11 ottobre 2018

L’inglese, tomba dell’inglese

di Gabriele Valle*

Ormai è diventato un luogo comune: l’inglese sta facendo scempio di altre lingue. Qualcosa ne sappiamo in Italia. Ciò che da noi non si suole sottolineare, tuttavia, è che l’inglese sta facendo scempio… dello stesso inglese. Sì, la lingua dominante sta diventando lupo di sé stesso. Detto con chiarezza scevra di retorica, l’inglese degli Stati Uniti sta alterando quello dell’Inghilterra, con conseguenze visibili e spesso polemiche.

 

Il decaf nei bar londinesi

 

Alcuni esempi potrebbero illustrare tale intrusione, talvolta aberrante. In inglese britannico chi, rispondendo alla domanda “how are you?”, volesse dire bene, risponderebbe di solito well. Ora, sotto l’impero di Zio Sam, non pochi britannici dicono good. Esprimersi così sarebbe come rispondere, in italiano, “sto buono” a colui che chiedesse “come stai?”. Il famoso enjoy (‘goditi’), tradizionalmente accompagnato da un complemento oggetto (“enjoy your food”, “enjoy your holidays”), comincia a errare, solitario e zoppicante, sul suolo di Sua Maestà: enjoy e basta, alla maniera statunitense, alla maniera di un colosso delle bibite gassate. Si sente sovente questo enjoy, diventato un feticcio perfino nei posti meno probabili, tra cui le farmacie di Londra, in cui, per colmo di stravaganza, si arriva a dire enjoy a chi acquista uno sciroppo dal sapore disgustoso. La frase interrogativa “Can I get a decaf soy latte to go?”, imposta nelle isole britanniche da una gigantesca catena di caffè, proveniente dall’America settentrionale, ha acquistato una presenza ubiqua. Quel “to go” fa ancora effetto tra i parlanti d’oltremanica.

 

Film o movie?

 

I sudditi della regina Elisabetta, abituati dall’Ottocento a dire film, oggigiorno, sotto la pressione yankee (con rispetto parlando), dicono non di rado movie. D’altronde gli inglesi non vogliono più vivere in un flat (letteralmente ‘piano’) bensì in un apartment, vecchio italianismo dominante negli Stati Uniti. Lo sportello automatico delle banche, chiamato fino a qualche tempo fa, nel Regno Unito, cash point o cash machine, ha rinunciato al suo nome isolano e ha adottato quello di ATM (Automatic Teller Machine), coniato dai figli di Washington. Ci si chiede se paiano più glamorous, a molti aborigeni della Gran Bretagna, le parole giunte dall’inglese nordamericano? Yeah, tanto quanto a molti nostri giornalisti e conduttori televisivi, che vanno in visibilio quando proferiscono un anglicismo. Glamoroso, ai loro orecchi, suonerebbe ridicolo.

 

In school contro at school

 

Nella tribolata Albione, qualcuno lamenta il cambio di preposizione: i gringhi (con rispetto parlando), nella vecchia madrepatria, in cui prevaleva “at school”, stanno diffondendo “in school”. Un altro deplora che, nel linguaggio politico, si dica “run for president” invece di “stand for the presidency”. Un altro ancora inveisce contro la stoltezza di dire train station a quello che, in Inghilterra, è sempre stato chiamato, semplicemente, station, che mai veniva confuso con altri tipi di station. Visto che i treni sono un’invenzione britannica, aggiunge l’addolorato osservatore, quella stazione dovrebbe semmai dirsi railway station.

 

Se si "sbriciola il biscotto"

 

Il fenomeno è stato studiato e discusso in ambito anglosassone. Tra gli studi condotti negli scorsi anni, ce n’è uno che sembra aver avuto una bella accoglienza: That’s the Way It Crumbles: The American Conquest of English (Profile Books ltd), un volume scritto da Matthew Engel apparso nel giugno del 2017. Nel titolo c’è un’allusione al modo di dire «that's the way the cookie crumbles». Cookie, negli Stati Uniti, è ‘biscotto’. La locuzione menzionata significa, letteralmente, ‘così si sbriciola il biscotto’, ma in realtà vuol dire ‘buon viso a cattivo gioco’. Engel, l’autore, è un giornalista e scrittore originario del Northampton che scorge, accorato, l’orizzonte dell’inglese britannico. Entro il 2120, Engel vaticina, l’inglese degli Stati Uniti avrà assorbito la varietà britannica della lingua. Detto con le sue parole: «il figlio avrà divorato la madre, ma solo a richiesta della madre». Engel rammenta al lettore che, nel 1935, Alistair Cooke, un mitico conduttore radiofonico che aveva lavorato a lungo negli Stati Uniti, affermò una volta: «ogni inglese che adesso mi ascolta usa ogni giorno, inconsapevolmente, una trentina o una quarantina di americanismi». Oltre ottant’anni dopo il numero dei vocaboli angloamericani in bocca britannica, sostiene Engel, oscilla tra i trecento e i quattrocento, specialmente nella comunicazione dei giovani.

La conclusione di Engel non potrebbe essere più pessimistica né desolante, e ciò mi fa pensare, con amarezza e senza vanto, che non sono l’unico Geremia delle lingue. Engel dichiara, lapidario: «Una nazione che esternalizza lo sviluppo della propria lingua, è una nazione che ha perso la voglia di vivere». Che ne direbbe del popolo italiano?

 

*Filosofo e traduttore

 

Immagine: By Rei-artur and Kjoonlee [Public domain], via Wikimedia Commons

 

 

 

 

 


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