21 maggio 2020

«Veniamo con questa mia addirvi». Totò, Peppino e la sociolinguistica

 

In un film molto noto del 1956 Totò e Peppino devono affrontare un problema familiare abbastanza spinoso: un loro nipote, che studia medicina, è scappato a Milano per seguire una ballerina che lo distoglierebbe dagli studi. Su richiesta della madre del ragazzo, gli zii corrono a Milano per risolvere la questione e preparano una lettera che dovrà convincere la giovane (ai loro occhi una malafemmena, una cattiva donna) a lasciar stare lo studente accontentandosi di un po’ di denaro. La lettera, che è diventata una scena cult della filmografia italiana, viene redatta in coppia, con Totò che detta e Peppino nel ruolo di scrivano-segretario.

Il genio di Totò e Peppino, che avrebbero improvvisato quasi completamente, rende questa scena non solo un capolavoro di comicità (la scena è stata più volte emulata in film successivi, ad esempio nella lettera scritta da Massimo Troisi e Roberto Benigni al Savonarola nel film del 1984 Non ci resta che piangere), ma anche una prova notevolissima della sensibilità sociolinguistica sia degli attori sia del regista Camillo Mastrocinque. La scena ci mostra infatti due adulti, nell’Italia del primo dopoguerra, alle prese con la creazione di un testo – che oggi definiremmo semplice dal punto di vista testuale – i quali accusano tutta la complessità racchiusa nella stesura di testi e evidenziano la loro scarsa dimestichezza con questa pratica comunicativa. La lettera inoltre propone con estrema precisione moltissimi fenomeni linguistici dell’italiano popolare.

 

L’italiano popolare prima dell’italiano popolare

 

Infine la scena della lettera colpisce perché ha anticipato - rispetto al mondo accademico - l’attenzione per i fenomeni che abbiamo appena indicato: all’epoca del film infatti i linguisti italiani non si occupano ancora di italiano popolare o di testi dei semicolti. Dovremo aspettare qualche anno, i lavori di Tullio De Mauro (dalla Storia linguistica dell’Italia Unita del 1963 alla pubblicazione nel 1970 della storia di Anna del Salento), le considerazioni di Manlio Cortelazzo (1972) o la circolazione in Italia del volume di Leo Spitzer Lettere di prigionieri di guerra italiani 1915-1918 (scritto nel 1921, ma pubblicato in Italia solo nel 1976) per veder affrontare la questione di come scrive un semicolto, cioè qualcuno che «sotto la spinta di comunicare e senza addestramento, maneggia quella che ottimisticamente si chiama la lingua ‘nazionale’, l’italiano» (De Mauro 1970: 49) o per veder trattare sistematicamente la descrizione dei tratti linguistici che si ritrovano in questa varietà di lingua, cioè «il tipo di italiano imperfettamente acquisito da chi ha per madrelingua il dialetto» (Cortelazzo 1972:11).

I tratti linguistici tipici della lingua dei semicolti sono tutti presenti nella lettera: il mancato accordo tra parole (veniamo noi con questa mia, c’è stato una grande morìa, questa moneta servono, dai dispiacere, noi medesimo), le frasi segmentate (ma settecentomila lire / noi / ci fanno …) e l’uso di forme verbali inesistenti (“T.: dai dispiacere che avreta”) sostenute da spiegazioni grammaticali fantasiose (“T.: che avreta / che avreta e già è femmina femminile’”; “T.: perché è aggettivo qualificativo”).

 

La mancanza di abitudine alla scrittura

 

Ma più ancora che la presenza dei tratti linguistici dell’italiano popolare, colpisce la capacità di rappresentare la mancanza di abitudine alla scrittura dei fratelli Caponi: a Totò che detta, che pronuncia il contenuto della lettera mentre lo elabora, con ripetizioni che illustrano il farsi del discorso, e che si lamenta delle interruzioni di Peppino (non mi far perdere il filo che ce l’ho tutta qui, sbotta a un certo punto toccando espressivamente la fronte con le dita della mano chiuse a borsa), risponde Peppino che scrive meccanicamente, senza distinguere tra piano del contenuto del testo e glosse metalinguistiche che Totò aggiunge. Ne consegue che all’enunciato di Totò “T.: Signorina veniamo / veniamo noi con questa mia addirvi / veniamo noi con questa mia addirvi / addirvi una parola” (in cui si suggerisce che a dirvi va scritto come una sola parola) fa eco quello di Peppino che pronuncia ciò che sta scrivendo (come spesso accade in un contesto di bassa cultura) e ciò che scrive diventa “P.: addirvi una parola”.

La scrittura per l’incolto è un compito arduo: lo dimostrano il gesto di appallottolare il primo foglio, subito dopo l’inizio faticoso della lettera, e poi il gesto di asciugarsi il sudore dalla fronte e dal collo, gesto che Totò commenta prontamente: “T.: ma che stai facendo ‘na faticata si asciuga il sudore”.

