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Totò, l'uomo che spernacchiava i caporali

di Silverio Novelli

Uno che potrebbe degnamente celebrare il cinquantenario della morte di Antonio Maria Giuseppe Gagliardi de Curtis Griffo Focas Angelo Flavio Ducas Comneno Porfirogenito di Bisanzio, il principe («Lo ammetto, questa storia della nobiltà è una sciocchezza, io però ci tengo»), in arte Totò (spirato a Roma, nato a Napoli nel 1898), è il sociologo e filosofo tedesco Hartmut Rosa, aus Lörrach, cittadina del Baden-Württemberg: vale a dire quanto di più apparentemente alieno dal guitto dell'avanspettacolo cresciuto nell'antica capitale mediterranea affacciata sul golfo e sovrastata dal tronco di cono vulcanico, marionetta meccanica amata dai futuristi e, in seguito, genio stralunato della risata cinematografica di massa.

 

Il tenente tedesco, il podestà e il (falso) carabiniere

 

Il Totò nella finzione filmica che ci piace ricordare ebbe a che fare con i tedeschi, in qualità di occupanti il territorio italiano nel corso della Seconda guerra mondiale, all'indomani dell'8 settembre del '43. Nel film I due marescialli (regia di Sergio Corbucci, 1961), interpretato, oltre che da Totò, da Vittorio De Sica e Gianni Agus, un Antonio Capurro (Totò) ladruncolo, costretto per salvare la pelle a travestirsi da maresciallo dei carabinieri, per forza di cose sottomesso all'autorità nazifascista nel paesino di Scalitto (Castel San Pietro Romano), ha a che fare col tedesco Kessler, spernacchiato durante il discorso che ha tenuto alla folla radunata nella piazza del paese. L'ufficiale e il podestà fascista, adirato il primo, pavido e prono il secondo (Achille Pennica, nomen omen, interpretato da Gianni Agus), pretendono di trovare il colpevole. Totò allestisce seduta stante una paradossale inchiesta: «Bisognerebbe stabilire i connotati di questa pernacchia. Sa, ci sono delle pernacchie acute, roboanti, lunghe, corte, medie... perché, sa, ci sono anche medie, delle volte» e ordina all'aiutante Basilio: «Fai una pernacchia al tenente... per stabilire i connotati della pernacchia, no?» Ma Basilio è tremebondo. Totò si rivolge al tenente, con aria di sollecita complicità: «Sa com'è, questo qua si vergogna, ha paura, lo autorizzi per favore!» Girandosi nervoso di spalle, il tedesco autorizza. Basilio esegue una pernacchietta flebile. «No!», tuona Kessler. E Totò: «Eh, per forza, ha ragione: che è una pernacchia, questa? Questa è una fetecchia!». Due altri tentativi non coglieranno nel segno. A quel punto, lo stesso Totò si cimenterà in una perfetta, sonora, frizzante pernacchia. «Ecco, è questa!», esclama il tenente, illuminandosi in volto.

Nel teatro del pazzariello Totò, lo spernacchiato tedesco perfezionista e autoritario ha accettato di essere spernacchiato per bene dal piccolo truffatore napoletano cresciuto nei vicoli del rione Sanità. Parafrasando un celebre motto cui De (o de) Curtis era molto affezionato, l'uomo, nell'unico luogo in cui gli è possibile, cioè la finzione, ha avuto ragione del caporale, anche se nelle vesti di un tenente. Gli uomini, «persone costrette a vivere tutta la vita come bestie, senza avere mai un raggio di sole»; i caporali, «coloro che sfruttano, che ti danneggiano, che maltrattano, che umiliano». Parole sante, anzi, principesche.

