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13 settembre 2018

Lingue sotto il tetto d'Italia. Le minoranze alloglotte da Bolzano a Carloforte - 5. L’occitano cisalpino

di Matteo Rivoira*

Nelle vallate piemontesi della provincia di Torino e Cuneo, comprese tra l’alta Val Susa, a nord, e la Val Vermenagna, a sud, sono parlate varietà galloromanze di tipo occitano. Quest’area rappresenta l’estrema propaggine orientale di quel vasto territorio che si estende attraverso il meridione di Francia, sino alla catalana Val d’Aran, dove tradizionalmente sono (o erano) parlate varietà di occitano o lingua d’òc. In Italia è di parlata occitana anche la colonia linguistica di Guardia Piemontese in provincia di Cosenza in Calabria, di origine valdese.

 

Un confine non netto

 

Da un punto di vista linguistico, le varietà occitane cisalpine presentano tratti del gruppo occitano settentrionale, e, in particolare, del sottogruppo vivaro-alpino, insieme ad altri, di tipo “italico”, che contribuiscono alla loro caratterizzazione rispetto ai dialetti transalpini. Verso est il confine linguistico con le varietà piemontesi si snoda grosso modo là dove le valli si aprono sulla pianura e la montagna lascia il posto al piano. Come spesso accade quando si osservano le varietà linguistiche non ufficiali (e perciò non associate, più o meno arbitrariamente, a una frontiera amministrativa), il confine tra l’area galloromanza e quella galloitalica non è netto ed è da immaginare come una fascia di transizione dove i singoli fenomeni, scelti dai linguisti come indicativi di appartenenze e filiazioni diverse, hanno estensioni mutevoli. A tale fluidità fa riscontro una la coscienza linguistica dei parlanti, che è spesso debole, limitandosi – nella parte bassa delle valli – a poco più che un vago sentimento di alterità rispetto alle varietà piemontesi di pianura, là dove, invece, nelle comunità più vicine allo spartiacque, è più forte la consapevolezza della vicinanza linguistica con l’area transalpina.

I testi valdesi medievali

 

D’altro canto, manca, o – piuttosto – mancava sino a pochi decenni fa, l’idea di una comunanza di destini e cultura (se non di una generica cultura alpina) in un territorio le cui vicende storiche sono frammentate e sempre legate a quelle dei territori pedemontani vicini (coll’eccezione del territorio delfinale legato al brianzonese dal 1343 al 1713). È mancata, inoltre, anche una tradizione d’usi amministrativi o letterari in lingua d’òc al di qua delle Alpi (dal latino si passò subito all’italiano o al francese), sebbene con un’importante eccezione costituita dai testi valdesi medievali, redatti in una scripta occitano-alpina molto caratteristica, il cui uso tuttavia venne abbandonato nei primi decenni del XVI secolo a favore del francese (cfr. in questa sezione del Portale 2. Il francoprovenzale e il francese).

L’occitano è dunque sempre stato relegato agli usi interni alla comunità o alla comunicazione transvalliva, mentre il piemontese era la varietà che maggiormente entrava in competizione nei contesti più allargati e, ovviamente, l’italiano era (e rimane) la lingua delle istituzioni e dell’istruzione formalizzata, accanto al francese in area valsusina e nelle Valli Valdesi (Val Chisone, Germanasca e Pellice).

 

La costruzione di una comunità “immaginata”

 

In questo quadro generale, assai poco favorevole al fiorire di una coscienza identitaria, a partire dalla metà del Novecento (con prodromi più antichi, ma frammentari), è andata diffondendosi una nuova consapevolezza che, per quanto lontana dal coinvolgere l’intera popolazione, ha suscitato – in alcune valli in particolare – una nuova narrazione identitaria che ha messo al centro del suo discorso la lingua, evidenziando i legami delle varietà locali con l’occitano illustre della tradizione trobadorica e della rinascita provenzale ottocentesca, enfatizzando al contempo gli elementi di affinità al sistema sovradialettale comune. Insieme alla lingua sono stati recuperati simboli di varia provenienza, come la bandiera con la croce di Tolosa gialla su fondo rosso, un inno (Se chanta) che è una canzone d’amore tradizionale dei Pirenei, arrivata nelle Valli italiane negli anni ’90 del Novecento e, ancora, una rappresentazione cartografica del territorio: tutti elementi fondamentali per la costruzione di quella che è a tutti gli effetti una comunità “immaginata” (Anderson 2000), per la quale si sono rivendicati, anche con forme di partecipazione politica, destini alternativi a quello di decadimento socio-economico e culturale al quale questi territori erano stati condannati dal modello di sviluppo adottato dal Paese nel secondo dopoguerra. Un depauperamento di persone e risorse raccontato con tanta efficacia dalle inchieste di Nuto Revelli pubblicate ne Il mondo dei vinti e L’anello forte (Torino, Einaudi, 1977 e 1985).