Ad entrambi sfugge l’idea che il testo scritto debba essere autonomo dal contesto in cui viene elaborato e che la lettura avverrà in un momento e in un contesto separati per cui non è possibile ricorrere nel testo a un deittico come il dimostrativo questoT.: Perché dovete lasciare nostro nipote / che gli zii che siamo noi medesimo di persona / vi mandano questo” (e nel pronunciare il deittico questo Totò alza il pacchetto con i soldi, a cui il pronome si riferisce).

 

L’«intestazione autonoma della lettera»

 

Un altro aspetto che non corrisponde al formato di produzione scritta è l’intestazione della lettera: laddove la scrittura userebbe un’allocuzione del tipo Gentile signorina, in questo caso, ancora una volta, prevale la modalità orale, per cui l’allocuzione si limita al vocativo ‘signorina’, ripetuto con tale insistenza da determinare in Peppino la convinzione che ci sia una donna alla porta. Il dialogo che ne risulta diventa confuso e, ovviamente, comico:

 

T.: Signorina / signorina. P.: Dove sta? T.: Chi è? P.: La signorina. T.: Quale signorina? P.: Hai detto ‘signorina’ T.: È entrata la signorina? P.: E che… T.: Signo- Avanti / Animale! Signorina è l’intestazione autonoma della lettera / oh / Signorina P.: [accartoccia il foglio e ne prende un altro; gesto che Totò commenta scherzosamente] T.: non era buona quella signorina?

 

L’espressione altisonante intestazione autonoma della lettera introduce un altro elemento della lingua dei semicolti, l’uso (o abuso) di parole desuete, ricercate, o prese in prestito da altre lingue (come il riferimento al latino, ma storpiato, nell’espressione abbondandis ad abbondandum, dalla formula giuridica ad abundantiam ‘per abbondare’) o da varietà formali-burocratiche (in data odierna), senza averne ovviamente la piena padronanza. E anche nella conclusione della lettera questa scrittura, che cerca di nobilitarsi, sfocia in una ridondanza di elementi: “T.: Vuoi aggiungere qualcosa? P.: Mah see / ‘senza nulla a pretendere’ non c’è bisogno? T.: ‘In data odierna’ bah / ma quello poi si capisce P.: va beh poi si capisce”.

 

Etimologia popolare

 

Nella chiusura della lettera, un luogo significativo per questo genere testuale, così come lo sono le aperture, c’è spazio per scambi di parole per effetto dell’etimologia popolare: “T.: Salutandovi Indistintamente / Salutandovi Indistintamente – sbrigati – Salutandovi Indistintamente i fratelli Caponi che siamo noi / questo / apri una parente / apri una parente / dici che siamo noi / i fratelli Caponi / hai aperto la parente? /chiudila”. La parente invece della parentesi, indistintamente invece di distintamente; e già prima laurea che diventa laura, carta penna e calamaio all’inizio della scena che diventano, nella ripetizione di Peppino, carta penna e calamaro, così come che voi vi consolate diventano coll’insalata.

 

Molto è meglio di poco

 

La ridondanza percepita e vissuta come qualità assoluta (molto è sempre meglio di poco!) non riguarda soltanto i segni di punteggiatura (un’area critica della competenza di scrittura) che vengono usati a sproposito (punto, due punti; e più avanti punto, punto e virgola), ma si ritrova anche nelle aggiunte superflue che accompagnano varie espressioni, come nella firma (“T.: i fratelli Caponi che siamo noi medesimo di persona”), e altrove (“T.: perché il giovanotto è studente che studia”, “T.: che deve tenere la testa al solito posto / cioè / P.: cioè T.: sul collo”).

La scena della lettera in conclusione ci mostra la scrittura come una pratica sociale, in cui è in gioco l’identità sociale di chi comunica, perché scrivere è l’esito di un processo di appropriazione di una competenza che non è immediatamente disponibile. Chi sa di non possedere questa competenza in modo saldo, sente il bisogno di riscattare la sua identità, fosse anche aggrappandosi ad un segno di punteggiatura: “T.: […] punto e un punto e virgola. P.: Troppa roba. T.: Lascia fare / che dicono che noi siamo provinciali / siamo tirati”.

 

Bibliografia

Cortelazzo, Manlio 1972. Avviamento critico allo studio della dialettologia italiana, Pisa, Pacini, 3 voll., vol. 3º (Lineamenti di italiano popolare).

D’Achille Paolo 2010. Italiano popolare. In: Raffaele Simone, Gaetano Berruto, Paolo D’Achille (a cura di), Enciclopedia dell’italiano, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana: 723-726.

De Mauro, Tullio 1963. Storia linguistica dell’Italia unita, Bari, Laterza.

De Mauro Tullio 1970. Per lo studio dell’italiano popolare unitario. In: Annabella Rossi (a cura di), Lettere da una tarantata. Bari, De Donato: 43-75.

Spitzer, Leo 1976. Lettere di prigionieri di guerra italiani, 1915-1918, Torino, Boringhieri (ed. orig. Italienische Kriegsgefangenenbriefe. Bonn, Hanstein, 1921).

 

 

Immagine: Schermata del film Totò, Peppino e la... malafemmina (1956), regia di C. Mastrocinque

 

 


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