 

Nella stasi frenetica

 

Eppure, Totò ha anticipato i tempi della fenomenologia antropologica, sociale e politica attuale, concentrati nella felice formula stasi frenetica (rasender Stillstand in tedesco; frenetic standstill in inglese), coniata qualche tempo fa proprio da un tedesco, Hartmut Rosa (da leggere, per esempio, il saggio Accelerazione e alienazione. Per una teoria critica del tempo nella tarda-modernità, Einaudi, 2015). Sì, viviamo in tempi di stasi frenetica. Tutto resta com'è, ma si mostra sulla scena nei panni di uno sfrenato attivismo. Domina una coazione allo slogan. Lo slogan non è perlocutorio e non ha forza illocutoria – magari così fosse: è, invece, come avrebbe potuto dire Paul Virilio, macchina dromologica, che gira però a vuoto: che deve girare a vuoto, essendo la capacità e volontà reale di decisione ridotta ai minimi termini; è artifizio verbale che corre come un cavallo nella cieca notte. Così in politica: unica esigenza condivisa è l'accelerazione dei tempi; unica meta, abbreviare la durata dei processi decisionali, unico linguaggio, la propaganda del decidere qualcosa in tutta fretta. Un linguaggio che di per sé profila un inedito orizzonte post-democratico. La democrazia si trasduce in dromocrazia, realizzando una fuga dai tempi che l'hanno sempre caratterizzata come dinamica che si regge su processi legati alla durata e ai tempi lunghi del pensiero, dell'elaborazione, del contrasto, del conflitto, della mediazione e della ricomposizione: infine, della decisione.

 

La Trippa e Trombetta

 

Il linguaggio di Totò precorre, irridendola, la modalità rapida del microonde politico odierno. Nel suo forno antico, Totò rosola il vociante sloganismo di Antonio La Trippa (Gli onorevoli, regia di Steno, 1963), fino a ribaltarlo rapidamente nel suo contrario. Sul palco elettorale del Partito della Restaurazione, contornato dai notabili politici eletti in Parlamento, La Trippa/Totò arringa la folla: «Se io vi dicessi che una volta eletto mi batterei per il nostro amato paese, Roccasecca, farei costruire scuole, strade, acquedotti, case, caaase... voi mi credereste?» «Sììììì!» «E se io vi dicessi che queste persone sono persone onorevoli, degne di fregiarsi di questo appellativo parlamentare e che adopereranno i vostri voti per il bene del vostro paese, voi mi credereste?» «Sììììì!» «E allora sapete cosa vi dico? Che siete degli ingenui!»

Forse, in modo ancora più sottile, Totò conferma le teorie di Hartmut Rosa e contrario, quando, nel claustrofobico vagone-letto del treno, in Totò a colori (1958, regia di Camillo Mastrocinque), fa perdere tempo e ruba i tempi all'onorevole Trombetta (interpretato dalla grande spalla comica Mario Castellani), spesso giocando sull'amatissimo inghippo onomastico, al centro, quest'ultimo, di un saggio agile, acuto e divertente di Enzo Caffarelli («Questo nome non mi è nuovo...» Quisquilie e pinzillacchere onomastiche nella lingua del sommo Totò, Società editrice romana, 2016). Totò/Antonio: «Sua sorella invece fa Trombone» Trombetta: «Ma no! Sta... state fermo. Non mi posso sentir toccare […] Faceva Trombetta da signorina» «Vabbè, vabbè» «Adesso che ha sposato un Bocca fa Trombetta in Bocca» «Oh bella, e per forza, eh!» «Perché per forza?» «E perché la trombetta si mette in bocca. Dove la vuol mettere lei la trombetta? […] Ha visto mai lei qualcuno con la trombetta in un altro posto?» «Ma non è che mia sorella si metta la trombetta in bocca!» «Se la mette» «Ma nossignore» «Si lasci servire da me. Se la mette. Anche a Cuneo i trombettieri si mettevano la trombetta in bocca! Glielo dico io! Che sono un uomo di mondo».

 

Il tempo dell'uomo di mondo

 

Scrive Rosa (cognome di un maschio, che sarebbe adattissimo allo «stalking onomastico» di Totò, secondo la definizione di Caffarelli): «Che il mondo sembri troppo sfuggente, tanto per una progettazione politica quanto per la ricostruzione razionale e l’appropriazione epistemologica, a mio parere, non è la causa ma il risultato di un’alienazione il cui nucleo è una completa distorsione (temporale) della relazione tardomoderna tra l’io e il mondo».

Ancora oggi, cinquant'anni dopo, Totò uomo di mondo, rallentando o ribaltando i tempi del mondo accelerato della politica e della società, ci permette, almeno nella finzione, di reimpaginare una relazione lineare tra l'io, il mondo detto e il mondo vissuto. Ridendoci sopra.

 

Silverio Novelli

 


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