pp. 145-188.

Dapit, Roberto (2001), Identità resiana fra mito e ideologia: gli effetti sulla lingua, «Slavica» 9, pp. 301-319.

Dapit, Roberto (2002), Il resiano di fronte allo sloveno standard, in Orioles, Vincenzo – Toso, Fiorenzo (eds.), Le eteroglossie interne. Aspetti e problemi, «Studi Italiani di Linguistica Teorica e Applicata», 34, pp. 431-447.

Finco, Franco (2005), Dall’appellativo slavo al toponimo romanzo: per un’analisi dei nomi di luogo di matrice slovena della pianura friulana, in Brozović-Rončević, Dunja – Caffarelli, Enzo (eds.), Denominando il mondo. Dal nome comune al nome proprio. Atti del simposio internazionale / Naming the world. From common nouns to proper name. Proceedings from the International Symposium (Zadar, September 1st-4nd 2004), Roma, Società Editrice Romana, pp. 397-414.

Kacin-Wohinc, Milica - Pirjevec, Jože (1998), Storia degli Sloveni in Italia, Venezia, Marsilio.

Jagodic, Devan (2016), Sloveni in Italia. Area di insediamento e tendenze demografiche, in Bogatec, Norina – Vidau, Zaira (eds.), cit., pp. 43-52.

Košuta, Miran (1997), Scritture parallele. Dialoghi di frontiera tra letteratura slovena e italiana, Trieste, Lint.

Ministero dell’Interno (1996), Monitoraggio sulle zone di confine, Parte I. Zone del confine Est: Trieste, Gorizia, Udine, Roma, Ministero dell’Interno, Ufficio centrale per i problemi delle zone di confine e delle minoranze etniche.

Stranj, Pavel (1992), La comunità sommersa. Gli Sloveni in Italia dalla A alla Ž, Trieste, Editoriale Stampa Triestina.

Stranj, Pavel (1999), Slovensko prebivalstvo Furlanije-Julijske krajine v družbeni in zgodovinski perspektivi, Trst, SLORI.

Sussi, Emidio (1998), Gli Sloveni, in Pertot, Susanna (ed.), Minoranze linguistiche nella regione Friuli - Venezia Giulia: aspetti educativi e culturali, Trieste, IRRSAE FVG, pp. 19-34.

Toso, Fiorenzo (2008), Le minoranze linguistiche in Italia, Bologna, il Mulino.

 

 

La prima puntata: Il bel paese là dove 'l “sì” suona. E anche l’“ô”, lo “ja”, lo “scì”… (Fiorenzo Toso, curatore del ciclo)

La seconda puntata: Il francese e il francoprovenzale (Matteo Rivoira)

La terza puntata: Alto Adige – Südtirol (Sudtirolo) (Marco Caria)

 


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