Le condizioni perché questo “progetto identitario” potesse essere avviato sono state poste da un lato dai linguisti che si sono occupati dell’area e, dall’altro, da gruppi di militanti che hanno trasformato il discorso dei primi in azione politica, anche dietro lo stimolo dei movimenti politico-culturali d’oltralpe. I linguisti hanno dimostrato ed evidenziato, sin dallo studio di Giuseppe Morosi sulle parlate delle Valli Valdesi (Morosi 1890-1892), l’originalità di queste varietà rispetto al contesto italiano e così gli studi successivi, per arrivare sino al fondamentale testo di Corrado Grassi del 1958 intitolato Correnti e contrasti di lingua e cultura nelle valli cisalpine di parlata provenzale, uno studio di impostazione geolinguistica che evidenziava le dinamiche interne di evoluzione e conservazione delle parlate delle valli alpine, che contribuirà a diffondere la conoscenza di queste tematiche presso quegli studenti universitari che poi diventeranno insegnanti e animatori culturali attivi sul territorio.

 

Occitanofoni: stime diverse

 

La storia dei gruppi militanti impegnati in ambito culturale, e politico per un certo periodo, è invece meno lineare (cfr. Pla-Lang 2008 per una prima introduzione) ed è caratterizzata da divergenze di orizzonti simbolici di riferimento e obiettivi strategici. È di fatto mancata una riflessione comune costruttiva su aspetti centrali, come l’elaborazione di una varietà di riferimento o una coerente definizione dell’area di riferimento (com’è noto la legge di tutela delle minoranze linguistiche 482/99 prevede l’autodeterminazione dei territori, fatto che ha comportato nella realtà occitana – come altrove – un’estensione dell’area fortemente criticata dai linguisti dal momento che include oltre a territori ormai di parlata piemontese, anche aree dove le varietà occitane non sono mai state parlate, come per esempio nell’area del Brigasco, di parlata ligure alpina). Una traccia di queste difficoltà è per esempio riscontrabile nelle diverse stime del numero degli occitanofoni, che oscillano tra 180.000 (vedi qui) a 47.000 secondo i rilevamenti statistici condotti da Allasino et alii (2007), per scendere sino o 20.000 (Regis, 2012). Evidentemente come alla base della discrepanza vi sia innanzitutto una diversa definizione del territorio di riferimento (e una taciuta differenza nella definizione di ciò che è linguisticamente occitano).

 

Scritto poco, musicato molto

 

L’eredità dei gruppi militanti è oggi raccolta dalle associazioni e i centri che sono tuttora attivi in varia misura sul territorio (ad esempio Chambra d’Òc, Coumboscuro Centre Prouvençal, Espaci Occitan, Ousitanio Vivo, lou Soulestrelh, la Valaddo, Valados Usitanos). La loro azione di promozione e tutela linguistica si è perlopiù concentrata sulla documentazione della lingua e il potenziamento del suo prestigio presso i parlanti, attraverso la diffusione e la condivisione di simboli. Nel complesso gli usi scrittori, promossi a più riprese, rimangono tuttavia relativamente limitati nella stampa periodica (con una maggior diffusione sul web) e l’impiego della lingua nelle scuole e nei media, nonostante le azioni rese possibili dalla legge 482/99 rimane ancora largamente episodico. Viceversa, l’uso dell’occitano da parte di gruppi musicali folk o “neo-folk” si è diffuso notevolmente negli ultimi anni, grazie soprattutto al successo di gruppi come Lou Dalfin che hanno saputo reinterpretare il patrimonio tradizionale avvicinandolo ai gusti contemporanei.

 

*Università degli Studi di Torino

 

Riferimenti bibliografici

Allasino E. et al. (2007), Le lingue del Piemonte, Torino, Istituto di Ricerche Economico Sociali. del Piemonte.

Anderson, B. (2000), Comunità immaginate. Origini e fortuna dei nazionalismi, Roma, Manifestolibri [trad. Imagined Communities, 1991].

Grassi C. (1958), Correnti e contrasti di lingua e cultura nelle Valli cisalpine di parlata provenzale e franco-provenzale. Parte I. Le Valli del Cuneese e del Saluzzese, Cuneo.

Pla-Lang, L. (2008), Occitano in Piemonte: riscoperta di un’identità culturale e linguistica?, Frankfurt AM/Berlin/Bern/Bruxelles/New York/Oxford/Wien, Peter-Lang.

Regis, R. (2011), «provenzale, comunità», in SIMONE, R. (dir.), Enciclopedia dell’italiano, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana G. Treccani, pp. 1179-1182.

Regis, R. (2012), «Su pianificazione, standardizzazione, polinomia: due esempi», in Zeitschrift für romanische Philologie, 128/1, pp. 88-133.

 

La prima puntata: Il bel paese là dove 'l “sì” suona. E anche l’“ô”, lo “ja”, lo “scì”… (Fiorenzo Toso, curatore del ciclo)

La seconda puntata: Il francese e il francoprovenzale (Matteo Rivoira)

La terza puntata: Alto Adige – Südtirol (Sudtirolo) (Marco Caria)

La quarta puntata: Lo sloveno (Franco Finco)

 

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